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Paul Thomas Anderson – 6 punti per capire il suo Cinema, la sua Poetica

Introduzione

Maestro è colui che pone la sua inconfondibile firma su ogni opera, colui che si rende riconoscibile e unico per stile, visioni e linguaggio artistico. Ma mentre alcuni maestri del ventunesimo secolo si possono riconoscere immediatamente attraverso l’impatto visivo, come Tarantino e Refn, altri si distinguono soprattutto grazie alla potenza delle loro idee, ed è il caso di Paul Thomas Anderson.

Quello di Anderson non è sicuramente un cinema altisonante, roboante o frenetico. Il regista losangelino, anzi, gioca con la pazienza dello spettatore, lo guida attraverso il film anche grazie al ruolo che assume la macchina da presa: a volte invasiva, per farci fiondare nei rapporti tra i personaggi, delle altre asettica e distante, per farci osservare in maniera oggettiva ciò che l’essere umano è in grado di fare. Anche se sarebbe interessante addentrarci negli aspetti tecnici di PTA, proviamo, come vuole la nostra più profonda attitudine, a cogliere i sei fondamenti della poetica di colui che, senza ombra di dubbio, non è solo Maestro, ma uno dei migliori artisti della nostra epoca.

1. La Solitudine

Tutti i protagonisti dei film di Paul Thomas Anderson, e spesso anche i personaggi secondari, vivono una condizione di isolamento, a volte dovuta dal contesto, come Daniel Palinview ne Il Petroliere, oppure dalla propria psiche, basti vedere Freddie Quell in The Master, o c’è semplicemente chi, come Barry Egan in Punch-Drunk Love, è solitario anche per natura. Praticamente tutti i suoi personaggi sono degli antieroi per motivi diversi, difficilmente ci vengono mostrati come meravigliosi e inattaccabili esempi, molto più spesso li vedremo sporcarsi, piangere, impazzire e compromette la propria figura. Man mano che i film scorrono, i protagonisti dei film di Anderson intraprendono un declino, talvolta morale, talvolta fisico, se non entrambi.

Conseguentemente, dato l’isolamento dei suoi protagonisti, i film di PTA si concentrano maniacalmente sui propri personaggi, respirano i loro umori, vivono letteralmente le loro vite. Questa impostazione, però, non esclude i legami tra questi universi, che invece diventano uno dei fulcri delle sue opere.

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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