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Il Signore degli Anelli – il Discorso di Barbalbero

Il Signore degli Anelli è una delle colonne portanti della letteratura e del cinema fantasy: l’epica saga prodotta da Peter Jackson e nata dalla fervida immaginazione di J.R.R. Tolkien appassiona ancora milioni di fan in tutto il mondo grazie alla presenza di Hobbit, Uomini, Elfi, Nani e Stregoni impegnati a lottare contro le forze del Male, incarnate da Sauron e dall’Unico Anello.

La compagnia dell’Anello, Le due Torri e Il ritorno del Re sono i titoli dei tre episodi della storia: intrecciando le bucoliche ambientazioni, i variopinti personaggi e l’ancestrale trama in una rappresentazione magicamente medioevale, i tre film sviluppano l’ideologico conflitto attraverso personaggi iconici come Frodo, Sam, Gandalf, Aragorn o Arwen.

La narrazione naturale, suggestiva e lirica attraverso cui le vicende evolvono è il frutto del lavoro simbolico che Jackson ha fatto a partire dai libri di Tolkien: l’adattamento cinematografico (vincitore anche di numerosi Oscar) rievoca il materiale cartaceo dal quale proviene, pur accattivandosi il pubblico grazie all’iconico stile hollywoodiano.

A rendere i film più divertenti, meno pesanti ma anche più significativi sono i personaggi-spalla, i cui ruoli talvolta superano per importanza quelli dei protagonisti: Elrond, Merry e Pipino, Eowin o Barbalbero solo per citarne alcuni. Proprio su quest’ultimo, il Pastore degli Alberi di Fangorn, si concentrerà il dettaglio di questo articolo.

Il custode della foresta: l’Ent e gli Hobbit

Il Signore degli Anelli

Parte? Dalla parte di nessuno, perché nessuno è dalla mia parte, piccolo orco. A nessuno importa più degli alberi, ormai.

La fama de Il Signore degli Anelli è dovuta anche alla solenne dignità attribuita a personaggi secondari introdotti in alcune trame; il loro posizionamento nella trama non è solo cornice, ma anche contenuto dell’opera. Le interazioni tra questi e gli eroi sono naturali, necessarie svolte per risolvere l’intreccio narrativo.

Nel secondo film, l’Ent Barbalbero risponde esattamente a queste esigenze. Il Pastore della Foresta di Fangorn salva gli Hobbit Merry e Pipino in fuga dagli orchi, e i dubbi sulla malvagità della sua coriacea, immensa presenza vengono rapidamente sciolti quando li presenta dinanzi al redivivo Gandalf.

Da buon pastore, custodisce gli altri alberi di Fangorn difendendoli dalla brutale violenza degli orchi di Saruman e, su consiglio dello Stregone Bianco, include anche gli hobbit in questa isolata protezione.

In maniera simbolica e metaforica, l’opera dell’Ent rispecchia la contemporanea ideologia ecologista che difende le specie naturali minacciate di estinzione: così come ne “Le due Torri” il legname degli alberi va protetto dall’industrializzazione degli orchi, determinate aree del nostro pianeta vanno difese dall’eccesso di sofferenza inferto da una globalizzazione sconsiderata.

Più vecchio dei primi elfi, egli ha visto la Terra di Mezzo trasformarsi Era dopo Era, mentre i conflitti distruggevano la bellezza che Ilùvatar e gli Ainur avevano realizzato. Per questo prende per gli alberi la decisione di starsene per proprio conto mentre gli Uomini di Rohan combattono Saruman e la minaccia di Isengard.

 

Entaconsulta: la Natura aiuta solo se stessa

Il Signore degli Anelli

Gli Ent non possono trattenere questa tempesta. Dobbiamo superare certe cose come abbiamo sempre fatto.

Le vite degli alberi e la sopravvivenza della foresta intera sono le sole due cose che a Barbalbero interessano; le guerre condotte da alcune razze contro altre, invece, non coinvolgono in alcun modo l’autonomia della Natura, sicura di sopravvivere, qualunque sia l’esito.

Per tenere a bada la rabbia selvaggia di alcuni alberi, il Pastore deve occuparsi delle faccende esclusive di casa sua; il margine per aprirsi al mondo esterno non c’è.

Sono questi i presupposti dell’Entaconsulta presentata nel secondo film de Il Signore degli Anelli: mentre Uomini ed Orchi combattono al Fosso di Helm e Isengard è sguarnita, gli Alberi intavolano la loro lentissima, comunitaria assemblea per decidere le loro sorti.

Il livore di Meriadoc non scalfisce Barbalbero, stoico e neutrale di fronte alla malvagità delle creature di Saruman; la riunione tra i vari Ent produce come esito la decisione di non intervenire e il logico disappunto dell’hobbit, che voleva scendere in guerra per aiutare i suoi amici.

A vincere è la necessità di sopravvivere: non importa quanto dolorose siano le perdite inferte al Bene, gli Ent non sono intenzionati a lasciarsi coinvolgere direttamente nel conflitto. Non resta altro da fare che accompagnare gli hobbit al confine della foresta, passando a sud, nei pressi di Isengard.

 

L’ultima marcia degli Ent: la furia degli alberi

Il Signore degli Anelli

Non esiste una maledizione in elfico, entese o nelle lingue degli Uomini per una tale perfidia. Non mi resta che vedermela con Isengard stanotte, con sassi e pietre.

Solo grazie ad una coincidenza la decisione di Barbalbero e gli Ent viene messa in crisi: accompagnando i due hobbit fuori dalla foresta, il Pastore s’imbatte in una parte della Foresta che Saruman ha completamente devastato.

Per gli standard temporali degli alberi, l’ira che monta nella creatura davanti a quella visione è rapidissima; l’urlo sofferente che lancia è tanto uno sfogo quanto un richiamo agli altri abitanti della Foresta.

È in quel momento che il discorso di Barbalbero assume tutta la sua forza: un dettaglio che il Signore degli Anelli mette in relazione alla battaglia tra Rohan e Isengard guadagna significato perché cambiando le sue idee, Barbalbero valorizza il peso del suo personaggio all’interno della storia.

Tale inversione è causata da un Male troppo crudele per essere ignorato: il dolore gratuito inflitto alla Natura. Scatenando gli alberi contro Isengard, Barbalbero è il simbolo della ribellione a questa brutalità.

Così come cala la notte, la vendetta degli alberi colpisce l’indifesa fabbrica degli orchi e Saruman è costretto ad arroccarsi nella Torre di Orthanc.

La marcia degli Ent è l’ultimo atto dell’Entaconsulta, una decisione collettiva partita dall’ira di Barbalbero e dalla potenza dialettica del suo discorso, dettaglio simbolico dell’affetto che Tolkien nutriva verso tutto ciò che è naturale e puro.

Ecco il video YouTube della celebre scena.

 

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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