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Rolling Thunder Revue – La risposta sta soffiando nel vento

Come già accaduto in passato coi Rolling Stones e George Harrison, Martin Scorsese torna a cimentarsi sulla storia, o meglio, sulla leggenda di quello che è senza dubbio stato il più grande storyteller che l’america abbia mai conosciuto: Bob Dylan. Aprendo il documentario con la celeberrima scena tratta da “The Vanishing Lady” di George Méliès,  ci viene mostrata una donna “scomparire” tramite un effetto speciale: il classico trucco della sedia e del lenzuolo.

Quella a cui assistiamo successivamente è un’esperienza davvero unica. Scorsese non è interessato a raccontarci la storia, non vede questa sua operazione come una spiegazione o l’illustrazione di una tappa della carriera musicale di Dylan; non promette di essere fedele ai fatti narrati. Quello a cui assistiamo è un lungo flusso di coscienza di Dylan stesso (intervistato per l’occasione dal regista italo-americano) che tuttavia già da subito ci avvisa così su ciò che stiamo per vedere:

“Non ricordo nulla di Rolling Thunder Revue, è successo tanto tempo fa, così tanto tempo che non ero ancora nato”

La mancata pretesa di verità è nuovamente premessa, non ci resta che assistere all’opera di un immenso regista che attraverso la meravigliosa musica di Dylan e il rimando ad una certa epoca sociale e culturale, ci racconta la storia di una generazione, di un cambio epocale e di un’impresa tanto sognata da apparire un’utopia, un’utopia resa però realtà.

Attraverso un perfetto lavoro di montaggio, grazie ad un’infinità di materiale d’archivio, Scorsese lascia scorrere immagini che ci portano immediatamente negli Stati Uniti degli anni ’70, una nazione che stava conoscendo definitivamente quell’ondata di sfiducia giovanile nei valori sociali di un paese tanto contraddittorio quanto potente. L’America post Vietnam, il grottesco viso di Richard Nixon, la rivoluzione culturale dei costumi, i nuovi ideali di empatia e condivisione che stavano scalzando il puritanesimo che fu fondamenta della torre d’avorio americana. Una nazione dai forti ideali e allo stesso dalle forti ingiustizie ed una generazione che non ci stava.

Bob Dylan, con la sua faccia truccata da pagliaccio triste, sulle note di “Mr.Tambourine Man”, fa la sua comparsa grazie a meravigliose riprese d’archivio e la base concettuale (nonché testo stesso della canzone) ci trasporta nell’onirico viaggio di una generazione capitanata dal suo aedo. Dylan aveva intenzione di partire per un tour On the road, senza supervisione, con diversi suoi amici e artisti. Il progetto era quello di creare una sorta di spettacolo itinerante sulla riga delle compagnie d’arte che affollavano i teatri dell’Italia Rinascimentale. L’idea di comunità, di condivisione, di denuncia, di fare arte e conoscere il mondo era alla base del tutto. Un richiamo a Kerouac e a quel romanzo che ha segnato e raccontato una generazione che sulla strada, proprio come Bob, cercava risposte e un proprio posto nel mondo.

Seguito da artisti come Allen Ginsberg, Patti Smith, Joan Baez e tanti altri, Dylan gira il paese scegliendo con cura locali dalla capienza limitata e mette su una serie di performance che lo vedono risplendere nella sua unica e originale veste di cantastorie. Tra la dolce chitarra, l’immancabile armonica e le meravigliose poesie che formano i testi delle sue canzoni, Dylan racconta l’America dei territori dalla bellezza infinita, dei suoi arcani segreti, dei suoi nativi abitanti.
Si tratta allo stesso tempo di quella delle ingiustizie razziali, delle iniquità, della soppressione e dell’arrivismo. Quello che ne viene fuori è un dipinto musicato che ci ricorda di quanto all’epoca fosse importante l’espressione, sentita ed esplicitata attraverso i dettagli più eccentrici (quali i numerosi volti pitturati di artisti come i  Kiss su tutti). Un’espressione che diventerà fonte della ricerca interiore delle nuove generazioni.

Dylan appare attraverso le interviste girate per l’evenienza e Scorsese mostra tutta la sua capacità suggestiva montando le giuste immagini, con la giusta musica, tra le parole di una leggenda consolidata che, ricordando quel periodo, si innalza a testimonianza vivente di una capacità di empatia che lo ha reso una presenza eterea nel mondo dell’arte e della società americana. La figura di Ginsberg sancisce i punti in comune con l’anelito che qualche decennio prima egli stesso aveva liberato, con gli altri della beat generation. Dylan dice di cercare “il Santo Graal”, così come Jack Kerouac cercava il suo posto. Per fare ciò entrambi hanno sognato, hanno composto poesie e scritto pagine indelebili che ci ricordano quanto l’interiorità oggi assediata abbia bisogno di una fonte di umanità, quell’umanità a cui Dylan fa appello a gran voce, raccontando i cambiamenti dei tempi durante la sua longeva carriera artistica.

Nessuna pretesa di verità, abbiamo assistito a qualcosa di realmente accaduto, ma nessuno garantisce che tutto si sia effettivamente svolto come narrato, e non poteva essere altrimenti. L’immaginazione resta il requisito principale per cambiare il proprio mondo, questo Bob lo sapeva e lo sa anche Martin Scorsese, narratore influenzato dalle storie di quello stesso tempo. Per chi, nonostante tali premesse, continuasse ad avere dubbi sul valore del viaggio appena compiuto, la risposta sta soffiando nel vento.

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