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Black Mirror – Il Senso dell’Empatia Distopica

La costruzione di un modello esistenziale che lega l’uomo alla tecnologia è la colonna portante di Black Mirror. Questa serie cult si contraddistingue per il modo angosciante e claustrofobico in cui dipinge il futuro della realtà in cui viviamo, secondo un filone distopico e verosimile.

In un contesto futuristico ma neanche troppo i protagonisti degli episodi (tutti slegati tra loro) fanno i conti con evoluzioni talvolta incontrollabili degli strumenti digitali con cui convivono, evoluzioni che hanno conseguenze drastiche sulle loro vite personali.

In Black Mirror, stagione dopo stagione quello che conta è il modo in cui il singolo si trova in situazioni interattive progressivamente più complesse sia nella realtà virtuale che in quella concreta.

A tal proposito, spendere due parole sul nodoso tema della connessione empatica è necessario per una miglior comprensione di molti elementi di questa serie tanto amata e commentata negli ultimi anni; nel celebre episodio speciale della seconda stagione, Bianco Natale, il focus su questa funzione della tecnologia è presente in ogni parte.

Quello dello Z-Eye che Matt usa per incoraggiare giovani a flirtare tra loro è un terrificante consulente d’amore, che dovrebbe compensare le naturali insicurezze tipiche delle quotidiane interazioni tra uomo e donna.

Se ciò potrebbe sembrare abbastanza, però, Black Mirror porta questa invasione empatica su un piano ancora più estremo, con la funzione del ban nella vita reale: quanti di noi hanno segnalato utenti molesti sui social? Quanti di noi hanno in determinati momenti desiderato essere invisibili allo sguardo insistente dell’Altro?

Con questa forma fittizia di allontanamento forzato, lo show eleva alla massima potenza quello che la connessione (e la sconnessione) empatica possono significare per normali individui immersi in un ambiente iper-digitalizzato.

Gli spettatori assistono ammutoliti al racconto dei due protagonisti, che durante l’episodio arriva a convergere tramite due flashback devastanti: la possibilità di trasferire la propria coscienza in un cookie computerizzato in grado di gestire i compiti vitali meno significativi per il soggetto. 

Utilizzato a scopi investigativi, questo oggetto consente ad un controllore esterno di gestire le percezioni di un individuo, con la potenzialità di torturarlo in infiniti modi possibili.

In Arkangel la connessione empatica è elaborata in termini di distorsione digitale del rapporto madre-figlia: in seguito ad uno smarrimento, una donna decide di impiantare un sofisticato GPS nel cranio della piccola, strumento che le consente di controllare comodamente ogni sua esperienza da un comune tablet.

La bambina cresce così in una campana di vetro, senza la possibilità di sperimentare quei piccoli eventi che garantiscono uno sviluppo sano e imperfetto; come si può immaginare, questo tipo di sintonizzazione protettiva causerà durante il critico periodo di transizione adolescenziale uno strappo drastico.

La ragazza si ribellerà alla madre, che empaticamente le giura di abbandonare il tablet, salvo poi ritornare suo malgrado a spiarla nei momenti delle sue prime esperienze a rischio; in questo caso la connessione empatica è il paradosso che produce incomprensioni, liti violente e conseguenze irreparabili per quella che sarebbe dovuta essere una famiglia.

Vagando per il famigerato Black Museum possiamo invece imbatterci nell’apoteosi del ruolo più intrinsecamente violento che la perversione dell’empatia gioca in questo show: un medico con la capacità di sentire il dolore e la paura dei pazienti e un uomo che, non rassegnato a lasciare andare la moglie in coma, la accoglie nella sua coscienza come una nuova personalità, sono due dei tipi umani principali dell’episodio.

Le spiegazioni sono sicuramente ancora lontane, ma forse Black Mirror può aprirci gli occhi su un quesito urgente e scomodo: quando la tecnologia smette di renderci umanamente empatici e ci porta ad alienare ogni forma di riconoscimento verso l’Altro?

 

Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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