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Dunkirk – Il Nemico che non si vede

Il cinema di guerra è un genere cinematografico che affonda la sua realizzazione in un perfetto binomio: da un lato l’azione; cronache di guerra, battaglie terrestri, navali o aeree, campagne militari, operazioni segrete e affini. Dall’altro lato la storia o il fattore storico; elementi imprescinbili con i quali si narrano vicende realmente accadute, donando alla trama una sua profondità.

I film di guerra hanno sempre seguito la cronologia degli eventi contemporanei. Tuttavia se le trame della Guerra Fredda o della guerra in Vietnam hanno dominato lo scenario cinematografico tra gli anni ’70 e ’80, la nostra generazione ha assistito da Salvate il Soldato Ryan e La Sottile Linea Rossa ad un ritorno agli eventi della Seconda Guerra Mondiale (tolto qualche titolo come Black Hawk Dawn, The Hurt Locker e Zero Dark Thirty).

Film di un certo spessore, alcuni vantano titoli poco conosciuti al pubblico (come ad esempio The Land of Mine). Assistiamo ad una fedele ricostruzioni dei fatti, il cui binomio azione e storia si equilibrano come se poggiati su piani di una bilancia. In questa cerchia di pellicole, si colloca un film il cui regista ha saputo sfruttare la sua creatività per scrivere e dirigere un’opera divenuta originale per la sua realizzazione.

Stiamo parlando del celebre Dunkirk del genio visionario Christopher Nolan, uscito nelle sale cinematografiche nel non lontano 2017. Parlarne, all’interno di questo articolo, vorrebbe dire mettere in luce alcuni aspetti davvero innovativi, che hanno portato questo film a riscrivere il genere del war-movie.

Dunkirk: Trama

Dunkirk

Molto brevemente la trama. Dunkerque, nord della Francia. L’Inghilterra è a una quarantina di chilometri, separata dallo stretto della Manica. Siamo nel 1940. La Seconda Guerra Mondiale è iniziata da poco più di un anno, e l’esercito del Terzo Reich sembra inarrestabile. In questo lembo di terra, 400.000 soldati, tra inglesi e francesi, sono intrappolati in una morsa. L’esercito tedesco è alle loro spalle, pronto a piombarli e fare di loro un tiro al bersaglio. In un modo o nell’altro, questi soldati dovranno essere portati al di là della Manica.

È all’interno di questo scenario che Dunkirk inizia senza troppi indugi. Un misero numero di soldati, per lo più ragazzi, si aggira per le strade di una città deserta, splendidamente fotografata. Calano dall’alto volantini per demoralizzare i soldati, invitando le truppe alla resa. Non si sa chi siano e come siano giunti lì. Non ci sono dialoghi, solo un silenzio, violato improvvisamente da degli spari e dalla colonna sonora che propone incessante il ticchettio di un orologio.

Dunkirk, fin dalle prime battute, si mostrerà un war-movie atipico. Avremo personaggi che si innalzeranno a protagonisti, i quali saranno artefici dell’impresa. Tommy che cercherà, assieme ad altri, di fuggire da quella spiaggia. Il Signor Dawson il quale deciderà di rispondere all’invito della madrepatria: dalle spiagge inglese, usare il proprio peschereccio per recarsi in Francia e caricare a bordo più soldati possibili. O ancora Farrier che difenderà col suo Spitfire i cieli dalla Luftwaffe, rendendo più libero il transito a quelle imbarcazioni.

Il tutto con la consapevolezza che il nemico possa piombare da un momento all’altro.

Il nemico che non si vede

Indubbiamente il war movie è un genere, fra i tanti, che presenta parecchi elementi stereotipati. La battaglia iniziale che si tramuta in carneficina. Il soldato che diventa eroe a seguito di una nobile impresa. Il commiato finale al comandante morto o del comandante vivo nei confronti dei suoi uomini. La coraggiosa resistenza di un manipolo di soldati contro un numeroso esercito. Infine, il lato umano della guerra: scene di cameratismo, sacrificio di alcuni per salvare i compagni, riflessioni sul fatto che la guerra sia inutile, brutta e sporca, eppure talvolta necessaria.

Tra tutti questi cliché, in Dunkirk vi è un topos su cui Nolan ha saputo ben lavorare: il nemico. In tutti i film di guerra che si rispettano, il nemico è una perenna costante. Si vide, si tocca, c’è. Ha una sua uniforme, una sua lingua, delle proprie armi, addirittura una storia. Vive perché deve compiere un dovere: o che sia quello di difendere un territorio; o che sia quello di attaccare per una ragione che gli giunge dall’alto; o che sia chiamato a svolgere una missione senza troppe domande. Di conseguenza quelli che sono i protagonisti devono respingere questi continui avversari.

Ora, se guardiamo Dunkirk, noteremmo un dettaglio che non passa inosservato sin dalle prima battute del film, per poi avere una prospettiva più esplicita: il nemico, quello che secondo la storia dovrebbe rappresentare i nazisti, non c’è. Nolan sembra eliminare volutamente questo soggetto. Il nemico non si vede, parla solo attraverso le pallottole che spara da chissà dove.

Dunkirk: il nemico che non si vede

È chiaro che tutto questo assume una coloritura dall’immenso contenuto originale. Prima di Dunkirk, solo La Sottile Linea Rossa aveva tentato un effetto del genere; eppure ci troviamo, in quel caso, dinanzi ad un semplice ritardo dell’apparizione del nemico nei soli 40 minuti di film.

Nel film di Nolan, veniamo immersi così a fondo nella storia che ci mescoliamo a quei giovani soldati. Respiriamo la loro aria, la loro tensione, i loro animi sempre in uno stato di perenne angoscia e allarme, dal momento che qualcuno possa giungere. Togliendo lo spazio all’avversario, è come se vivessimo in presa diretta le emozioni che le truppe britanniche provarono quei tre giorni alla mercé del fuoco di artiglieria, di bombardamenti e dei caccia tedeschi.

È, tra l’altro, un espediente con cui il regista sprona alla conoscenza extra-filmica. Solo chi è dotato di un minimo di lume storico, sa che durante l’Operazione Dynamo furono i nazisti ad accerchiare quei poveri soldati, risparmiando le munizioni perché tanto si sarebbero arresi. Ma chi non possiede un bagaglio culturale, Dunkirk invita il pubblico a prendere un libro di storia e ad informarsi. Infondo, il cinema non è anche questo?

Umana salvezza

Dunkirk, e qui vi è una ulteriore peculiarità, passa dall’essere un film di guerra, all’essere un film che non descrive, nei fatti, una battaglia. Proprio in virtù di quell’assenza del nemico, non abbiamo uno scontro tra forze armate, ma solo la narrazione di un esercito che deve uscire da una morsa, da una trappola, da una gabbia. Nolan riscrive un importante avvenimento storico, la cui salvezza diventa colonna portante della trama. È la storia di un salvataggio, il quale viene chiamato, giustamente, tramite l’appellativo di miracolo.

Sebbene sia un film che trascende la storia, si adattano categorie che travalicano la storia stessa, riducendo quest’ultima a cornice comunque sia importante. Dunkirk non parla mai di una lotta tra inglesi e nazisti. Anzi, questi ultimi non vengono mai menzionati. Non vi sono frasi o citazioni con il quale si esplicitano l’arrivo dei nazisti. Ma è adottato un solo termine che uniformizza il tutto:

Là c’è il nemico.

Ed è così potente, onnipresente, ma anche invisibile, cattivo, portatore di morte, per cui il termine più idoneo sarebbe quello di Nemico con la lettera maiuscola.

Vi è, nel film, una prospettiva più ampia: i soldati abbattuti sulla spiaggia, rappresentano quell’umanità che si ritira perché ha di fronte a sé un nemico troppo grande e troppo forte, desideroso di eliminarla. Non parliamo di vigliaccheria, ma solo di salvezza, la cui vittoria risiede proprio nella sopravvivenza. E quel dialogo finale sembrerebbe suggellare questo pensiero:

Uomo cieco: “Ben fatto ragazzi, ben fatto”.

Alex: “Ma siamo solo sopravvissuti”.

Uomo cieco: “E ti sembra poco?”.

Nolan non vuole screditare il coraggio di quei poveri soldati, e nemmeno buttare del fango contro un errato tentativo di resistenza. Semplicemente, Dunkirk, vuole evidenziare che il più delle volte non basta trincerarsi nel tentativo di sconfiggere un Nemico di cui non si conosce niente, se non il fatto che esso sia troppo forte. Nella lotta risiede la vita sia di chi imbraccia il fucile e sia di chi è al di qua delle zone di guerra, al cui vertice di tutto risiede l’umanità e la sua relativa salvezza.

È come se Nolan fosse riuscito, all’interno di un war-movie, a mettere in risalto l’aspetto più ideologico di quel periodo. Se ci pensiamo, infatti, uno dei principi ideologici fondamentali incarnati durante la Seconda Guerra Mondiale fu proprio quello di combattere un male nato dal ventre dell’Europa.

 

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