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Westworld e il modello Reticolare dell’Empatia

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L’empatia è per definizione la capacità tipicamente umana di immedesimarsi negli stati d’animo altrui, comprendendoli a tal punto da sentirli propri.

La connessione empatica è – o dovrebbe essere – il substrato delle relazioni umani, dove riconoscere negli altri un’estensione separata del proprio sé determina tale capacità.

“L’empatia è l’atto paradossale attraverso cui la realtà di altro, di ciò che non siamo, non abbiamo ancora vissuto o che non vivremo mai e che ci sposta altrove, nell’ignoto, diventa elemento dell’esperienza più intima cioè quella del sentire insieme che produce ampliamento ed espansione verso ciò che è oltre, imprevisto“, scriveva Edith Stein nella seconda decade del ‘900.

Westworld, serie HBO in onda dal 2016, cattura pienamente questa connessione e la struttura su più livelli, dandone una differente direzionalità. Così come lo è la struttura narrativa, anche i legami empatici sono stratificati in profondità ed afferrarli non è sempre semplice.

Lo spettatore stabilisce sin da subito una connessione con i vari personaggi, che si dividono in residenti ed ospiti. I primi sono androidi che abitano un mondo fittizio in stile western, nel quale i secondi, gli esseri umani, vengono per dare sfogo ai loro desideri più nefasti.

Vedendo stupri, omicidi, torture compiuti dagli ospiti nei confronti dei residenti (ai quali ogni giorno viene cancellata la memoria a breve termine), la funzione empatica dello spettatore si dirige verso la sofferenza provata da questi ultimi. Ma la consapevolezza che gli androidi non sono esseri umani e che non hanno una coscienza, ci spinge prepotentemente verso la comprensione delle azioni degli ospiti, che sembrano cadere al di fuori delle categorie legali e morali.

C’è poi un diverso tipo di connessione empatica all’interno della storyline, che lo spettatore può cogliere ma che non parte da lui: non è un legame spettatore-personaggio, ma personaggio-personaggio. La capacità empatica che lega gli ospiti ai residenti si manifesta, specularmente, nella mimesi del dislivello ontologico fra spettatore e personaggi. Così, come noi possiamo immedesimarci nei vari personaggi, accade che alcuni ospiti riescano ad empatizzare con i residenti, pur consapevoli della loro “inferiorità ontologica”. È il caso di William che finisce per innamorarsi di Dolores, creando con lei un legame empatico così forte da sprigionare in seguito una malvagità non solo senza empatia, ma anche senza razionalità.

Lo stesso tipo di connessione empatica viene messa in scena, attraverso quelli che scopriremo essere dei flashback, nel rapporto fra Arnold, l’altro creatore del Parco e degli androidi, e Dolores, una delle sue prime creazioni.

In seguito ai numerosi dialoghi con Dolores, Arnold matura sempre più la convinzione che gli androidi possano sviluppare una forma di coscienza molto simile a quella degli esseri umani e decide di non aprire il Parco. Ma non riuscendo a convincere il suo socio Ford, modifica l’algoritmo di Dolores in modo che decida di sterminare tutti gli altri androidi, per poi uccidere lo stesso Arnold.

È interessante notare che la connessione empatica tra Arnold e Dolores sia slegata dal tempo, nella misura in cui la sua bidirezionalità non è temporalmente simmetrica. Se dapprima questa si consolida in una direzione che va dal creatore all’androide e la spinta empatica è tale che egli scelga deliberatamente di farsi togliere la vita per salvarla da un destino di sofferenza cosciente, successivamente è la stessa Dolores che, una volta presa coscienza dell’accaduto, è divorata da un senso di colpa che non le appartiene. Un senso di colpa che veicola proprio la sua capacità empatica, creando l’ultimo tassello di un modello reticolare di empatia dove la connessione si muove in molteplici direzioni: non più solo spettatore-residente, spettatore-ospite e ospite-residente, ma anche residente-ospite.

Le connessioni empatiche permeano la narrazione di Westworld in un modo così pervasivo che talvolta si fa fatica a capire dove finisce la nostra capacità di immedesimarsi nei personaggi ed inizia la loro. Si fa fatica a capire se quella in cui ci immergiamo è la nostra empatia, oppure la loro.

Leggi anche: https://www.artesettima.it/2018/04/07/westworld-universo-dei-uomini/

Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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