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Paul Thomas Anderson – La Ricerca della (Terza) Rivelazione

Sono tante le caratteristiche che si possono riscontrare nel cinema di Paul Thomas Anderson; sono tanti gli aggettivi che possono essere scelti per descriverlo, ed il primo che mi viene in mente è “viscerale”. Ci sono corpi che si trasformano con il tempo, che si incurvano, che strisciano nel fango, che lottano, che si abbracciano. C’è grande attenzione verso l’essere umano, verso l’individuo; o meglio, verso una moltitudine di individui, spesso in antitesi tra loro, che Anderson cerca di collegare attraverso dei punti di contatto.

Questo geniale regista statunitense, da grande indagatore dell’anima umana, è alla costante ricerca, un po’ come i primissimi filosofi, di un archè, di una verità dalla quale, forse, si è generato tutto quello che è intorno a noi. Non è un caso, infatti, che ogni suo film sia ambientato in un tempo passato, come ad esempio i primi anni del Novecento ne Il petroliere o gli anni Cinquanta in The Master.

Questo elemento di cui Anderson si mette alla ricerca nelle sue opere è oscuro, ignoto, e probabilmente sfugge persino a lui, che è il demiurgo dell’opera; è però un tassello che manca per completare un rompicapo, quel difficile enigma chiamato “esistenza”.

Per questo bisogna tornare indietro per capire l’oggi, e magari anche il domani. Mentre per comprendere questo indecifrabile elemento misterioso è indispensabile il confronto, una guerra tra opposti, una dialettica tra personaggi armati ognuno delle proprie incrollabili certezze; ed è proprio nel mezzo di questo “scontro” che risiede questo elemento, l’archè ricercato dai filosofi, la sacra Rivelazione per un mondo che verrà.

 

Il Petroliere: il Peccatore ed il Falso Profeta

Questa scoperta si rivela nell’ultimo atto de Il petroliere; nell’ultima scena di questa memorabile epopea americana, dove Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis), consumato dall’alcol, lacerato dalla inarrestabile bramosia del denaro, si confronta con Eli Sunday (Paul Dano).

Daniel è un personaggio negativo, ovviamente. Brutalmente attaccato agli affari più che alle persone, furbo e meschino nelle trattative. Il suo modo di fare viene rapidamente inquadrato da Eli, giovane figlio di contadini poco istruiti, ma sicuramente molto più astuto e decisamente meno ingenuo. Tuttavia, malgrado durante il progredire della vicenda, Eli si “candidi” ad essere un’alternativa, ideologica e morale, a Daniel, noi ci accorgiamo sempre di più di quanto i due siano simili, e così insospettabilmente legati l’uno all’altro.

Il comportamento di uno dei due influenza l’altro, la cui reazione provocherà un’altra reazione opposta, come se fosse una legge fisica incontrovertibile; ed è proprio durante il confronto finale, dove tutte le carte si scoprono, che si effettua il conteggio dei punti per decretare il vincitore.

Il business di Daniel era una religione per lui, mentre la religione per Eli era un business. Questa è l’unica differenza che si può cogliere tra i due: un diverso ordine di disposizione degli addendi… ma alla fine la somma non cambia.

Daniel ha vinto la lotta tra i due, questo è vero; Eli è stato battuto dalle tecniche del mestiere del suo avversario, dal drenaggio del petrolio dai terreni circostanti, da una maggiore esperienza negli affari, ma anche da una crudeltà che, forse, ha ben poco di umano.

Daniel non ha estratto del petrolio in più per arricchirsi ancora, non lo ha fatto per poter guadagnare soldi da investire nella salute del proprio “figlio”; ma l’ha fatto per il solo desiderio di giungere a quel punto esatto per poter dire al suo grande antagonista: “Ti ho battuto”; perché la competizione che cresce dentro di lui partorisce il desiderio perverso che tutti gli altri, eccetto lui, falliscano miseramente.

Quindi è anche, allo stesso tempo, una sconfitta per Daniel; lui perde la sua umanità, perde suo “figlio”, che malgrado le opinioni divergenti, provava affetto per lui, perde quel poco di interesse che aveva nei confronti della razza umana. Lui dorme sul pavimento, mangia e beve senza alcun ritegno, come se fosse un animale selvaggio non ammaestrato, la sua barba è incolta. La civiltà gli ha procurato ricchezza, quindi adesso lui può anche farne a meno.

Ne esce fuori, quindi, un ritratto abbastanza demoralizzante e demoralizzato della natura umana; siamo tutti personaggi grotteschi che accettiamo, in modo pirandelliano, di indossare una maschera per i nostri fini, i quali sono sempre rivolti alla ricchezza materiale piuttosto che a quella dell’anima. Infatti tutto questo discorso è facilmente applicabile al comportamento di Eli che, da falso profeta quale è, rinnega Dio per il denaro. Ma questa rinuncia non avviene alla fine del film, durante il confronto con Daniel… arriva ben prima, in un assordante silenzio, in cui lo spirito collassa, Dio muore, ed il mondo viene avvolto dalle fiamme.

Ci sono dialoghi nel cinema di Paul Thomas Anderson, tanti dialoghi. Sequenze di parole tanto lunghe quanto affascinanti vengono scagliate da un personaggio all’altro; personaggi che, magari dal punto di vista sociale, possono essere anche molto distanti, ma che, in fondo, sono legati da una connessione nascosta. L’uso che Anderson fa della dialettica per certi versi può ricordare l’ateniese Socrate, ed in particolare la maieutica come strumento per cogliere la verità insita dentro di noi.

 

The Master: il Leader ed il Discepolo

Ed è proprio del potere della maieutica, e della dialettica dunque, che si avvale anche Lancaster Dodd, quel “maestro” interpretato dal meraviglioso Philip Seymour Hoffman. È proprio sfruttando questo principio che il suo movimento “socio-religioso” è cresciuto esponenzialmente; lui, come profeta di una (nuova) Rivelazione, ha dato una voce a chi non ha mai parlato, ha dato un udito a chi non ha mai ascoltato neanche se stesso, ha indicato una direzione a chi si era smarrito. Tutto questo attraverso l’uso della dialettica.

Freddie Quell (Joaquin Phoenix) è quella figura di cui necessita praticamente ogni religione della storia; è la “vittima perfetta”, una persona smarrita, cieca nei confronti degli altri, sorda nei confronti dei sentimenti, e soprattutto nei confronti di se stesso.

Freddie non conosce se stesso. Bisogna conoscere se stessi, ci insegnava proprio Socrate. E questo lo sa anche Lancaster. Pertanto durante la prima sessione in cui il maestro sperimenta il suo nuovo “metodo dialettico” chiede come prima cosa più e più volte a Freddie di ripetere il suo nome. Prima di giungere alla verità, qualunque essa sia, è fondamentale capire da dove bisogna partire: da noi stessi.

Durante questa prima sessione però succede qualcosa però che Lancaster non aveva assolutamente previsto; lui, uomo tutto d’un pezzo, pieno di ogni certezza razionale, si ritrova improvvisamente fragile e spaesato tanto quanto Freddie. Il discepolo viene sottoposto alla dura prova di non battere le palpebre mentre risponde alle domande, e le lacrime che scorrono per lo sforzo sul viso di Freddie è come se si trasportassero anche negli occhi di Lancaster. La commozione dell’uno riflette la disperazione dell’altro, il rispetto reciproco assume i connotati di una dipendenza biunivoca tra queste due psicologie; Lancaster Dodd, il maestro di una nuova Rivelazione, trova la sua figura di leader spirituale solamente al cospetto dell’anima travagliata di Freddie. Il discepolo, d’altro canto, acquista un senso solamente in presenza di un “maestro” che lo guidi.

Quando queste due figure si allontanano risultano indebolite, abbattute nel profondo, senza alcun limite entro il quale operare, come se si trattasse di un motociclista nel bel mezzo di un deserto sterminato. Freddie continua a vagare nella sua solitudine e nel suo sconforto nei confronti dell’esistenza; Lancaster, invece, perde la sua sicurezza e tutte quelle certezze, saldamente consolidate nella sua mente, si annullano. E’ come una ricetta in cui manca un ingrediente fondamentale: l’Altro.

Si tratta di un qualcosa che, in un certo senso, “tradisce”, da un lato, un po’ il concetto del “Conosci te stesso” di Socrate; poiché è solo attraverso l’altro, attraverso colui che è opposto a me, che io posso davvero capire chi io sia e quale sia il mio posto nel mondo. Sia Lancaster che Freddie imparano questa lezione, attraverso il loro rapporto così meravigliosamente costruito; e ognuno dei due impara anche a conoscere il proprio “io”, superando delle barriere e dei limiti, cercando di capire quali altre sfide ed obbiettivi bisogna raggiungere. Questa è la vera Rivelazione della Causa di Lancaster Dodd.

Il risultato della ricerca del cinema di Anderson, quindi, non è la verità assoluta che cambia il modo di pensare; anche perché si tratta di un cinema puro, sincero, ben lontano, quindi, da quei fastidiosi aspetti predicatori che invadono spesso un certo tipo di cinema autoriale. Anderson non è predicatorio. È un osservatore molto curioso che, ad una Verità universale, preferisce tante piccole verità individuali; e, con grande umiltà, a volte ci suggerisce dei moniti, come nel caso de Il petroliere, o dei preziosi consigli di vita, come appunto in The Master.

I suoi film non sono altro che degli specchi di noi stessi; a volte ciò che vediamo dentro non sempre ci aggrada, ma perché è la nostra immagine riflessa a non essere poi tanto bella, e spesso ci dà un gratificante senso di malinconico appagamento; perché, anche se siamo consapevoli dello scorrere incessante di una vita spietata e dura, ogni giorno possiamo imparare qualcosa di noi, magari anche una cosa così semplice quanto importante come ripetere ad alta voce il nostro nome. Così… giusto per essere sicuri di chi siamo davvero.

 

Leggi anche: Il Filo Nascosto – L’Amore lucreziano nell’Estetismo di P.T.Anderson

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