News

La Storia della Principessa Splendente – Quel gusto amaro sulla bocca e nel palato

“Cominciai a sognare anch’io insieme a loro poi l’anima d’improvviso prese il volo”. (Un malato di cuore, Fabrizio De Andrè).

I morti non possono tornare a farci compagnia. È una verità che impariamo da bambini, quando quel letto su cui giaceva un familiare, che fosse un nonno, una zia o uno dei nostri stessi genitori, veniva disfatto dopo tante sofferenze, dopo che il destino aveva deciso di fermare le lancette dell’orologio. Si passava dall’incredulità alla comprensione e, in un modo o nell’altro, ci si abituava a quel gusto amaro che iniziava ad infilarsi in bocca, mentre apprendevamo una delle lezioni più dure della vita.

Imparavamo, poi, che quella difficoltà con cui salutavamo i nostri cari non diventava più digeribile col passare del tempo, ma restava in agguato nello stomaco, pronta a frenare la gola con un nodo ogni volta che un lutto piombava sul nostro cammino: un amico, un conoscente, un animale domestico e perfino qualcuno di cui non avevamo mai fatto la conoscenza e che avremmo tanto voluto incontrare. Un compositore di un secolo passato, un condottiero morto sul campo di battaglia, una fanciulla la cui struggente bellezza veniva decantata nelle tragedie dei poeti, un regista morto prima di conoscerlo. L’unica consolazione possibile, quando si trattava di queste perdite, rimanevano le ipotesi celate nel reame della fantasia.

A quel punto diventa facile interrogarsi. Chissà cosa avrebbe detto Takahata Isao, scomparso la primavera del 2018, della sua ultima opera, “La Storia della Principessa Splendente”? In una conversazione fra amici, lontani da telecamere e conferenze, avrebbe confidato qualcosa in più sulla realizzazione del film, oltre al fatto che dovesse essere il regalo d’addio per il Presidente del Nihon Tv Group, Ujiie Seiichirō, morto prima della conclusione dei lavori? Forse avrebbe raccontato molto, forse avrebbe detto poco, ma avrebbe avuto importanza? La sua eredità è qui, davanti a noi.

La Storia della Principessa Splendente racconta di un addio lungo quanto una vita, disseminato di dolcezze e di tristezze. Nei panni di Gemma di Bambù, la Principessa Splendente di questa favola ricca di malinconia, conosciamo le gioie della primavera che sboccia e lasciamo che l’inverno cada su tutto quando spande le vesti candide sulla terra. Scorgiamo quella nascita umana in mezzo ad un mare verde di bambù e ne cogliamo l’avanzata su una terra vergine e piena di prospettive, in una crescita così rapida da apparire il frutto di una magia al di fuori del mondo. Poi si mitiga, si nobilita nelle regole di una società sempre più lussuosa, sempre più lontana da quel distante paradiso terrestre dove bestie, piante e cielo riempivano la vita di quell’antico sapore che spinge la nostalgia ad affiorare in lacrime. La soluzione dovrebbe essere la fuga, ma la Principessa Splendente è talmente bella, nella sua innocenza, da indurre gli uomini più ricchi e potenti del paese a volerla rinchiudere nella pallida apparenza della felicità, come una gabbia intrecciata dove mettere un cuculo, per fingere di averlo racchiuso dentro i rami di una foresta. Alla fine l’unica decisione rimasta, la più struggente, diventa l’addio dal mondo.

Un finale amaro che parla più di ogni pensiero dentro cui possiamo immaginare il compianto maestro intento a narrare ogni dettaglio di realizzazione dell’opera, perché è parte della sua storia artistica come uno dei suoi tasselli più importanti: a fianco delle opere ricolme di fantasia e stupore fanciullesco del collega ed allievo Miyazaki Hayao, quelle di Takahata Isao appaiono intime e minimaliste, permeate dall’angusta sensazione della crudezza della vita. In Una Tomba per le Lucciole, altra opera simbolo del percorso del regista, fuoriesce il dolore delle speranze tradite, effimere come le bioluminescenze degli insetti. In La Storia della Principessa Splendente piombano i rimpianti ed i rimorsi di un’esistenza vissuta dentro i confini del troppo amore, della troppa paura, di quella vita così terribilmente umana in ogni suo passo. Anche se dovremmo aver imparato, quel sapore è sempre difficile da digerire perché ci rammenta dell’incompiutezza, di quanto avremmo voluto fare e di quanto abbiamo abbandonato.

Forse, in quel momento, non è la fantasia a poterci sostenere, ma i ricordi: possiamo immaginare quegli istanti in cui i nostri nonni mangiavano le erbe amare sotto ai nostri occhi un po’ disgustati e divertiti. Sembra quasi di sentire una risposta, dentro di noi, quella voce che sarebbe tornata di nuovo a consolarci: «È vero, sono amare come il fiele, ma così sarà più facile sentire il dolce». Sembra quasi di vederlo Takahata, mentre ci si rammarica dopo il destino della Principessa Splendente, dopo essersi resi conto che il tempo non restituirà né lei, né il suo autore.

«È vero, è un finale amaro. Ma ti resterà più impresso il sapore del dolce».

Al maestro che ci ricorda la bellezza della vita, persino quando le sue pieghe si storcono facendoci inciampare. Sarà ancor più splendido arrivare alla conclusione.

Leggi anche: La Città Incantata – Un Nome, Un Mondo, Un Fiume, Un Volto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.