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King Schultz – Un nome un Destino

Nomen omen, “un nome un destino”.

Più propriamente, nel caso della pellicola firmata Tarantino, a corrispondere al nome King Schultz (Christoph Waltz) non è solo il suo destino, ma anche quello dello sfortunato protagonista Django. E’ così che può essere introdotto uno dei personaggi secondari più importanti del cinema del regista statunitense. Ma procediamo per gradi.

Texas, 1858.

Negli Stati Uniti è ancora in vigore una legge che permette ai grandi proprietari terrieri di possedere uomini totalmente assoggettati al loro controllo, una legge che consente la schiavitù. Django, uno schiavo nero di proprietà dei fratelli Speck, viene intercettato dal dottor King Schultz, un cacciatore di taglie originario della Germania che fino a poco tempo prima lavorava come dentista. Il dottore è sulle tracce di alcuni assassini, i fratelli Brittle, e solo l’aiuto di Django, che li conosce, può portarlo a riscuotere la taglia che pende sulle loro teste.

Schultz cerca di acquistare lo schiavo, ma i due mercanti che ne detengono il diritto di possesso non si dimostrano propensi alla cessione e gli intimano di lasciare quel luogo. Ne segue uno scontro a fuoco, al termine del quale uno dei due fratelli viene ucciso, mentre l’altro viene costretto a cedere lo schiavo firmando l’atto di vendita. Alla fine della colluttazione, Schultz garantisce a Django che, in cambio del suo aiuto, gli verrà concessa la libertà e una percentuale sulla taglia.

Il dottore è dunque un unicum, un senza Dio, un personaggio che esce completamente fuori dagli apparati convenzionali dell’America ottocentesca, e che trascende l’inesorabile incoerenza di quello che, da costituzione, sembrerebbe il Paese faro delle libertà. Schultz è un uomo retto, la cui brama di giustizia lo porta a comprimere e rifiutare le prassi aristocratiche degli stati del Sud rimanendo nel presente della trama, ma proiettandosi nel futuro. I due iniziano a viaggiare insieme e, a seguito dell’uccisione dei fratelli Brittle, instaureranno un’importante amicizia.

Schultz e la leggenda di Sigfrido

Il dottore scopre che l’obiettivo di Django, una volta libero, è ritrovare la moglie Broomhilda, da cui è stato separato alla piantagione dove lavorava precedentemente. E’ a questo punto della trama che Schultz, dall’alto profilo culturale, immerge lo spettatore nei meandri della mitologia germanica.

Egli rapporta la storia dello schiavo nero a quella di Sigfrido, eroe senza paura  simbolo della cultura e della tradizione tedesca capace, pur di salvare Brunilde regina d’Islanda, di scalare una montagna e di uccidere il drago che la teneva prigioniera. “Scala la montagna perché non ha paura, uccide il drago perché non ha paura, attraversa le fiamme…perché lei se lo merita…” racconta Schultz.

Django gli ricorda la sua vita, la sua terra, le sue origini.  Aiutarlo è quindi per il dottore un modo di percorrere la sua vita a ritroso, fare un salto temporale nel proprio mondo tradizionale e culturale, riportare l’ordine delle cose laddove imperversa una caotica immoralità che si rispecchia nella coercizione delle leggi razziali. E’ possibile dunque trovare un’analogia anche tra Schultz e Sigfrido che, proprio come quest’ultimo, guidato da aspirazioni immortali, sceglie di vestire l’armatura di cavaliere errante per liberare dall’ingiusta e restrittiva civiltà texana prima Django, e poi sua moglie, scontrandosi in più casi con l’accanimento della vox populi statunitense votata all’esaltazione della diversità.

Ultimo atto

Entusiasmato e commosso, gli propone di fare coppia per l’inverno e di aiutarlo poi in primavera a trovare la moglie. Al termine dell’inverno il dottore scopre che Broomhilda è stata venduta al rinomato Calvin Candie, uno dei più ricchi latifondisti del Mississippi. A questo punto Schultz, uomo dalla raffinata eloquenza e dalla coinvolgente retorica, elabora un piano frutto del suo ingegno, un vero e proprio cavallo di Troia basato sull’inganno: i due si fingono negrieri in cerca di lottatori mandingo, con l’obiettivo di poter entrare nelle grazie di Mr Candy acquistando un lottatore ad una cifra esorbitante, per poi sottrargli anche la schiava nera.

Un nome, due destini dunque. Ma a questo punto della storia sarebbe meglio passare dal latinismo già citato “nomen omen “ al termine tedesco “Lebenslangerschicksalsschatz”,  tradotto come “dono del destino di tutta una vita”.  Perchè il dottor Schultz non diventa solo un compagno di avventure di uno schiavo nero, ma veste i panni di un amico fraterno, disposto a rischiare tutto pur di giungere ad una equa compensazione di due opposte tendenze: saziare il proprio senso di giustizia e aiutare il suo compagno Django ad ottenere la sua personale vendetta nei confronti di chi lo ha privato dell’amore di una vita.

Rapporto causa-effetto

Due storie e due vite completamente diverse, che si intrecciano vicendevolmente sfilando le più delicate suture di un determinismo ontologico e verosimilmente poetico, secondo il quale in natura nulla avviene per caso, mentre tutto accade secondo rapporti di causa effetto, ed ad ogni azione corrisponde una reazione di uguale intensità ma opposta. Il comportamento di Schultz, contraddistinto da una raffinata eloquenza, sembra quasi essere motivato da una pressante voglia di immergersi nello sconosciuto mondo della metafisica, in modo tale da riequilibrare l’universo ed esserne parte allo stesso tempo.

Da un punto di vista antropologico, King Schultz è capace di anticipare i tempi, abbattere le barriere edificate dalla società classista prima che lo faccia la storia, sostituendole con ponti idealistici basati sul mutuo aiuto. Non è altro che il punto di rottura tra due concetti antitetici, il bene e il male, un mondo giusto e un mondo sbagliato, un individuo capace di ergere il vessillo della moralità al di sopra della ricerca edonistica, spesso associata al controllo diretto di un individuo sull’altro, o alla sete di possesso.

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