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Gandalf – La Funzione Paterna

Il Signore degli Anelli

Tra i tanti epici personaggi che animano la Terra di Mezzo, Gandalf è sicuramente uno dei più importanti, mistici e saggi. Sia ne Lo Hobbit che ne Il Signore degli Anelli riveste un ruolo essenziale non solo per i suoi poteri magici, ma anche più semplicemente perché il tipo di aiuto che le sue parole forniscono stimola i protagonisti a guardare le sventure da un’altra prospettiva.

È la guida di tutta la Compagnia, lo Stregone del Bianco Consiglio incaricato di sconfiggere Sauron dopo il tradimento di Saruman, un amico di tutte le creature libere di Arda e il protettore della diversità; tanto i suoi fuochi d’artificio quanto i suoi consigli sono necessari affinché le avventure di Bilbo, Frodo, Aragorn e Thorin giungano ad un lieto fine. Il suo aiuto, tuttavia, si è talvolta tradotto nella sua assenza, poiché la condizione di mancanza di appoggio in cui ha posto coloro che guidava li ha incoraggiati a crescere e a maturare.

Per tale ragione in Gandalf possiamo rintracciare qualità ascrivibili alla figura paterna: nel bene e nel male assume ruolo di guida e di ideale, di compagno e di avversario a seconda della situazione; quelle che in psicologia e psicoanalisi sono chiamate funzioni paterne si condensano splendidamente in questo personaggio.

 

Gandalf il Grigio: Alfiere della Terza Era

Il Signore degli Anelli

Bilbo Baggins!!! Non prendermi per uno squallido stregone da quattro soldi! Non cerco di derubarti,… cerco di aiutarti.

Il Signore degli Anelli prende avvio 60 anni dopo le vicende de Lo Hobbit, quando Gandalf aveva aiutato Thorin ad individuare in Bilbo uno scassinatore per recuperare l’Archengemma dalle grinfie del drago Smaug, usurpatore di Erebor. Poiché Arda, l’universo fantasy realizzato da Tolkien, è abitato da personaggi realistici ma al tempo stesso eroici, dubbio, fiducia e delusione sono sentimenti comuni.

Per tale motivo, al loro incontro successivo, in occasione del centoundicesimo compleanno dello hobbit, lui e Gandalf si studiano, perché il passato si attualizza nei misteri celati dall’eterna giovinezza di Bilbo. Lo stregone offre implicitamente il suo saggio aiuto dopo aver constatato i rischi che la Contea e le altre regioni della Terra di Mezzo corrono.

Garantire protezione di fronte al Male rappresentati da Sauron, dall’Anello e dai Nove è il suo scopo: l’idea di affidare il fardello ai giovani Frodo e Sam è tanto geniale quanto azzardata, motivo per cui, come un padre, Gandalf assume per loro ruolo di guida e accompagnatore, almeno fino ai confini della Contea.

Prendendo a prestito la psicoanalisi di Winnicott, che ha teorizzato la madre sufficientemente buona come colei che offre contenimento, significazione e presentazione del mondo esterno al bambino, potremmo provare ad attribuire allo stregone queste caratteristiche, definendolo parimenti un padre sufficientemente buono.

La testimonianza portata dalla storia, tuttavia, ci impone di prendere consapevolezza del fatto che in generale i padri non sono buoni: psicologicamente la loro reale funzione è separare, presentare il mondo come terzo oggetto tra il bambino e la figura materna; si potrebbe dire, così, che la sua mancanza è la vera misura della sua vicinanza rispetto alla crescita del soggetto.

Il bello di Gandalf il Grigio è che, mancando in ben due momenti de Il Signore degli Anelli, egli compie questa funzione e costringe piccoli eroi a diventare grandi, come adolescenti che devono maturare. L’alfiere del pericolo si separa dai membri della Compagnia solo dopo che hanno riconosciuto lo stesso.

Gandalf il Bianco: Difensore dei valori semplici

Il Signore degli Anelli

Io sono Gandalf il Bianco e ritorno da voi ora, al mutare della marea.

Sacrificandosi nello scontro con il Balrog di Moria, Gandalf cade nelle tenebre e permette al resto della Compagnia di proseguire il viaggio; i membri devastati dal lutto devono fare i conti con la propria incompletezza, perché colui che per loro era stato un padre viene a mancare nel modo più doloroso e definitivo.

In senso freudiano, Aragorn, Frodo e gli altri d’ora in avanti hanno il dovere morale di realizzare azioni per avvicinarsi agli ideali rappresentati dallo Stregone; psichicamente, devono cercare di interiorizzare quei valori che la funzione paterna di Gandalf aveva trasmesso.

Considerando il critico viaggio che devono compiere, la riuscita di questo processo non è scontata: Il Signore degli Anelli è un viaggio di formazione nella misura in cui prima di mettere in gioco la salvezza della Terra di Mezzo, i protagonisti mettono in gioco la loro stessa esistenza.

Lorien, l’Anduin e la loro separazione sono gli ultimi atti della Compagnia, che proseguirà secondo strade separate, portando dentro di sé gli insegnamenti di Gandalf; quest’ultimo, tornato nel secondo film come Stregone Bianco per contrastare il corrotto potere di Saruman, produce un effetto benefico potentissimo per gli Uomini di Rohan e i nostri eroi.

Il ritorno del padre è il turning point della battaglia contro Isengard e la base su cui fondare lo scontro tra Gondor e Mordor della parte finale del viaggio, mentre Frodo e Sam accompagnati da Gollum si avvicinano al Monte Fato, pericolosamente vicino all’Occhio di Sauron.

Quando gli eventi giungono al momento critico, l’unico strumento che garantisce il legame tra i lontani membri della Compagnia è un potente, definitivo atto di fede rispetto ai loro valori, che in Gandalf s’incrociano perché fonte della lealtà che li unisce.

 

L’atto di fede: separazione e riparazione 

Il Signore degli Anelli

Addio, miei coraggiosi Hobbit. La mia opera è terminata; qui, infine, sulle rive del mare, si scioglie la nostra compagnia. Non vi dirò “Non piangete”… perché non tutte le lacrime sono un male!

Uno degli elementi de Il Signore degli Anelli che più mi commuove è il rapporto tra Gandalf e Frodo, perché caratterizzato da continue separazioni che provocano nello hobbit una cocente delusione; presente o assente, Gandalf è una parte di tutti gli hobbit.

Per questo motivo, la separazione che si stabilisce ai Porti Grigi dopo la sconfitta di Sauron e la vittoria del Bene è tanto dolorosa quanto catartica. Solo lì la Compagnia si scioglie definitivamente, pur tuttavia mantenendo per sempre forti legami di affiliazione.

Hillmann, uno psicoanalista junghiano, si è occupato molto di tradimento, delusione, fiducia e riparazione; a partire dagli elementi relazionali che contraddistinguono il rapporto tra padri e figli, egli ha stabilito l’importanza necessaria e fisiologica di una separazione sufficientemente sana.

Da piccolo, il soggetto non ha percezione dell’integrità degli oggetti del mondo esterno: vedere tutto bianco o tutto nero è la prospettiva nella quale l’Io infantile è immerso; solo gradualmente, grazie alla frustrazione dei desideri e al differimento nel tempo del soddisfacimento, il piccolo accede al pensiero e al riconoscimento della differenza tra Me e non-Me.

La conseguenza più bella e importante di questo movimento è il fatto che se prima gli oggetti erano parziali, o completamente buoni o completamente cattivi, adesso è possibile integrarli e arrivare alla percezione di un oggetto completo, sfumato e unico: nella storia de Il Signore degli Anelli questo si verifica in maniera bellissima proprio grazie al ruolo rivestito da Gandalf.

A posteriori possiamo dire che il tradimento fatto dallo Stregone quando è venuto a mancare è stato necessario affinché nei piccoli crescesse la capacità di avere fiducia: Hillmann sostiene proprio che non c’è fiducia se non c’è possibilità di essere traditi e delusi.

Quando la storia finisce e le separazioni si consumano, abbiamo l’impressione che questo sia il messaggio che Tolkien e Jackson intendano lasciarci rispetto a Gandalf: volersi bene e legarsi non è scontato, ma è il valore più prezioso che abbiamo e quello che trascende ogni ostacolo materiale. Come testimoniato dai legami tra padri e figli, il riferimento e i seguaci che vengono frustrati dalla mancanza dello stesso; una dialettica irriducibile e fondamentale per lo sviluppo della capacità di riparare l’oggetto e di fidarsi.

 

 

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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