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Nuovi Sguardi: Federico Fasulo e Will There Be Enough Water? – La Dialettica della Nebbia

Partito da una Milano che sempre più fermentante, giunto in una Berlino che da sempre sottende sussurri emblematici della grande riflessione antropologica: Federico Fasulo, studente di Filosofia all’Università degli studi di Milano, firma questa sua prima opera, la cui estetica davvero proverbiale si trova a fare i conti con il soffuso luogo delle chimere teologiche.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo.



Ciao caro Federico, innanzitutto complimenti per questa piccola opera, la cui bellezza sta forse in un meraviglioso contrasto tra un’estetica fortissima ed un caos narrativo irrisolvibile, nel senso ovviamente positivo del termine.

Ciao Andrea, grazie e grazie ancora per l’intervista, che piacere! Posso già dire qualcosa a riguardo? Abbiamo fatto una scommessa con questo cortometraggio: fin dall’inizio abbiamo deciso di non imboccare l’audience col cucchiaio riguardo al lato narrativo, ma piuttosto di lasciarli mordere da soli i significati dentro le immagini del film e lasciargli digerire la loro versione della storia.

Come prima domanda partirei proprio da questi due punti: ho percepito una regia, accompagnata da una fotografia davvero splendida, che ci avvolge in uno sguardo sempre patinato, ombroso nel non rivelarsi del tutto, a tratti voyeuristico (alla Wong Kar-Wai per intenderci), come se la realtà non esistesse mai davvero. E’ questo che volevi comunicarci, che non possiamo accedere, alla fine, a nulla di limpidamente vero nella nostra ricerca umana?

La prospettiva da cui ho visto questa storia è simile a quella di un osservatore empatico, ma pur sempre esterno ai personaggi che si ferma con loro giusto per il tempo della storia. Proprio per questo la tua osservazione è calzante: lo sguardo sugli abitanti del film non ci rivela del tutto quello che succede dentro di loro. I loro desideri e paure ci aprono finestre sul loro passato che però non sono mai dischiuse completamente, il passato della donna misteriosa ad esempio abbiamo deciso di non raccontarlo apertamente, ma di usarlo per scolpire la performance con l’attrice. Per quanto riguarda invece la verità dei personaggi, ossia la loro ricerca di verità, il mondo del film neanche a loro offre certezze gratuite, l’ambientazione è ombrosa, nuvolosa, avvolta dalla nebbia appunto, per mostrare la “battaglia” che ognuno di noi deve combattere per la propria verità contro la foschia del mondo.

Penso che i cortometraggi posseggano l’arte della sospensione, dove nulla inizia o finisce davvero, ma racconta un istante di significato. Quello che più mi ha affascinato è che l’uomo, incarnato in uno splendido ossimoro con il prete, così che i due archetipi potessero collidere, più cerca significato e redenzione, e più diviene peccatore. E’ forse per te proprio nella ricerca di un senso ultimo, il non senso di Dio?

La ricerca della fede del prete credo che sia molto vicina ad un tipo di ricerca che facciamo tutti, ma che non ha strettamente a che fare con Dio. Il film per me parla del credere in se stessi, nel proprio giudizio, che forse si può al meglio riassumere nella domanda: quando le prospettive di tutto quello che ti è stato insegnato e di quello che hai davanti agli occhi divergono, da che parte andrai? Proprio per questo il lavoro che abbiamo fatto con Hans, l’attore protagonista, è stato principalmente sulla direzione di questa ricerca. Fin quando l’uomo cerca la fede in Dio (o in se stesso) al di fuori di sé, che sia nei dogmi della Chiesa, in una guida spirituale o nei suoi compiti (il costume ci ha aiutato molto) non sarà capace di trovare quella base solida, la vera Fede. Quando invece però dalla sua interiorità nasce il bisogno di affermare un certo tipo di convinzione o di credo, in risposta all’insoddisfazione per una certa situazione, penso che questo sia molto più forte, e capace di superare qualsiasi ostacolo esterno, persino un’alta e insidiosa montagna.

La location, gli attori, la qualità in senso pieno dell’opera sono davvero meravigliosamente orchestrati. Oltre al testo, cos’altro hai amato del dirigere questa piccola sinfonia umana?

L’esperienza della realizzazione di questo film è stata simile alla vicenda stessa per certi versi: portare un enorme peso in salita lungo un percorso pieno di ostacoli, qualcosa come Fitzcarraldo. Ho amato particolarmente il momento in cui con il cast e la troupe abbiamo guadagnato un po’ di momento nello spingere questo film, proprio lì la fatica è diventata piacere e l’ostacolo si è trasformato in stimolo. La più grossa lezione che ho appreso è come basti davvero solo una persona che crede davvero in un’idea, dall’interno appunto, per mostrare agli altri da dove trarre la stessa forza e ispirazione.

Infine, un’ultima domanda: la nebbia è l’eterna conclusione irrisolta, eppure alla nebbia c’è chi ha risposto con il sublime, con il romantico, con la libertà di naufragare: tu come rispondi?

Il significato della nebbia in questo film è per me duplice, dialettico. E’ insieme pericolo e liberazione, incertezza e abbraccio divino. L’uomo che l’osserva temendo attraversarla è paralizzato nel suo dubbio, quello che invece è capace di camminare dritto nella nebbia senza spaventarsi per l’incertezza del suo passo è libero, e forte di una fede che reputo molto importante per qualsiasi persona che affronta un percorso artistico.

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