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Il Biografilm, Bologna, i Segreti

Se c’è un qualcosa che di questi tempi mi sembra d’aver capito, è che il mio rapporto con i luoghi ha sempre avuto a che fare più con il tempo che con lo spazio.

Cercare i momenti più belli, a volte accanendosi a tal punto da farseli sfuggire, dimensiona il “dove sei” molto più nei sussurri che rubi, che nelle strade che percorri.

Forse.

Milano è in questo il paradosso più bello, dove la fretta si rincorre a tal punto da confondersi con la sua stessa coda eppure, in una sotto-dimensione non ancora del tutto svelata, qualcuno sta cercando di fermare gli istanti, rubando sorrisi nella metro, fotografando ombrelli che ascoltano un pianoforte, bevendo un vino nei giardini segreti.
La metropoli italiana dell’oggi ha però con lo spazio un rapporto complesso, dato dalla geniale funzionalità dei mezzi pubblici che, seppur conduca ovunque chiunque, crea tanti spazi separati, un po’ alienati tra loro, dando forse proprio a quei percorsi di metropolitana, bus o tram, il non-spazio più accomunante.

Sei più tu a navigare Milano che lei a guidare te.

 

In queste piccole sfumature di un’intuizione assolutamente ancora incerta, io, assai neofita del viandare ovunque capiti di naufragare, mi ritrovai in una Bologna luminosa.

Lo spazio della città dove non si perde neanche un bambino, è incredibilmente più presente del tempo. Il suo centro, che dai portici è protetto e raccontato come antenati silenziosi che ogni vibrazione sanno ascoltare senza mai schierarsi ma sapendo cosa ricordare, è stato quest’anno un luogo dove “capitare” ha sempre avuto un significato.

Parto venerdì, convinto dalla possibilità di partecipare al Biografilm con accredito stampa e il buon Francesco Gamberini come capitano delle spedizioni festival, da un evento di poesia internazionale che potrò solo sfiorare per un istante, e dalla meravigliosa Repubblica delle Idee.

Ad accogliermi, come sempre, da sempre e per sempre, c’è il mio Cicerone personale. Se il grande pensatore della latinità si fosse reincarnato, il mio buon amico Torrone ne sarebbe per certo la degna continuazione antropomorfa. Storico, geografo, egli è saggio vagabondo di un tempo tiranno, al quale  risponde con sguardi segreti, destinati solo a chi sceglie di imparare a guardare con lui. Potrebbe narrarti, il buon vecchio Torrone, che già alle medie era più alto delle maestre, con un pathos degno dei grandi generali, le strategie di guerra da Annibale a Stalingrado: tutte, senza sconti per le guerre secondarie.

Mortadella e birra saranno la nostra benzina, i piedi l’unico mezzo, l’insostenibile caldo l’unico scandaglio del titanico Kronos. E non sarà il tempo a farmi sentire di essere presente, di stare nelle cose che vivo, ma proprio quell’unico spazio che solo il camminare ti mostra, e che Bologna difende a suon di piazze e chiese, di torri e di segreti, che vanno ben oltre quelli più famosi.

“Bologna è il non-luogo delle possibilità” mi confessa qualcuno, ed io, che non ho ancora comprato dei pantaloni corti e delle scarpe estive, vestito come vi fossero 10 gradi, cerco proprio la giusta negazione al mito della complessità.

Ogni spazio ha una sua musica, ogni piazza un suo evento, ogni via un suo frastuono: eppure, seppur faccia di tutto per scinderli, per spostarli nella dimensione temporale di un racconto che non deve fare i conti con dove sia, Bologna mi trascina sempre esattamente in quel passo che sto per compiere, in quella via in cui sto per girare, come se tutto appartenesse ad una medesima rapsodia, che non puoi vivere se non smettendo di provare a distinguerne ogni cosa. Devi essere lì, semplicemente osservando, senza riscrivere in una tua versione spazio temporale, ma descrivendo a te stesso la realtà in cui ti trovi.

Perché è troppo forte la spazialità di Bologna, come se la sua poeticità avesse a che fare con la gravità più che con l’etereo, per questo la gente si siede per terra ovunque possa, invece di fare di tutto per volare via.

Giunto al cinema Lumiére, una delle sedi del Biografilm, assisto ad una scena che, senza saperlo, avrebbe avuto un significato speciale: lì dove gli ospiti, registi o artisti della Settima d’ogni genere, fanno le foto ufficiali, con la gigantografia del festival dietro, c’è un giovane ragazzo la cui stilosità non fa sfuggire un certo sorriso sincero.
I fotografi chiedono anche agli attori di salire, ma c’è qualcosa che non torna: sono 3 anziani quanto mai fuori luogo, imbarazzati, dolcemente ordinari. Chissà, mi dico, di che film si tratterà. Giungiamo in sala, Torrone piuttosto disperato dal mio portarlo, nella totale non-lucidità, in luoghi così seri; Malberini fa pubbliche relazioni in ogni istante, con una classe degna di Vittorio De Sica.

Arriva la presentatrice, ci spiega che si tratta di un film, dal titolo America, che racconta, in un simil-documentario, una storia davvero unica della famiglia del regista stesso. Eccolo, ovviamente lui, che senza gli occhiali da sole accentua quella sincerità che già sembrava un po’ sua. Con una cadenza propriamente pugliese, molto intimidito dalla situazione, ci dice che è una storia sincera, solo questo. Inizia: riprese di fotografie antiche, una voce di nonna che racconta, lui, narratore della sua storia che domanda. La sua voce inizialmente non mi convince, il tutto è clamorosamente amatoriale, mi dispero: forse sto per vedere qualcosa che non mi piacerà per nulla. Ma, il pregiudizio, mai come venerdì mi ha meravigliosamente mentito.


La storia è incredibilmente privata, incredibilmente universale.
Suo nonno, che veniva dalla Grecia, che aveva vissuto a Venezia, che si era innamorato a Taranto, ad un certo punto è fuggito in America, tornando sempre meno, creando una non-famiglia nella nostra Puglia e una nuova famiglia lì.
Il regista ci mostra il suo viaggio nel nuovo mondo, alla ricerca di segreti non ancora vissuti, di un nonno sempre più sfocato, di un perdono sempre più fintamente superfluo, di un finale ai racconti della nonna, degli zii e della madre.
Un musica perfettamente legata a quella dimensione del viaggio privato, a tal punto da farti sentire proprio in quelle metro ancora più eterne di Milano, naufragato in un luogo così frenetico alla ricerca di una perla così rara come una verità  dimenticata.
E scopriamo, in poco meno di un’ora di film, tante piccole verità sui grigi della vita. Scopriamo i tre figli dell’uomo fuggito, totalmente diversi: l’unico maschio assai ferito, di quelli che però non hanno mai affondato, semplicemente hanno subito; la sorella grande è invece la donna più ispirata, che aveva viaggiato per un anno in giro nel mondo, tra funghetti ed autostop; l’altra sorella è colei che ha urlato, colei che ha affondato ma non ha mai accettato. L’altra sorella è la madre del regista, che la sfuma solamente nella storia, per poi dedicargli ogni cosa.

Non avevo assolutamente realizzato che mi stessi innamorando di questa storia. Io, che speculo ogni istante su tutte le sfumature che riesco a catturare, vengo clamorosamente inondato da un’immediatezza dell’emozione che proprio di momenti si nutre, senza permettermi di razionalizzarli. Era semplicemente semplice quello che stavo vedendo ma, infinitamente sincero. Non c’era un lavoro di messa in scena al fine di renderlo più bello, ma un (non) lavoro di racconto al fine di renderlo per ciò che era: un ragazzo che cerca di scoprire la storia di suo nonno, la storia del fuggire, dell’amare anche se non si sa come farlo, a volte distruggendo a volte creando, dell’affrontare scoprendo se stessi, accettando delle ferite, fingendo di dimenticarsene.

“Ai compleanni di mia madre e di mio zio, mio nonno non c’è mai stato. Tra i volti dei presenti, manca il suo.
Forse è per questo che mia madre, anche quando ormai ero adulto, in qualunque luogo mi fossi trovato, mi ha sempre raggiunto per il mio compleanno.” 
Che bellezza penso, quando la semplicità fotte alla grande ogni dimensione di ricerca dell’inarrivabile. Perché la semplicità non è semplificazione, ma è il raggiungere, o meglio il ritrovare dopo mille percorsi, il punto di partenza del sussurro, dell’intuizione che ci ha fatto iniziare, ma non per questo perdendo tutti i pezzi che si è trovati nel mentre, bensì, riuscendo a dire quel poco che ci resta, in quei mille colori che una sola frase può contenere, se essa è nata da un grande viaggio in noi stessi e negli altri.

Astolfo che modifica la contingenza con le metafore. L’esistenza che diventa mitologia del semplice.

Ed ogni cosa, in questi due giorni, mi ha fatto avere paura di dover fare i conti con i kilometri e non solo con i secondi, con le panchine e non solo con gli sguardi, con i colori e non solo con i sussurri.
Ma poi, ho pensato che se si tratta di una danza della realtà, c’è bisogno che il tempo abbia il coraggio di di lanciarsi in un (non) ultimo tango con lo spazio, e tu alla fine non sei altro che un casuale amanuense che ha l’onore di descrivere quel che (ti) capita.


copyright appartenenti a La Repubblica

E forse molto di più, chissà. Perché, quando credevo d’aver raggiunto la fine dello stupore possibile per quei due giorni, Bologna si alza in piedi ad applaudire ad una “Amministratrice di Condominio” che nulla più ha fatto che inseguire la verità.
E quando Ilaria Cucchi emoziona una città intera, c’è ancora speranza per questo paese, dove la bellezza ha sempre avuto una strana relazione con la bontà, la cui danza racconta la Giustiza che davvero vale la pena perseguire.

 

 

Ps. I 3 anziani quanto mai fuori luogo erano la famiglia del regista, stupendo Giacomo Abbruzzese, i quali non avevano ancora mai visto il film.

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Andrea Vailati

"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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