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Neon Genesis Evangelion – Una storia di molti

Non serviva certo che Netflix la inserisse nel suo catalogo (non che producesse, come ha implicitamente affermato inserendola nella sezione “Original”) per far sì che il pubblico se ne ricordasse. Neon Genesis Evangelion è uno di quei prodotti che lasciano un segno, amato e odiato da milioni di fan, senza dubbio uno dei prodotti di intrattenimento più ambiziosi che siano mai stati concepiti.

Una vera summa di una vita e di una carriera, il testamento prematuro di Hideaki Anno, che mostra a tutti di essere un autore libero e indipendente.

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Un autore che ignora i giudizi del pubblico e che anzi intende plasmarlo, guidarlo, far insorgere in lui un gusto – o meglio, ricercare in qualche modo un suo pubblico, non crearlo a priori. Una tipologia di autori di cui avremmo sempre più bisogno, in quest’epoca buia di blockbuster caciaroni.

Vista dunque la sua fama, non staremo qui a riassumere una trama in fin dei conti molto semplice e lineare, ma a cercare di scorgere, come hanno già fatto in moltissimi prima di noi, quale sia il sottoterra culturale da cui attinge Anno, e cosa possa rappresentare (in noi forse, più che nell’autore viste molte sue interviste in proposito) la storia di Evangelion.

Perché, per quei pochi che non lo hanno visto, benchè superficialmente parli di una classica storia mecha, con il genere umano decimato da un olocausto di dimensioni bibliche – letteralmente! – costretto a difendersi per sopravvivere dall’attacco di misteriose creature aliene chiamate Angeli (o shito, Apostoli in originale), tra le righe e neanche troppo velatamente nasconde innumerevoli riferimenti alla psicologia e alla filosofia, alla fisica e alla cabala luriana, insomma un quantitativo di temi tale da rendere necessario un trattamento settoriale.

Isaac Luria e l’errore del Demiurgo

Neon genesis evangelion sta ad indicare “Il nuovo racconto della genesi”, ossia una rivisitazione in chiave futuristica del racconto della genesi – ma non solo ovviamente: il racconto straborda di riferimenti religiosi facilmente individuabili, di qualunque mitologia, ma nei suoi punti significativi pesca a piene mani dalla tradizione cabalistica luriana, sviluppata appunto da Isaac Luria probabilmente a metà del Cinquecento.

La cabala, nel suo senso più generico, rappresenta la summa del sapere rabbinico circa i legami tra Divinità e Creazione, cercando di definirne i rapporti di causa, di origine e teleologici, dando quindi un senso all’esistenza dell’universo.

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Oltre al Talmud – essendo legata a doppio filo con la tradizione ebraistica – suoi testi cardine sono lo Zohar, un testo profetico di fine Duecento che pone le basi della tradizione cabalistica, e il Libro apocrifo di Enoch, da cui sono presi appunto i nomi degli Angeli; in particolare da Enoch vengono presi solo i nomi di quegli angeli caduti dal Pantheon divino, poiché – come descritto nei Libri dei Vigilanti e delle parabole, le prime due sezioni di Enoch – colpevoli di essersi congiunti con le figlie degli uomini e aver insegnato loro i segreti per plasmare la natura (in perfetta analogia al mito di Prometeo).

In qualche modo dunque, stando a questa analogia, gli Angeli di Evangelion vorrebbero unirsi all’uomo per donar loro qualcosa, a costo della loro stessa corruzione. Che cosa?

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Un elemento fondamentale di ogni tradizione mistica ebraica è quello dell’Adam Qadmon. Non stiamo parlando dell’imbecille mascherato di Mistero, e nemmeno dell’Adamo della genesi, ma dell’essere originario e perfetto emerso dal Nulla Infinito (Ein Sof), nel quale ogni cosa è illuminata e riempita anzi, nessuna cosa può essere poiché “Nessuno è pari a te, e non v’è altro fuori di te (2 Sam 7:22)”. Da Adam Qadmon (un essere di pura luce, proprio come il primo angelo Adam) sarebbero poi emersi tutti i vari reami dell’universo, i contenitori della luce primordiale dell’Ein Sof, le cosiddette Sephirot.

Luria pone dei forti cambiamenti alla tradizione cabalistica nel tentativo di spiegare l’emergere improvviso dell’Albero della Vita – l’insieme delle Sephirot generate dall’emanazione, dall’ “esplosione” (un cabalista mi ucciderà sicuramente!) di Adam Qadmon (proprio come l’angelo Adam esplose durante il Second Impact – dal Nulla Infinito. Pose che in realtà il Nulla dovette “contrarsi” per far spazio a qualcos’altro, per far sì che qualcosa al di fuori di lui potesse esistere (Tzimtzum) ma che nel ridursi lasciò in questo nuovo spazio fuori da sé un suo residuo, un anelito della sua presenza (Reshimu) da cui avrà origine Adam Qadmon così come descritto nella tradizione.

Ma – qui c’è un ma! – per Luria questo “residuo della perfetta luce primordiale” non si distribuì uniformemente, poiché accadde una catastrofe universale (una sorta di big bang mistico): la Shevirah, la rottura dei vasi delle Sephirot. Infatti, benché le Sephirot fossero sempre più corrotte e imperfette man mano che si allontanavano da Keter (la prima Sephirot sede originaria di Adam Qadmon), quelle più vicine a questa non riuscirono a sostenere la forza della sua luce, finendo con lo spezzarsi in tanti frammenti che ricaddero per tutto il creato, lasciando intatta solo la Sephira più lontana dalla perfezione di Keter: Malkuth, l’ultima Sephira, ossia il nostro mondo – insomma una concezione che evidenzia tutte le forti influenze del neoplatonismo imperante in quel periodo.

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Prima della rottura dei vasi ogni componente dell’universo era insomma in perfetta connessione.

Dopo questa catastrofe, la Saggezza primordiale si è isolata in Malkuth, la più imperfetta e smadrappata, generando il mondo corrotto in cui viviamo, specchio dell’originale perfezione perduta dell’idea della Creazione.

La cabala luriana pone come suo scopo il ritorno a tale condizione attraverso il Tiqqun, la restaurazione, obiettivo che in Neon Genesis Evangelion viene interpretato piuttosto alla lettere attraverso il Piano per il perfezionamento dell’Uomo: ricreare l’unificazione primigenia dell’universo, annullando perciò ogni forma di esistenza particolare e di individualità caratteristiche del mondo così come lo conosciamo, disgregando il Microcosmo in favore dell’originario e totalizzante Macrocosmo originato dall’Ein Sof.

Sono molti i personaggi che nel corso della serie vediamo battersi affinché questo obiettivo possa diventare realtà, ossia per poter riunificare ogni forma di esistenza e di coscienza in un unico luogo, specialmente i membri della Seele, i promotori del Piano di perfezionamento.

Seele (in coro): Che gli Eva tornino alla loro legittima forma, l’umanità sia evangelizzata e restituita alla propria vera forma. Tramite la morte indiscriminata e la preghiera, torniamo al nostro stato originario.
Keel: E che tutte le anime trovino pace. Che il sacro rito abbia inizio.

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E ciò che si verifica alla fine di End of Evangelion, film che chiarisce un po’ di punti della storia, ma senza il quale la serie avrebbe avuto comunque pienamente dignità di esistere e che anzi, come vedremo, allontana un po’ l’opera dal suo tema cardine, ma ci arriveremo.
In quel momento come dicevamo Rei assorbe i DNA di Adam e Lilith, riunificando i principi maschili e femminili della razza umana, e dunque ponendo una pezza a quell’errore demiurgico che fu la rottura dei vasi, la creazione dell’individualità.

Ma perché in Evangelion l’individualità risulta essere un problema?

Il dilemma del porcospino

Evangelion è un prodotto di alto livello della fantascienza, anche e soprattutto se paragonato a molti prodotti cinematografici recenti dello stesso genere, non smetterò mai di dirlo, perché immerge lo spettatore nel suo mondo, col suo ritmo, alle sue condizioni – indispensabili per indirizzarlo su ciò che si vuole trasmettere, su ciò che si vuole provocare in lui.

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Un mondo post-apocalittico che ha ancora sventato la catastrofe globale, ma che serba in sé lo spettro di quel terrore: strade deserte e malmesse, una natura che convive con il fenotipo esteso umano senza che qualcosa possa disturbarla, edifici deserti: il Second Impact ha annientato metà della popolazione mondiale, e la generale inquietudine lasciata nei sopravvissuti è quasi costantemente palpabile.

Tutto ciò per immergere maggiormente nello stato d’animo dei protagonisti – di gran lunga i più inquieti in modo allucinante di questo mondo!

Pur con le dovute differenze tra le varie psicologie mostrate, ciascuna delle loro inquietudini porta come fattore comune preponderante il celebre “Dilemma del porcospino” del volume II di Parerga e Paralipomena. In breve, Schopenhauer paragona ogni uomo a uno “Stachelschweine” (letteralmente “istrice”) che in tempo di freddo deve avvicinarsi ad altri suoi simili per potersi scaldare, andando incontro al rischi di ferirsi reciprocamente a causa dei loro aculei. Per questo loro non riusciranno mai a scaldarsi pienamente l’un l’altro senza ferirsi, e per far fronte a tale mancanza dovranno abituarsi a vivere senza il calore desiderato, questa in sostanza la visione come sempre giuliva del nostro Arthurone.

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Ma cosa c’entra con Evangelion?

Bhe, praticamente tutto. Ne è uno dei temi portati, tanto che è esplicitamente citato nell’episodio 3, e l’episodio 4 è intitolato tra l’altro proprio Il dilemma del porcospino. Questo desiderio di incolumità e di costante paura che questa possa essere infranta turba costantemente i personaggi mostrati, dai tre protagonisti sino a quelli di contorno, generando un’atmosfera di quieta disperazione intorno a loro; atmosfera le qui implicazioni possiamo palesemente notare nell’episodio 16, Malattia mortale – citazione all’omonima opera di Kierkegaard, le cui tre tipologie di disperazione descritte nell’opera possono in un certo senso fatte collimare con le tre personalità dei protagonisti: Shinji per la sua assoluta inconsapevolezza del proprio sé, Rei per la sua mancanza di volontà di avere un sé (per ovvie ragioni, vista la sua natura peculiare), e Asuka per la volontà di essere spontaneamente accettata dagli altri, ognuno dei quali cercherà di compensare pilotando i robottoni Eva.

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Disperazioni che in ogni caso esploderanno in maniera capillare nell’episodio 23, Lacrime, dove quasi ogni personaggio inizierà, o continuerà, a fare i conti con la propria disperazione, a seconda della natura dei suoi demoni interiori.

Nel ben più famoso Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, Arthurone Schopenhauer dispiega proprio il mondo di Evangelion: la vita stessa è causa di sofferenza, proprio per l’insanabile discrepanza tra le varie individualità presenti nel mondo, ognuna delle quali imperniata di una propria Volontà cozzante con le altre.

Questo è il destino dell’umanità: il filo della speranza gira attorno alla tela del dolore.

(Kaworu Nagisa nell’episodio 24)

E lo stesso Kaworu spiega la reale natura dell’AT field proprio in questa chiave: le “mura dell’animo” che ogni essere possiede, l’effetto di quella Volontà caratteristica dell’individuo. Una barriera che può donare grande potere, come vediamo negli Angeli e negli Eva, ma che impedisce al contempo a ogni essere di poter instaurare un contatto con gli altri (proprio come il nostro amico porcospino).

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Ma per poter spiegare un po’ meglio l’impulso a sfuggire da questa sofferenza è necessario introdurre qualcos’altro di fondamentale nel sottoterra di Evangelion.

Una spolverata di psicoanalisi

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Spolverata per modo di dire: Evangelion usa costantemente termini, idee e analisi freudiani, e ciò non può dunque prescindere dal rapporto che ognuno dei tre protagonisti ha con la propria madre. Ciascuno di loro è orfano di madre, ma una parte di questa vive all’interno del loro robot devasta-tutto Eva, caratteristica che rende possibile questa loro unione viscerale e anatomica con i loro piloti – evento che, quando portato alla luce, genera in loro il ricordo del trauma causato dal lutto, la perdita del genitore.

Almeno per Shinji e Asuka, per Rei la situazione è ancora più gravosa.

Essendo una sorta di automa, Rei non ha un ricordo del generre da rimpiangere, e proprio questa assenza del rimpianto la trascina in uno stato di melanconia, nei termini specificatamente analizzati da Freud in Lutto e melanconia: a differenza del rimpianto, Freud attribuisce qui alla melanconia il significato di una perdita a cui è incapace l’assegnazione di un oggetto assente – si sa esclusivamente che qualcosa manca, qualcosa che causa dolore e sofferenza, e dunque da risolvere con la psicoterapia – la stessa che sotto un certo punto di vista avviene negli ultimi due episodi della serie, seppur nella mente di Shinji.

Un altro forte riferimento freudiano, seppur minore, è rappresentato dalla struttura tripartitica del computer della NERV (le cui sezioni sono nominate Gaspare, Baldassare e Melchiorre, e sono dette appunto I magi), creati sul modello della dottoressa Akaji e dunque secondo la struttura dell’inconscio in Ego, Es e Superego.

Ma il riferimento psicoanalitico preponderante in Evangelion è senza dubbio tratto da Al di là del principio di piacere: Eros e Thanatos, le pulsioni di vita e di morte dell’uomo.

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In questo saggio della maturità, Freud afferma come l’uomo cerchi costantemente di massimizzare il piacere e minimizzare le sofferenze, tendenza definita appunto come principio di piacere. Ma come Shinji scopre nell’episodio 16 Malattia mortale, il mondo è imperniato da una sofferenza intrinseca a se stesso, proprio secondo l’idea schopenhaueriana delle volontà presenti in ogni essere e divergenti tra di loro, che ostacola costantemente tale principio vitale, inteso come massimizzazione dei propri desideri e aspirazioni. Quindi che fare?

Come abbiamo già detto, è per questo che la Seele tenta di ideare il “Piano per il perfezionamento dell’Uomo”: il ritorno dell’uomo, come dice Gendo Ikari, non al nulla, ma allo stato originario, a una sorta di brodo primordiale in cui ogni coscienza è unita alle altre in modo indistinguibile, in un unica melma senza forma chiamata LCL, lo stesso liquido in cui sono immersi i children quando pilotano gli Eva. Nei quali è presente lo spirito delle loro madri.

Scorgere dei collegamenti al liquido amniotico e al periodo fetale non risulta poi così arduo.

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L’idea del Perfezionamento della Seele altro non è che un richiamo a Thanatos, alla pulsione di morte freudiana: al ritorno pacifico nella esistenza sospesa del grembo materno, pulsione che ogni pilota degli Eva possiede, e che proprio secondo quest’ottica sembra quasi divenire la ragione cardine del loro essere piloti. Una pulsione di morte che attraverso il Perfezionamento porrà ammenda alla rottura dei vasi delle Sephirot, portando a termine la loro restaurazione e sanando ogni forma di disquilibrio presente nel mondo.

C’è tantissimo da dire dunque in definitiva su quest’opera, che tuttavia è stata al centro di una forte protesta per la sua conclusione vista come insensata dalla fan base. E così che sorse il film, con un finale alternativo più “didascalico” che – seppur con le dovute proporzioni – svilisce una storia che era già ottima così, che aveva lasciato in sospeso ogni cosa al punto giusto e centrando pienamente il nocciolo di cui si voleva trattare in tutto questo minestrone di riferimenti quasi deliranti.

Una storia di molti

E qui ci ricolleghiamo al titolo. Vidi Neon Genesis Evangelion già quando ero un po’ attempato, e a primo impatto non ho potuto a meno di pensarlo in assonanza a questo riferimento pop, che stona con tutti gli altri qui presentati. Eppure nessuno mi può levare dalla testa che Frankie-hi-NRG abbia scritto questa canzone pensando a Evangelion (o meglio, che Anno abbia pensato Evangelion ascoltando Storia di molti, visto la cronologia delle due creazioni).

Ironie a parte, è chiaro come entrambe trattino allo stesso modo e con pari linguaggio il tema della nascita, il vero e centrale tema di Evangelion.

Evangelion è un’opera sulla nascita, sulla crescita e sul diventare adulti, è un film di formazione potremmo anche osare dire, ed è dunque un’opera sulla difficile ricerca dell’identità (dell’umanità in senso lato, e più direttamente del nostro Shinjino). Perché per genesi, e qui perché ritenga superfluo il film, si può intendere quella del macrocosmo dell’universo – affascinante e perennemente misteriosa, certo – ma anche quella di un singolo uomo che da pura materia inconsistente tenta di divenire individuo. Si pensi in tal senso all’Episodio 2, dove avviene esplicitamente la nascita di Shinji (l’occhio dell’Eva a forma di vagina, le tribolazioni di sofferenza, l’urlo successivo simile a un vagito, Shinji che con l’ausilio dell’Eva impara “a camminare” e deve imparare a combattere per salvare la pelle).

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La nascita intesa come fatto filosofico che subiamo tutti, sempre. Nessuno ha scelto o ha potuto decidere di venire al mondo, e per di più ci si viene gettati senza preavviso e senza alcun manuale di istruzioni. E il percorso di Evangelion porta Shinji (il suo vero protagonista assoluto, non ci sono Rei o Asuka che tengano) a smettere di essere un bambino egocentrico e lagnoso, e a divenire uomo. A saper accettare la presenza degli altri, l’identità degli, altri, la volontà degli altri, tutte indipendenti da lui, e a diventare dunque un uomo responsabile, che può vivere costruttivamente in una società, che gli impedisce di divenire un violento di merda (fisicamente e psicologicamente).

Il perché questo non sia stato così ben recepito dai fan è che Neon Genesis Evangelion è una storia di fantascienza con una sua vera anima, una sua vera profondità, che crea un suo universo estremamente complesso e coerente senza avvertire il bisogno di spiegarlo in ogni sfaccettatura (la pulsione di molti film recenti di fantascienza ma che spesso non fanno altro che ledere in tal modo l’universo stesso in cui operano).

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Un’opera di avanguardia in sostanza imperdibile di cui, in quest’epoca buia in cui film come Alien: Covenant e Blade Runner 2049 fanno flop al botteghino e vengono massacrate dalla critica e in cui molte baracconate di fantascienza sbancano in ogni dove e ricevono plausi generali, abbiamo assoluto bisogno.

Giulio Gentile

Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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