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Frodo – Il Portatore

Il Signore degli Anelli, la saga cinematografica fantasy di Peter Jackson basata sulla trilogia di Tolkien, è la trasposizione della fervida immaginazione di molti di noi; non importa se dal primo film sono passati quasi venti anni, l’intro della Compagnia dell’Anello non smetterà mai di suscitare quel brivido di mistero nel quale la storia degli Anelli è immersa e il primo sguardo sulla Contea non cesserà mai di renderci allegri quasi quanto gli Hobbit.

Proprio questi sono i protagonisti che Tolkien e Jack disegnano con un tratto più marcato rispetto a tutti gli altri personaggi dell’epico fantasy: creature magiche e demoniache, Elfi, Nani e Uomini hanno uno statuto consolidato e in una certa misura mitologico, lontano dalla dimensione contadina, quotidiana e scevra di avventure tipica dei Mezzuomini.

Improbabile è tutto ciò che circonda Hobbiville e le campagne circostanti: la ricchezza della caverna di Bilbo, la sua conoscenza con Gandalf, la trasformazione di un compleanno in un mistero e il fatto che proprio al giovane nipote Frodo Baggins giunga in dono un Anello d’oro, bellissimo e inquietante.

Partendo da Bilbo, Il Signore degli Anelli traccia un filo narrativo che si dispiega in maniera imprevedibile e profonda fino a congiungere l’identità di Frodo alla sua missione, vitale per la sopravvivenza della Terra di Mezzo di fronte al male. Il suo viaggio è una metafora formativa ricca di avventurosi simboli, abilmente celati da Tolkien e Jackson grazie ai personaggi secondari.

 

Frodo e la Contea:  Il Portatore tra prati, caso e Spettri

Il Signore degli Anelli

Ma accadde qualcosa che l’Anello non aveva previsto. Fu raccolto dalla creatura più improbabile che ci fosse […]

Perché presto arriverà il momento in cui gli Hobbit plasmeranno la fortuna di tutti.

Tra narrazione e poesia, Galadriel ci coinvolge con la sua seducente nella trama de Il Signore degli Anelli: seguendo il proprio destino finché il Caso non prevale, l’Anello di Sauron si ritrova improvvisamente tra le proprietà del tranquillissimo Hobbit Bilbo, che lo custodisce per 50 anni.

Nel periodo del suo centoundicesimo compleanno, tra lui e Frodo avviene un generazionale passaggio di consegne, che investe il nipote di una missione terribile e oscura, al di là delle sue umili possibilità. Ciò che è interessante sul protagonista del viaggio verso Est è il fatto che non sceglie la sua posizione.

In un’epoca di eroi, individui super-umani e decisioni forti, Il Signore degli Anelli ha introdotto a Hollywood la metafora fantasy del lento e umile lavoro psichico che le casualità e i legami producono: così come sono impercettibili i movimenti che portano a una rivoluzione, lento è il processo di cambiamento al quale Frodo va incontro.

Se possiamo rispecchiarci in lui è perché egli è forte di mentori come Bilbo e Gandalf e di amici come Merry, Pipino, ma soprattutto Samvise, il leale giardiniere che lo accompagna nel suo percorso. I primi due possono essere considerati alla stregua di istanze ideali che esercitano funzione di riferimento e coscienza morale, pur consentendo al giovane di essere libero.

Gli altri Hobbit compongono il fondamentale gruppo di pari, necessario e imprescindibile in ogni processo di trasformazione. Perché in fin dei conti tutta la trilogia non è che un simbolico viaggio di formazione, che parte dalle sicure colline per la Contea, passa per i suggestivi ambienti dell’Eriador tra Troll ed Elfi di Gran Burrone (dove la missione di Frodo sarebbe dovuta fermarsi), proseguendo tra le miniere di Moria fino all’Anduin e alle terre dell’Est.

Quando Frodo e Sam lasciano la Contea per fuggire ai Nazgul, l’intenzione di Gandalf non è altro che quella di produrre un diversivo utilizzando la forza invisibile degli Hobbit, abili a passare inosservati nelle terre occidentali. Poco altro c’è da aggiungere sul principio del viaggio, iniziato per un possesso casuale e portato avanti per determinazione.

 

Dal Concilio di Elrond ad Osgiliath: Hobbit nel Mondo

Il Signore degli Anelli

Porterò io l’Anello a Mordor. Solo… non conosco la strada.

Il motivo per cui l’epica de Il Signore degli Anelli è ancora oggi così forte risiede nel fatto che i caratteri dei diversi personaggi si presentano come simbolizzazioni della razza a cui appartengono: tra Elfi, Uomini e Nani gli Hobbit trovano un ruolo nella misura in cui l’ingenua forza di spirito di Frodo e gli altri consente loro di ritagliarlo.

Lontani dal potere e dalle sue corruzioni, essi si trovano gettati, come direbbe Heidegger, in un mondo nel quale sono emarginati. Cosa spinge, allora, Frodo verso la ribalta definitiva? Perché prendersi carico dell’Anello dopo che questo era casualmente giunto a Bilbo?

Perché la purezza di un Hobbit è una sfida potentissima alle brame di potere: rispetto alle altre razze, i Mezzuomini sono più immuni all’irresistibile fascino che l’Anello esercita, provocando inesauribili conflitti e delusioni, come accadde ad Elrond quando Isildur si rifiutò di distruggerlo nelle fiamme del Monte Fato.

Cinque razze diverse non si uniscono se non viene riconosciuto il rischio di un disastro più grande: gli Hobbit diventano protagonisti della storia quando la loro capacità di fare comunità lega insieme dei perfetti sconosciuti in una Compagnia destinata a cambiare le sorti della Terra di Mezzo. In questa Compagnia, Frodo è il Portatore, colui che è costretto a gestire il fardello del potente, inquietante Anello.

In ambito fantasy, il motivo per cui spesso Harry Potter è paragonato a Frodo sta nella semplice ma potente dinamica che mettono in moto: entrambi decidono di rendere se stessi dono per qualcosa di più grande; l’altruismo è il messaggio ideale di cui sono portatori eccezionali.

Siamo vicini a loro perché coraggio e audacia sono valori ai quali aspiriamo: Frodo si colloca nella Terra di Mezzo e nei suoi pericoli nello stesso modo in cui noi vorremmo presentarci di fronte alle paure che ci affliggono; questo potere terapeutico dell’epica di Tolkien è tanto forte quanto più è immerso in scenari magici e immaginari.

 

Frodo tra Sam e l’Anello

Il Signore degli Anelli

Chissà se la gente dirà mai: “Sentiamo di Frodo e dell’Anello”; e io dirò: “Si, è una delle mie storie preferite. Frodo era molto coraggioso, vero papà?” “Si figlio mio; il più famosissimo degli hobbit! E questo è dir poco.”

A pronunciare la frase precedente è Sam, quando al termine del secondo film i due insieme a Gollum riescono a salvarsi dalla distruzione di Osgiliath e riprendono il loro cammino verso Mordor. Costruire un ideale filo tra Frodo, Sam, Gollum e l’Anello è importante perché le trasformazioni del Portatore sono comprensibili solo alla luce dei loro legami.

Com’è noto, il precedente padrone dell’Anello era colui che fu Smeagol; colui che fu Smeagol, perché l’influenza mortifera dell’Anello corrompe la creatura portandola all’omicidio e ad un’entropica ossessione per l’oggetto. Così come in questa dinamica è ravvisabile un tratto perverso di relazione oggettuale, che va oltre l’adattamento al piano di realtà, allo stesso modo nel passaggio dell’Anello da Bilbo a Frodo percepiamo la sua ossessività.

Se l’Anello è pericolo è perché impone il suo potere a colui che lo porta, risvegliando i pieni poteri di Sauron e degli Spettri una volta indossato. La pugnalata a Colle Vento, la fuga da Boromir o il colpo di scena al Monte Fato sono passaggi salienti di un’evoluzione attraverso la quale vediamo Frodo diventare proprio come Gollum.

Se tra i due emerge una differenza e se il potere dell’Anello non divora del tutto la bontà del Portatore è solo perché tra l’oggetto e l’Hobbit si frappone un Terzo, l’irriducibile Samvise che si tiene vicino al suo Padrone anche quando l’inganno di Gollum lo aveva costretto a ritirarsi.

Bilbo aveva sottratto l’Anello a Gollum per caso, per caso arriva a Frodo e grazie al forte legame tra i due Hobbit il Male viene estirpato per sempre dalla Terra di Mezzo, legame che funziona perché ad entrare nel Monte Fato sono in tre: Frodo, Sam e Gollum, il cui ruolo era stato profetizzato da Gandalf nel primo film.

Importante è il fatto che la psicologica funzione di terzialità esercitata varia da personaggio a personaggio, includendo anche l’Anello stesso: se Frodo arriva a ricordare la Contea, è perché l’Anello è un terzo che viene a mancare, così come se Gollum viene riconosciuto come cattivo è perché Sam è il terzo che porta tale consapevolezza.

Personalmente più che l’addio ai Porti Grigi di Frodo, scena commovente e divina, adoro di più il suo risveglio a Minas Tirith, quando come nel mezzo di un candido sogno di mezza estate il piccolo grande Hobbit si ritrova in compagnia degli eroi che lo hanno accompagnato fino all’Anduin; non importa quanta sofferenza abbiano maturato, essi sono lì con lui quando il Male è ormai scacciato.

L’incoronazione fisica di Aragorn diventa l’incoronazione simbolica di tutti gli Hobbit e Frodo con loro, perché quando tutti gli Uomini si inchinano nel cortile bianco di Minas Tirith si abbassano più in basso dei Mezzuomini, facendo in modo che la loro audacia li sovrasti.

Imprevedibilità, viaggio, trasformazione e identità: queste sono le parole chiave che a Frodo Baggins è facile associare; dalla quotidiana ingenuità della Contea alla paura per gli Spettri, dal coraggio alla corruzione determinata dall’Anello. Nell’ultima scena nella caverna Hobbit di Bilbo, Il Signore degli Anelli sintetizza tutto ciò nel volume che Frodo scrive per documentare gli avvenimenti della Terza Era della Terra di Mezzo, quella che Tolkien e Jackson ci hanno portato ad amare in maniera così essenziale.

 

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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