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Beautiful boy – Se un padre non basta

Tratto da due libri, Beautiful Boy: A Father’s Journey Through His Son’s Addiction di David Sheff e Tweak: Growing Up on Methamphetamine di suo figlio Nic Sheff, il film in questione è – si potrebbe solo e banalmente dire – il crudo resoconto di quella malattia chiamata tossicodipendenza, filtrata attraverso gli occhi di un padre che cerca di risollevare l’esistenza del figlio.  Fortunatamente, Beautiful Boy è molto di più.

Nicholas (interpretato da Thimotée Chalamet) ha diciotto anni e frequenta il collage, vive con suo padre, la sua compagna e i due loro bambini, in una splendida casa di campagna.
Ama leggere i vecchi autori “depressi” – così ironicamente definiti dal padre – scrivere e disegnare.
In un frammento bucolico del film, il ragazzo cita una poesia di Charles Bukowski – Let it Enfold you –  lì dove parla di costui come uno di quei grandi che più volte gli ha «salvato la vita» da quel grande vuoto, da quel buco nero che lo trascinerà nella dipendenza. Vuoto e droga viaggiano a braccetto in questa pellicola, che denuncia e accarezza, assolve e rinuncia a lottare. Non si tratta della storia di un ragazzo che affronta e cerca di venir fuori dal tunnel dell’eroina e delle metanfetamine, quanto la storia di una paternità dolorosa, impotente.

beautiful boy

Il padre del ragazzo, interpretato da Steve Carell, affronta la lotta da due angolazioni: una è la guerra contro la droga che può portare il figlio a morire; l’altra è la guerra contro sè stesso, contro la consapevolezza che l’amore di un padre ad un certo punto non basta più per salvare una vita, biologicamente parlando.

Sebbene lui provi in qualsiasi modo a riportare il figlio sulla retta via, c’è un momento in cui si arrende: Nicholas lo chiama di notte disperato, ancora una volta soggetto all’eroina, e lui si mostra sordo al suo appello. “Non posso aiutarti io”, dice, quando il ragazzo gli pone la prospettiva della sua salvezza come il quotidiano stare a casa con la famiglia.

La crudeltà sofferta della risposta paterna e la richiesta singhiozzante del figlio sono, in questa scena, estremamente dilaniant,: come dilanianti sono i disegni di Nicholas che in quei giorni il papà scova sotto il suo letto. Disegni di morte e dolore, quelli che parlano senza filtri di droga e malattia, quelli che fanno pensare molto al Pompeo (1987) di Andrea Pazienza,  in cui atroce è il racconto della dipendenza da eroina.

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E poi la comunità, le fughe, i consulti medici. Il film si esprime con un grande affanno, una grande tensione paterna, un dolore grande che prova a rimediarsi, ad aiutarsi. La colonna sonora ci ricorda quanto sia il bello di papà questo Nicholas, e quanto il padre stia lì sempre pronto a proteggerlo “Close your eyes, Have no fear, The monster’s gone, He’s on the run and your daddy’s here”, canta John Lennon nella sua Beautiful boy.

Neil Young, invece, con la sua Heart of gold rimanda alla speranza “I want lo live, I want to give, quella che fa da filo rosso di tutta la storia, e che è tutta lì altezzosa e carica, anche quando davanti ad una disamina medica fortemente negativa, il padre è sempre pronto a provarci, a sperarci fino in fondo. Un po’ più cupa e malinconica, forse, la Sunrise Sunset di Perry Como.

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Non è la prima volta che Chalamet si confronta con un padre, sul grande schermo: difficile dimenticare il dialogo finale tra genitore e figlio in Call me by your name. Anche lì viene fuori tutta l’umanità di un padre che cerca di aiutare il figlio a comprendere se stesso e la realtà: se in Beautiful boy l’invito alla vita è però più profondo e drammatico, in Call me by your name l’esortazione è una sorta di carpe diem oraziano, una rivisitazione degli scritti del poeta in chiave contemporanea,  l’incitare al vivere la vita minuto per minuto, cercando di non perdersi niente, prima di ogni cosa l’amore.

“S’abbracciarono” scrive laconico Italo Calvino, in un racconto tratto dal suo Gli amori difficili (1970) che porta il nome de L’avventura di due sposi. Lo scrittore accenna all’abbraccio di due amanti. In quel limpido e prosciugato s’abbracciarono c’è tutto l’amore del mondo, il lettore non pretende che si aggiunga altro. Così quando Nicholas e suo padre si abbracciano, mormorando tre parole: «Più di tutto». E in queste tre parole che ripetono insieme, quando sono l’uno nelle braccia dell’altro, c’è la forza che viene dall’amarsi, che conta più di qualsivoglia debolezza. Tutta la pellicola è un urlo intenso che prova a ribadire questo: non c’è lotta, non c’è vita, senza la speranza che è in grado di darci solo l’amore.

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La droga è la prima causa di morte in America per le persone al di sotto dei cinquant’anni di vita. Questo dato viene menzionato appena prima dei titoli di coda, insieme ad alla rivelazione che gli eventi del film sono tratti da una storia vera. In due ore di film, due sono le verità inneggiate: la verità sulla morte e la verità sull’amore.

Leggi anche: Chiamami col tuo nome: Lo sguardo (di chi ha) perso

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