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Il Divo – Presidente, sta arrivando una brutta corrente!

Il Divo

Stragi e complotti portano la firma di Craxi e Andreotti

In una delle prime scene de Il Divo, Giulio Andreotti percorre il corridoio della sua stimatissima casa in corso Vittorio Emanuele II, al civico 326. Si appresta minuziosamente a spegnere ogni lampadario del lussuoso andito che ha percorso migliaia e migliaia di volte. L’eterno Giulio non ha mai amato la luce, in particolare quella privata. La sua esistenza è stata condotta nell’ombra dei chiaroscuri del potere pubblico e rimanere esposto ai bagliori della coscienza non era un buon affare per chi aveva contratto rapporti con la Mafia, con la P2 e con i tanti burattinai italiani.

Non amava così tanto la luce che era solito percorrere via Giulia, scorcio romano nei pressi della sua abitazione, alle primissime ore del mattino. Quella passeggiata era l’unico momento in cui Andreotti non si sentiva osservato, eppure neanche lì restava nudo. Un uomo come lui non poteva concedersi il lusso della disattenzione, il vezzo della crepa, il vizio dei deboli. Doveva rimanere concentrato su sé stesso piuttosto che sugli altri; strano a dirsi per il politico più potente della storia d’Italia.

Ma il cinico Giulio Andreotti non fu mai solo. Il suo cammino politico fu accompagnato misticamente in primis da Dio e in secundis dalla Roma e, molto più mestamente, dulcis in fundo dalla potentissima corrente andreottiana, la cosiddetta Primavera. Per dirla con le parole della fedele segretaria del sette volte Presidente del Consiglio Vincenza Enea Gambogi:

Una brutta corrente!

  • Franco Evangelisti, alias Limone
  • Giacomo Ciarrapico, alias Il Ciarra
  • Salvo Lima, alias Sua Eccellenza
  • Paolo Cirino Pomicino, alias O’Ministro
  • Fiorenzo Angelini, alias Sua Sanità
  • Vittorio Sbardella, alias Lo Squalo

Questi sei uomini, a cui andrebbero aggiunti altri come Vito Ciancimino o Nino Cristofori, hanno costituito il più influente gruppo politico della storia della Prima Repubblica

Sorrentino ne tratteggia i lineamenti in una delle scene celebri del ritratto di Giulio Andreotti. E ciascuno, anche in pochi fotogrammi, esibisce le peculiarità che lo hanno contraddistinto.

Pomicino scende dall’auto blu gaudente e spavaldo, attorniato dalla prominente presenza delle sue addette stampa. O’Ministro sapeva bene cos’era il potere, e sapeva altrettanto bene come esercitarlo. Medico chirurgo, più volte deputato, più volte ministro, infine eurodeputato, Cirino Pomicino era l’avanscoperta di Andreotti, colui che in ogni modo tentò di portare Il Divo al gradino più alto della Repubblica Italiana: il Quirinale.

Evangelisti parla al telefono con fare circospetto, ben attento da qualsivoglia occhio indiscreto. Limone doveva fare il gioco sporco, tenere le redini dei cavalli più imbizzarriti. Servo fedele di Belzebù, soprannome che Craxi affibbiò ad Andreotti per distinguerlo da Belfagor Licio Gelli, Evangelisti era il vero braccio destro di Andreotti, l’uomo che non lo abbandonò mai.

Ciarrapico non arriva in auto blu, d’altronde non aveva alcun incarico pubblico (diverrà Senatore soltanto nel 2008 con il Popolo della Libertà). Arriva in Ferrari e, mentre scende dall’auto, parla a due cellulari diversi, mostrandosi arrogante con uno e ossequioso con l’altro. Il Ciarra non per caso è stato per definizione ciò che in Italia abbiamo sempre chiamato faccendiere, ovvero un intrallazzatore nato. Plurindagato e pluricondannato, Ciarrapico era amico intimo e non solo del Papa Nero, sostenendolo economicamente e moralmente in ogni campagna elettorale.

Sbardella, appena mette piede fuori dalla macchina, lancia uno sguardo fulmineo nell’androne di Palazzo Chigi e si tira sù i pantaloni come se fosse pronto per fare a botte. Lo Squalo, e dal soprannome si capisce già tanto, era una macchina da guerra, un vero cannoniere di preferenze. Mai sazio di potere, dopo la morte di Lima tradisce Andreotti, dandogli lo schiaffo più grande della sua carriera: Scalfaro Presidente della Repubblica.

Infine Angelini, che in macchina fa uno strano movimento con le mani, come a coprirsi il volto con una maschera. Sua Sanità d’altronde era double face: si mostrava in un modo ed era in un altro. Ministro della Sanità della Santa Sede, era il contatto di Andreotti più prezioso, e forse anche il più denso di misteri.

Insomma la corrente era tutto per Andreotti. E Andreotti era tutto per la corrente.

Il Divo

Ma ciò che lo portò in gloria, lo attorniò anche di tanti, troppi dubbi. E in un’altra scena, mentre Andreotti si confessa a Don Mario, questi vengono a galla.

Don Mario: Da troppi anni c’erano questi sospetti su Lima come uomo legato alla Mafia; era troppo chiacchierato. E anche gli altri esponenti della tua corrente sono chiacchierati. Tutto questo non è bene.
Andreotti: Anch’io sono chiacchierato.
Don Mario: Ma tu sei Giulio Andreotti, loro no.
Andreotti: Almeno questo non è colpa mia.
Don Mario: Giulio, perché ti circondi di certa gente?
Andreotti: La guerra si fa con i soldati che si hanno.
Don Mario: I migliori possono scegliere i soldati migliori.
Andreotti: Ma gli alberi per crescere hanno bisogno del concime.
Don Mario: La tua ironia è atroce.
Andreotti: L’ironia è la migliore cura per non morire e le cure per non morire sono sempre atroci.

Il Divo sapeva bene quanto fosse prezioso l’appoggio di chi, come lui, non si fosse mai curato del mezzo ma sempre e solo del fine. Sapeva bene che come pecunia non olet, anche i voti non puzzano mai. E sapeva bene che, prima o poi, anche i grandi cadono, molte volte proprio per colpa del fuoco amico. La Primavera fu il baluardo delle vittorie e delle sconfitte della Sfinge, l’indecifrabile Divo che nel profondo della propria anima tutto era fuorché glaciale. Ma questo, come di tutto ciò di cui lo accusarono, dall’omicidio Pecorelli a quello di Piersanti Mattarella, dai rapporti con Michele Sindona fino a quelli con la famiglia Bontade, non lo scalfì mai. Tranne una volta. Tranne per l’omicidio Moro.

Lì anche Andreotti si strusse, consapevole di non aver fatto ciò che poteva (e forse doveva) fare.

Lì anche Andreotti rimase con gli occhi lucidi, come forse mai gli era accaduto prima.

Lì anche Il Divo perse, perché quel giorno l’Italia intera aveva perso.

Quell’uomo, che stimò come nessun altro, d’improvviso era andato via e la luce che tanto odiava calava un buio che sapeva soltanto di nostalgia. Era Moro la buona corrente che l’avrebbe portato ugualmente in alto e che mai avrebbe venduto la propria anima al Diavolo. Era Moro lo statista che avrebbe voluto essere e che mai diventò.

Moro, Moro, Moro. Quel nome riecheggiò nella testa di Andreotti ogni istante della vita che gli rimase e divenne un potente mal di testa a cui mai trovò rimedio. Moro, Moro, Moro fu l’eco che fece calare il sipario sulla vita del Divo, anche quando le tende erano ancora ben spalancate. Perché da quel giorno nessuno potè parlare bene di Andreotti.

E se non puoi parlare bene di una persona, non parlarne affatto.

Piccola nota a margine: Vi ricorda qualcosa questa scena? Se pensate di sì, avete fatto centro. Se vi dicessi 1992, Super Sound degli anni 70′, e sei uomini vestiti di nero che parlano di mance, vi viene in mente alcunché?

Il Divo

 

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