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Richie Tenenbaum – We’re all Needles in the Hay

Richie

Difficilmente, riferendosi al genio di Wes Anderson, non ci si ritrova ad osannare l’incredibile equilibrio della sua estetica, la geometria delle sue inquadrature, la stasi comunicativa di ogni suo più celebre frame; difficilmente non si è mai ricorsi alla parola dipinto per descrivere la perfezione formale dei suoi film.

E difficilmente non si riconosce I Tenenbaum come uno dei suoi più lavori più ben riusciti; non solo per la plasticità della fotografia, ma per il modo in cui ogni pittorica inquadratura, ogni sguardo all’apparenza distante, ogni essenziale scambio tra i protagonisti comunica con lo spettatore ad un livello assai più profondo.

Richie

La scena sulla quale andremo a focalizzarci, non avendo la pretesa di racchiudere un’analisi su un film del genere in poche centinaia di parole, è una delle più struggenti ad ogni singolo livello stilistico. Scena che ha per protagonista Richie, interpretato da Luke Wilson, uno dei tre fratelli Tenenbaum attorno alle cui rispettive debolezze e fragilità si snoda lo svolgimento della trama; ognuno di loro, chiamato a successo ed imprese nell’età infantile, ha con gli anni ceduto il passo all’imbarazzo e alle difficoltà dell’età adulta, complice il fallimento del matrimonio dei genitori e la fuga egoistica del padre, Royal Tenenbaum (interpretato da Gene Hackman).

Dal suo improvviso ritorno, reso plausibile da un cancro allo stomaco da egli stesso inventato, la famiglia si riunisce nella stessa casa dopo quasi 20 anni. E ciò ci permette di cominciare a conoscere i tre fratelli, nella loro umanità, nel loro disagio e nel loro quasi compulsivo nascondersi, ognuno a suo modo: Chas, interpretato da Ben Stiller, celebre finanziere annunciato ma ritrovatosi vedovo, con due figli ed un’incatenante ipocondria che lo spinge a valutare esageratamente ogni passo da compiere; Margot (Gwyneth Paltrow), adottata, da bambina scrittrice talentuosa, da adulta ingabbiata nella monotonia coniugale, perennemente nascosta dietro un’irremovibile maschera di freddezza; e appunto Richie, dapprima emergente giovane tennista, oramai rinchiuso in un indecifrabile silenzio, con occhi solo per il suo falco e con il viso sepolto sotto una folta chioma di barba e capelli.

Richie

La ragion prima dell’auto-esiliarsi di Richie ha, tuttavia, un nome e un cognome: l’amore per la sorellastra Margot, taciuto per decenni a causa della distanza e razionalmente impossibile a concretizzarsi. Ma il vivere sotto lo stesso tetto, il tornare a confrontarsi quotidianamente, spinge Richie sino al limite dell’umana sopportazione, proiettandolo così alla meravigliosa scena in questione. Scena, doveroso sottolinearlo, accompagnata dalle note del commovente pezzo Needle in the hay di Elliott Smith.

Le corde di una chitarra cominciano timidamente a vibrare, la voce di Smith emette il primissimo suono: Richie è immobile davanti allo specchio del bagno, simmetricamente inquadrato, come da manuale di fotografia Wes Andersiana. Lentamente, inizia a tagliarsi i capelli, poi ad accorciarsi la barba, infine a radersi completamente il viso, scoprendolo per la prima volta dall’inizio del film. Si guarda negli occhi, liberi da quelle lenti scure perennemente indosso, e si vede. Fuori da ogni nascondiglio, alla luce della più a lungo occultata verità della sua vita, del più a lungo soffocato desiderio; ma al tempo stesso consapevole dell’impossibilità di materializzarlo. E allora, soccombe a tale impossibilità, tentando di tagliarsi le vene davanti al medesimo specchio che aveva assistito il suo scoprirsi.

Le ormai incalzanti note di Elliott Smith lo seguono fino all’ospedale, dove viene miracolosamente salvato, e cessano all’ingresso di Margot in camera ospedaliera. Poche scene dopo, Richie si dichiarerà, guardandola e lasciandosi guardare. L’esito del loro dialogo li proietterà entrambi, per la prima volta, fuori dalle catene delle aspettative familiari, finalmente veri nella loro libera e complementare imperfezione.

I can’t be myself
I can’t be myself
and I don’t wanna talk
I’m taking the cure
so I can be quiet
whenever I want

So leave me alone
you ought to be proud
that I’m getting good marks.

 

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