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The Look of Silence – Il cinema che indaga sull’orrore

Tra i migliori film presentati nell’ultimo decennio alla Mostra del Cinema di Venezia, The Look of Silence del texano Joshua Oppenheimer, svolge un preciso discorso sul ruolo delle armi nell’acquisizione dei territori da parte del mercato neocapitalista.

Nel caso specifico, il regista racconta la storia dell’Indonesia che, a metà degli anni sessanta (con l’avvento al potere di Suharto), visse tre mesi di autentico orrore, durante i quali una nutrita serie di squadroni della morte agì notte e giorno a piede libero, torturando e uccidendo circa un milione di persone, tacciate di comunismo. Squadroni della morte reclutati in modo più o meno spontaneo tra la gente stessa dei villaggi, chiamata a massacrare i propri vicini di casa e i propri parenti.

In un suo punto strategico, il film mostra un lungo brano di un telegiornale di quei giorni della NBC, in cui si inneggia al massacro (che vide la collaborazione della CIA, ben felice di aiutare lo sterminio dei simpatizzanti comunisti), mostrando così con chiarezza la provenienza del modello e dello stimolo per una soluzione disumana e radicale alla questione comunista in quel paese. Non troppo diversamente da quanto accadrà pochi anni dopo nelle Filippine (con Ferdinand Marcos), quando l’imposizione della legge marziale si estenderà su tutto il territorio per nove anni e l’esercito sarà composto da feroci e disumani sicari (si veda From What Is Before di Lav Diaz).

Ad essere messa indirettamente sotto accusa, nell’opera di Oppenheimer, è anche la religione, riferimento continuo dei massacratori che il film intervista e che non mostrano alcun pentimento per l’uccisione di comunisti “atei e dediti ai piaceri del sesso” (si ricordi che l’Indonesia è il paese al mondo che ha la maggiore percentuale di musulmani).

Oppenheimer segue il fratello di uno degli assassinati che cerca a distanza di tanti anni i responsabili dell’omicidio, sperando di ottenerne il pentimento. Si ripercorre così una storia allucinante, dove gli assassini sono stati premiati con cariche e benessere economico, detenendo ancor oggi il potere e sapendo di poter minacciare una ripresa degli omicidi qualora si riaffacciasse una pur vaga idea di comunismo.

La cinepresa di Oppenheimer resta sui volti e la postura di questi uomini (diversi dei quali il cineasta aveva già intervistato nel precedente The Act of Killing, il documentario del 2012 candidato all’Oscar l’anno dopo), mentre rispondono alle domande inesorabili quanto educate e prive di odio del loro interlocutore, un quarantenne che non è chiaro se sia veramente il fratello dell’ucciso oppure un attore, che ha voluto restare anonimo, così come anonime sono volute restare tutte le maestranze indonesiane del film.

Mentre sono dichiarati i nomi e i ruoli sociali degli assassini. In proposito è utile leggere quanto ha osservato lo stesso Oppenheimer: “Molte persone, dopo aver visto The Act of Killing, mi chiedevano se non avessi avuto paura durante le riprese. In realtà no, ma durante The Look of Silence in più di un passaggio mi sono sentito come se navigassi in acque sconosciute, che non sapevo dove potessero portarmi”.

Prodotto da Errol Morris e Werner Herzog, il film è un mélange sofisticato di costruzione finzionale e documentario,  appare come il risultato di una vera e propria avventura del set, un capitolo di un work in progress vitale e profondo, che sa scendere nell’orrore senza abbandonare la pietà, che sa essere rigoroso e limpido nell’impegno critico senza rinunciare alla partecipazione emotiva e alla solidarietà umana.

Un film attraversato dalla metafora della vista come esortazione ai personaggi e a tutti noi a vedere la verità e come esortazione al cinema perché operi in questa direzione: il protagonista-intervistatore è infatti un oculista e misura la vista ai potenziali, impenitenti assassini di suo fratello. Un’opera forte, che invita alla riflessione sulla storia dell’uomo e apporta un contributo rilevante alla chiarificazione delle più atroci tra le modalità mediante le quali si realizza la globalizzazione planetaria dei mercati.

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