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Dark – La scacchiera del Tempo

Dark

Immaginate una scacchiera definita da lati che si estendono al di là della vostra vista, o della vostra comprensione. Non è detto che questa scacchiera si estenda all’infinito: semplicemente non avete i mezzi materiali né concettuali per stabilirlo. Immaginate, inoltre, che ogni vostra mossa sia predeterminata, pur lasciandovi l’illusione del libero arbitrio. Nel luogo della simmetria bicromatica, ogni volta che avete la percezione di colorare le vostre scelte con pennellate di volontà individuale, queste improvvisamente si rivelano bianche o nere e, rispettivamente, riflettono o assorbono quella volontà. Ma questo disegno, voi, ancora non lo potete vedere. Ecco, tutto questo è Dark, serie tv tedesca creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, prodotta e distribuita da Netflix. Due stagioni che hanno avuto un riscontro molto positivo dal pubblico e una terza in produzione che chiuderà il cerchio.

Ma torniamo alla nostra scacchiera. Perché se è vero che le scelte dei molti protagonisti che abitano la serie sono predeterminate, a dominare quella partita giocata innumerevoli volte non è una qualche entità metafisica o un intelletto trascendente: è il Tempo stesso che sottrae all’uomo il libero arbitrio. La trama si snoda attraverso tre intervalli temporali: il presente (2019), il passato (1986) e, per così dire, il passato remoto (1953). Il trait d’union dei tre luoghi del tempo è la scomparsa improvvisa di bambini dai 12 ai 16 anni. Ma in ogni tratto temporale si trovano sempre risposte errate, perché “la domanda non è come: è quando”.

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Jonas Kahnwald è il protagonista di questa avvincente storia. Con l’aiuto del se stesso più grande (sì, c’è anche un futuro: il 2052), scopre che all’interno delle caverne di Winden, ben nascosta, c’è una crepa nello spazio-tempo. Un cunicolo collega i tre periodi temporali sopracitati.

“Sic mundus creatus est

Puntata dopo puntata, a dilatarsi non è solo il tempo ma anche il principio di causalità. Un senso di disorientamento pervade la mente del protagonista – così come quella dello spettatore – quando si rende conto che Mikkel, il bambino finito “per sbaglio” nel 1984 e che Jonas era andato a salvare, altro non è che il suo futuro padre Michael, suicidatosi nel 2019 proprio per permettere l’eterno ripetersi degli eventi. Costretto a lasciare un bambino fuori dal suo tempo al fine di non annullare la propria esistenza: tutta la serie si regge sul sacrificio e questo non è che il primo esempio.

Ogni scelta dei protagonisti che viaggiano nel passato al fine di cambiare il presente – e il futuro – ben lontana dal cambiare quello stato di cose indesiderato, contribuisce a crearlo in modo causalmente determinante. Non è solo il passato ad influenzare il futuro, ma anche viceversa. È come se il tempo avesse una propria volontà e non accettasse di venire smembrato a piacimento dai protagonisti che lo abitano.

Jonas – Il protagonista di Dark nella sua versione giovane e in quella adulta

Ad ogni azione ci sentiamo cullati dall’illusione di un nuovo corso di eventi, ma puntualmente ci scontriamo con l’ineluttabilità di un determinismo dilatato a tal punto che il nesso causa-effetto sul quale si regge diviene, paradossalmente, indeterminato, o per meglio dire, indeterminante. Come suggerisce il principio di Novikov, il passato è un “sistema” chiuso e dunque è immutabile.

Angosciante la progressiva perdita di fiducia dello spettatore nella linearità del tempo, a favore di una ciclicità eterna dal sapore nietzscheano. Passato, presente e futuro sembrano collassare e ricrearsi continuamente, in balìa di una tempesta muta, sotto gli occhi di un divertito – e antropomorfizzato – Tempo. Più volte nella serie viene ribadito che non c’è una fine né un principio, come ci verrebbe naturale credere, poiché sono la medesima cosa. Si tratta piuttosto di due modi differenti di vedere questo cerchio del tempo.

Riprendendo il celebre esempio dell’anatra-coniglio e strizzando l’occhio al filosofo Karl Popper, ciò che è maggiormente rilevante non è l’oggetto in se stesso, ma l’osservatore: il punto di vista precede l’osservazione. Coloro che hanno certe idee su come è il mondo vedranno un coniglio, mentre coloro che ne hanno altre vedranno un’anatra.

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L’osservatore, dunque, è di fondamentale importanza. Lo sapeva bene Einstein quando introdusse la relatività ristretta, teorizzando che il tempo non fosse assoluto come voleva la fisica classica, ma relativo a due variabili: la velocità e il riferimento spaziale degli osservatori.

Non è un caso che la citazione di apertura di Dark sia proprio del più grande fisico del ‘900.

La divisione tra passato, presente e futuro ha solo il valore di un’ostinata illusione“.

Ma l’uomo è per natura ambizioso e non si accontenta di vivere il tempo, anche fosse un’illusione: vuole dominarlo. Come ha fatto con il resto della natura. Tuttavia una comprensione limitata come quella umana non può abbracciare la dimensione più intima del tempo. Due schieramenti si contendono il dominio sul tempo: Adam e Padre Noah da un lato – forte il richiamo alla Genesi – e la versione anziana di Claudia Tiedemann, alias “il diavolo bianco”. Nella lotta fra bene e male, entrambi sostengono di essere la luce che combatte contro le tenebre.

Tutti gli altri sono pedine che servono solamente a creare e ricreare quei nessi causa-effetto slegati dal tempo e che determinano quella realtà che è sempre stata e che sempre sarà. Jonas ragazzo, Jonas adulto e persino lo stesso Noah si rivelano parte di un disegno che guardavano troppo da vicino per accorgersi di quanto fosse grande in realtà. Una tela che, dopo presente, passato, passato remoto e futuro, si dipinge di un altro colore del tempo: il trapassato remoto (1921).

La versione anziana di Claudia Tiedemann – il “Diavolo bianco” di Dark

Chi vede solo il proprio tempo non può comprendere la portata di quel disegno dove il flusso temporale di inchiostro sembra non scorrere. Ma anche chi vede una parte consistente della scacchiera potrebbe subire la necessità dell’Eterno Ritorno senza accorgersene. In un certo senso, solo lo spettatore e i due giocatori principali scorgono i limiti (meta)fisici di quella scacchiera e l’appiattimento del libero arbitrio sulla predestinazione.

Eppure, anche seguendo attentamente la trama di Dark, lo spettatore fa fatica a capire le reali intenzioni del Re nero (Adam) e della Regina bianca (Carla). Entrambi sembrano voler spezzare quel destino ciclico ma, allo stesso tempo, muovono i pezzi sulla scacchiera come a voler determinare quello schema ancora una volta, in una battaglia eterna senza vincitori né vinti. Per poi iniziare un nuova partita, con gli stessi pezzi guidati dall’illusione di compiere una scelta diversa da quella che hanno sempre compiuto e sempre compiranno.

Tanto sconcertante quanto geniale che sul finale della seconda stagione di Dark si apra uno spiraglio su realtà alternative, come a suggerire la possibilità di interrompere il dominio ciclico del Tempo. Di fatto, o il tempo è un linea retta e modificando un evento del passato si creano infinite biforcazioni (realtà parallele), oppure il tempo è un cerchio e nessun evento può essere modificato visto che è già il risultato di ogni altro evento passato e futuro. Non ci sono terze possibilità. O forse sì?

Chissà, alla fine anche gli stessi marionettisti potrebbero rendersi conto di essere a loro volta pedine in un gioco non riducibile alla scacchiera che hanno di fronte. Ciò che fa la differenza è la posizione dell’osservatore. Sempre. Siamo tutti schiavi del Tempo, costretti a misurare la nostra vita attraverso di esso. Tutto cade all’interno del proprio dominio, anche l’idea di combatterlo.

Leggi anche: Lost – La Fisica del Tempo

Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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