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Shadow Of The Colossus – Un Racconto Lontano di Ombre e Amore

Un ragazzo a cavallo varca le soglie di una terra desolata, porta con sé una ragazza che giace silenziosa, morta. Giunge in un alto santuario, in una sala con sedici idoli colossali e un buco nel soffitto che emana una luce radiante; ecco che da quell’apertura si ode una voce.

 “Le anime, una volta perdute, non possono essere recuperate… Non è questa la legge dei mortali?”

– Dormin

Dormin, entità evanescente di origini sconosciute, che parla di sé stesso al plurale, sembra essere l’obiettivo del giovane cavaliere. La fanciulla è morta per il suo destino maledettoma nient’altro ci viene rivelato, nessun’altra spiegazione. Il guerriero vuole che Dormin la riporti in vita. Perché glielo sta chiedendo? Per amore o per espiare una colpa a noi sconosciuta?

Ciò che conta è che Dormin può farlo, ma c’è un prezzo da pagare. I sedici idoli di pietra devono essere distrutti; per farlo il ragazzo dovrà abbattere sedici colossi disseminati nelle terre intorno al santuario, connessi tramite un’ignota magia alle statue nella grande sala. Forse in loro si cela l’energia per riportare in vita la ragazza, o forse c’è di più.

Il giovane guerriero dovrà affrontare e sconfiggere queste montagne semoventi, e le sterminerà tutte per lei; nessuna mostruosità in pietra potrà ostacolarlo, il suo amore lo porterà più lontano di quanto lui avrebbe mai potuto immaginare. Oppure più a fondo, nell’oscurità del proprio essere e del proprio egoismo?

Cavalca sul suo fidato destriero, Agro, in queste lande sconfinate, ma spoglie, senza vita, senza musica, solo il vento, in completa solitudine.

Un paesaggio vuoto come il cuore del ragazzo, lontano e perduto, un vagabondo nel deserto di sé stesso. In questa remota desolazione cerca i giganti di pietra, nient’altro ha importanza. Da solo, un uomo contro un titano, per sedici volte, per tutte le volte che saranno necessarie, colpire, sanguinare e uccidere. Il coraggio può abbattere le montagne.

Nei videogiochi, dopo una battaglia vinta, la colonna sonora incalza una sinfonia allegra e trionfante per la vittoria. In Shadow Of The Colossus, per ogni colosso abbattuto, viene intonata una melodia triste, malinconica e distante.
Dal cadavere di ogni creatura emergono delle ombre, che colpiscono violentemente il ragazzo, si insinuano in lui e lo portano allo svenimento. Ogni volta si risveglierà al santuario in cui il suo viaggio è iniziato; perché accade tutto ciò?

Controlliamo il protagonista della storia, siamo noi a dettargli i movimenti e a portarlo avanti nella sua impresa, ma abbiamo la minima idea di cosa stiamo facendo e delle motivazioni che ci hanno portato a questo?

Colosso dopo colosso, Wander (questo è il suo nome, traducibile con “errante”) diventerà sempre più pallido, smorto, sempre più corrotto, ma colosso dopo colosso, nel nostro sonno, sentiamo la voce di lei; forse stiamo facendo la cosa giusta.

Shadow of the Colossus è un gioco con pochi filmati, pochi dialoghi, poche spiegazioni; ma un mondo, se ben costruito, può raccontare una storia in silenzio. Ogni roccia, ogni frammento, ogni veste, ogni dettaglio e il suo posizionamento ci dicono qualcosa dell’universo in cui ci muoviamo e del suo passato distante.

Il videogioco diventa, così, un’opera d’arte interattiva, in cui il giocatore può letteralmente vivere la sua avventura e ne è parte attiva e fondamentale.

Degli uomini stanno seguendo Wander, non sembrano entusiasti delle sue azioni. Infatti, egli ha varcato le soglie non di una terra qualunque, ma della Terra Proibita. Solo alla fine scopriremo il perché di questo nome.

«Quel posto è nato dalla risonanza di punti di intersezione. Sono ricordi sostituiti da entità e dal nulla e sono incisi nella pietra. Sangue, giovani virgulti, cielo. E colui che ha la capacità di controllare gli esseri nati dalla luce, si dice che in quel mondo, se uno lo desidera, può riportare in vita le anime dei morti, ma sconfinare in quella terra è assolutamente proibito»

– Prologo

Un piccolo uomo armato di spada ha abbattuto sedici titani, Davide contro Golia, e tutto per cosa? Per amore?

Le statue, in realtà, erano sigilli per Dormin. Un’entità “oscura”, ormai liberata dalle azioni di un giovane avventato, dominato infine dalle ombre dei colossi, frammenti dell’essenza di Dormin. Tuttavia, gli uomini che hanno seguito il giovane, in apparenza seguaci di un culto misterico, sanno come esiliare nuovamente la creatura.

Nella battaglia finale noi controlliamo sempre Wander, che ora, posseduto dall’antico essere, è diventato un colosso di pura ombra, lento, impacciato e vulnerabile. Cadiamo inermi sotto i colpi dei nostri assalitori, perché il gioco, alla fine, doveva farci capire come si sono sentiti i giganti di pietra sotto le nostre pugnalate. Siamo il vincitore e lo sconfitto, sterminatore e sterminato, nell’eterna danza del dualismo dell’esistenza.

L’Alto Sacerdote esegue un rapido rituale con cui l’oscurità viene risucchiata via dal ragazzo, che curiosamente torna bambino, uno stato primordiale e, non a caso, associato alla purezza. Tuttavia, resta il segno del peccato originale: sulla sua testa spuntano delle piccole corna.

Tutta quella fatica per nulla? Era tutto un inganno di un essere antico e malvagio che anelava la libertà? La solita battaglia tra bene e male, luce e oscurità, in cui gli uomini vincono?

Non è finita. Dopo la furia dello scontro, ecco che viene inquadrato l’altare su cui giaceva, la ragazza, il cui nome è Mono. Si risveglia, si rialza, raggiunge il piccolo Wander. Se ne prenderà cura, ma del loro futuro non ci è dato sapere.

Dormin ha mantenuto la sua promessa. Si può dunque continuare a definirlo malvagio? Dopo tutto, il suo nome è l’anagramma di Nimrod, figura della Genesi biblica che si dice si sia ribellata a Dio. Dormin si è ribellato alle leggi dei mortali.

Ma con Shadow Of the Colossus le definizioni non bastano, perché siamo di fronte ad una poesia silente, che vive della sua vitrea sospensione; magia bianca, magia nera, luce e oscurità, non prevalgono l’una sull’altra, poiché coesistono. Gli uomini percepiscono il mondo in maniera binaria: temono le ombre in cui non possono guardare, conoscere, e si fidano ciecamente della luce.

Tuttavia, ogni aspetto di questo videogioco ci mostra l’unione armonica delle due entità: Dormin è una creatura di ombre, ma ci parla da un pozzo di luce sul soffitto.
I colossi, oscuri, hanno gli occhi bianchi; dai loro corpi fuoriescono ombre, ma dalle loro statue nella sala viene emanata energia bianca. Sui loro corpi pietrificati, inoltre, appare un fascio di luce verso il cielo, una sorta di lapide, visibile da ogni dove, per ricordarci ogni volta il prezzo delle nostre azioni.

Infine, l’amore di Wander. È luce oppure oscurità? In quei momenti desolati, nell’ingenuità dei per sempre e nell’ipocrisia dei mai, era disposto a sacrificare tutto per Mono, andando al di là dei confini del bene e del male.

E se invece avesse fatto tutto per sé stesso? Non è forse egoismo liberare un’entità dai poteri sconosciuti per il solo motivo di non accettare la morte di una persona? Colui che non si rassegna fin dove è disposto a spingersi? E come si fa a definirlo buono o cattivo? Qual è la scelta giusta da fare?

Abbiamo portato noi giocatori Wander così lontano, per lei, per un amore egoista, un amore esclusivo, oppure un amore sincero, ma così smisurato da scadere nel suo opposto,  o ancora per un eccesso di amor proprio.

L’amore nasce dalla colpa? L’amore è dunque una colpa?

La risposta giace all’ombra dei colossi, nella terra proibita, cui nessuno potrà mai più accedere. L’unica cosa certa è che per il ragazzo l’amore non era un sentimento, era una promessa, forse arrogante ed egoistica, ma una promessa che ha mantenuto, sacrificando sé stesso e la propria innocenza.

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