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Home Nella Storia del Cinema Christopher Nolan: Il regista che trascende i generi Nolan, Aristotele e l’Amore come Motore Immobile

Nolan, Aristotele e l’Amore come Motore Immobile

Nolan.

In molti hanno tratto ispirazione dall’amore, un sentimento così forte da poter minare l’essenza razionale dell’uomo. Sommi poeti, antichi filosofi, cantanti, scrittori, oratori di ogni tempo, tutti accomunati dalla necessità di parlare della spinta ancestrale di un sentimento che da sempre muove il mondo e l’umanità.

Anche se subito viene da pensare a quell’impulso emotivo che ci spinge con dolce veemenza verso un’altra persona – partner, familiare o amico che sia – l’amore non può ridursi a “semplice” forza propulsiva nelle relazioni umani. L’essere umano è infatti in grado di amare incanalando quell’emozione genuina e primitiva in svariate direzioni del reale.

Aristotele nel quinto libro della Metafisica scrive che l’essere si dice in molti modi, poiché si predica delle categorie. Ecco, lo stesso potrebbe dirsi dell’amore, una sostanza che si mostra nelle sue svariate forme.

Probabilmente ora vi chiederete che c’entra tutto questo con Christopher Nolan. Come darvi torto!

Il regista britannico, amante del prestigio, sembra aver disseminato la sua filmografia di profondi atti di amore, talvolta fortemente causali e altre volte intenzionalmente sfuocati. E non c’è singolarità in grado di assorbire la disposizione umana a lasciarsi travolgere da quella tempesta di fuoco purpureo.

Nolan sa bene che spesso l’amore è causa di azioni in quanto oggetto di ammirazione, muove gli agenti – o meglio, gli amanti – indirettamente e senza muoversi. Subito uno slancio sinaptico riporta la nostra mente nell’Antica Grecia, a più di duemila anni fa, quando Aristotele, nella sua continua ricerca delle cause, era giunto a postulare l’esistenza di una causa prima: il Motore Immobile.

Il movimento, inteso anche come mutamento – generazione, crescita, corruzione -, di ogni entità fisica o biologica del mondo sublunare (terrestre) e di quello astrale deve avere una causa che non sia anche effetto, una causa incausata. Da qui la necessità del Motore Immobile, una forma di puro Intelletto non mosso da alcunché – altrimenti si cadrebbe nel regresso all’infinito –  ma causa del movimento degli astri e, conseguentemente, di ogni altra cosa dell’universo.

     

Il Primo Motore è una realtà non materiale che è fisicamente immobile, ma l’unica azione attiva che compie è quella di pensare se stesso. Causa il movimento in quanto oggetto di amore da parte del cielo: gli astri – e, più in generale, ogni sfera dell’universo aristotelico – sono mossi dal desiderio di imitare la perfezione del Motore Immobile, che dunque – dice Aristotele – “muove in quanto amato”.

Per rimanere sul tema cosmologico, anche se la nostra comprensione dell’universo si è notevolmente evoluta, come non citare Interstellar come manifesto nolaniano dell’amore (ne abbiamo già parlato in “Interstellar – La metafisica dell’amore”). Un padre, Joseph Cooper, che è mosso dall’amore verso la figlia e che, nella scelta di privarsi di quell’amore per offrirle una speranza, dona se stesso come uomo, come insieme di punti immanenti in un disegno trascendente.

Simbolo di questa forza attrattiva oltreumana è il fatto che la figlia, oggetto del suo amore, lo aveva pregato di non partire per quel viaggio, probabilmente, senza ritorno. Ma questa declinazione del conatus spinoziano porta Cooper ad agire andando oltre l’amore immediato di sua figlia, mosso da un amore più profondo e non riducibile ad un bene momentaneo e senza futuro.

Tuttavia non sono solo le persone ad essere oggetto di amore: si amano gli ideali, si amano le virtù, si ama tutto ciò che ancora è in grado di meravigliarci, di farci vedere il mondo con gli occhi del fanciullino pascoliano. Più in generale si ama ciò che ci fa sentire nel posto giusto, ciò che ci dona una goccia di ordine in un caotico oceano paradossalmente banalizzato dalla quotidianità.

L’amore verso un ideale è proprio il Motore Immobile che muove le azioni dei due volti del Bene di Gotham nella trilogia del Cavaliere Oscuro: il commissario Gordon e Batman.

Un poetico dualismo che vedrà prima Gordon sacrificare il proprio ideale di giustizia per un bene superiore, permettendo a Batman di utilizzare quella forma di giustizia fai-da-te costantemente in bilico sul filo della moralità. Poi sarà la volta dell’uomo-pipistrello, che si renderà conto di doversi sacrificare come uomo e come simbolo, per dare nuova linfa ad una giustizia così vicina al suo cuore ma troppo lontana da quella che lui stesso avrebbe potuto incarnare.

Nel gioco dialettico delle parti, il comune denominatore rimane quella forma di giustizia trascendente, oggetto di ammirazione di quegli amanti virtuosi che, nelle loro decisioni, sono mossi dall’aspirazione verso la perfezione di quell’ideale. Corrono, combattono, soffrono, si sacrificano, arrancano nel cercare di portare sulla terra un frammento di quel principio etereo, ma si scontrano costantemente con la consapevolezza che quell’idea che muove le loro azioni è in grado di illuminare il cammino da seguire, ma non può annichilire l’oscurità che vi si insinua.

Memento e Inception possono essere accomunati dalla duplice natura dell’amore: vi è una continua tensione fra l’amore della verità e l’amore verso il ricordo di una persona cara. Sia Leonard Shelby che Dominic Cobb lottano contro quei ricordi e, anche se gli obiettivi di quello scontro interiore sono differenti, sono mossi dalla ricerca di una realtà che possa placare il loro senso di inquietudine.

Poco importa, in tal senso, che entrambi i protagonisti dei rispettivi film giungano ad una risposta sfuggente che non esaurisce la portata della loro domanda esistenziale, perché lo slittamento qualitativo dal ricordo di altri al ricordo di se stessi ne determina la crescita individuale.

Insomma, tutte le decisioni sono dettate dal movimento cosmico che si istanzia negli oggetti del nostro desiderio, intenso in senso mistico, come scintilla della nostra umanità. Ma non sempre questa scintilla illumina gli oggetti che ammiriamo; capita che talvolta getti un’ombra sul nostro animo e infiammi il nostro Ego.

Metafora perfetta di questa frammentazione individuale è The Prestige, un film che, in un certo senso, sfugge al Motore Immobile. Le azioni dei due protagonisti, Alfred Borden e Robert Angier, sono mosse dalla forma di amore più primitiva che possa esistere: quella verso il proprio Sé.

La volontà dei due illusionisti di perfezionarsi degenera nell’incapacità di darsi al mondo. Ciò che si dissolve magicamente è la loro umanità perché, paradossalmente, amare se stessi in modo così patologico li rende incapaci di amare qualsiasi altra cosa.

Certo, è vero che il sacrificio è il segreto per un buon numero di magia. Ma è altrettanto vero che quando il sacrificio non fortifica la nostra identità, ma anzi la frantuma nelle particelle subatomiche di un Ego condannato ad assorbire la propria umanità come un buco nero, allora quel sacrificio viene nullificato, nel senso più stretto.

Dunque è preferibile che le nostre azioni siano sì legate al nostro essere nel mondo, ma anche che la loro intenzionalità sia rivolta verso qualcosa di più lontano dalla nostra comprensione. L’amore oltreumano, esattamente come la giustizia, ci indica il cammino da seguire, ma le scelte ricadono nel dominio degli uomini.

Non è un caso che Dante chiuda la Divina Commedia con un verso dal sapore decisamente aristotelico.

L’amor che move il sole e l’altre stelle

La fine di un’opera eterna e, contemporaneamente, l’invito a rivolgere lo sguardo dove, forse, tutto è iniziato.

Leggi anche: Christopher Nolan – La Poetica del Tempo

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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