News

Jeux d’enfants – Un gioco da scemi, però era il nostro gioco

giochi o non giochi?

A guardarle le cose passate ci si sente sempre un po’ strani. A girarci indietro, ad osservare cosa è rimasto alle nostre spalle, ci si ritrova sempre spaesati e confusi. C’è un’infinità di cose che si lasciano, ci sono cose e persone che si salutano, altre che si finge di salutare e altre ancora che si lasciano solo andare, senza aggiungere nulla. E volano via, come vola via tutto. Ma per Julien e Sophie non vola via un bel niente.

 

“Bisogna lottare o in mancanza di meglio tirare a campare” è un verso tratto da una canzone, tale Baciami dei Diaframma e non so per quale congiunzione mi si sia palesato nel momento in cui mi sono accinta a scrivere queste righe. Forse perché sto per scrivere di un gioco, e il gioco è sempre anche una lotta, e forse anche perché senza lottare e senza giocare nessuno saprebbe come vivere, ovvero campare (o forse, a farla più semplice, perché ascolto spesso questo gruppo). Ma ho già parafrasato troppo. Come mi ha detto una poetessa che mi sta particolarmente a cuore:

«è un’architettura difficile, ma è importante lasciare sempre qualcosa di inespresso».

 

I giochi dei bambini sono tanto sinonimo di spensieratezza quanto, soprattutto, di rischio. E il bello del loro furore – delle loro corse senza tempo, dei loro insulti spietati, dei loro pianti salati e sinceri –  risiede tutto in questo binomio. Ci può essere, del resto, gioco senza rischio? Potenzialmente sì, ma, il gusto poi dov’è? E non parlo – quando dico gusto –  solo di uno dei cinque sensi che all’uomo è dato possedere, quanto proprio di un modus vivendi: mi si venga a dire che cosa ce ne si fa di una vita senza gusto, passione, per la vita stessa.

Ma senza allargarci troppo, senza parlare di vita in grande, parliamo di gioco in piccolo. Giochi o non giochi? è la domanda che ricorre più e più volte e con una cadenza tutto fuorché casuale, durante il film. La storia è quella di due bambini, Julien e Sophie, legati da una strana forma di amicizia: problematici entrambi, lui fa i conti con la triste malattia della mamma, lei con gli insulti che le gettano addosso i suoi compagni di scuola perché è una «sporca polacca». Dopo che Julien assiste agli ultimi momenti di vita della madre – in una camera di ospedale, con un pavimento a rombi fin troppo bello e che ha forse il compito di addolcire il momento tragico – si ritrova a condividere i primi spaesamenti del post-mortem insieme a Sophie. Quella notte, quella prima notte sarà tutta con lei: «Sophie e io abbiamo dormito dieci anni quella notte. E al mattino il gioco è diventato serio».

giochi o non giochi?

Strano, dicevo, il loro rapporto di amicizia, perché, senza neppure essere troppo arguti, si riesce facilmente a capire quanto questo legame si spacci per amichevole solo perché risulta più facile chiamarlo così, poiché causa probabilmente meno male ed è più prudente. I due bambini – che poi diventano ragazzini e adulti –  giocano per riscattarsi dal dolore e si sfidano a vicenda, provocandosi e rischiando spesso con molta incoscienza:

«Ma c’è un gioco a cui non si deve giocare mai, anche se a chiederlo è il vostro migliore amico: farsi seppellire in un blocco di cemento».

La colonna sonora, poi, la dice lunga. Edith Piaf è messa purtroppo da parte e al suo posto subentra la versione più inflazionata de La vie en rose, quella di Louis Armstrong: tutta graffi e tormento, ma anche dolcezza, tanta dolcezza. L’effetto voluto e riuscito è quello straniante e dissonante, e lo si vede soprattutto nel finale parossistico: che non spoilero, però vi dico la mia: vale la pena arrivarci.

Marion Cotillard è graziosa e sensuale, un po’ bambolina, un po’ donna. Lui, tale Guillaume Canet – ebbene sì, i due si sono conosciuti su questo set per poi sposarsi nella realtà, quella reale reale  – è un biondino ammiccante, a tratti volutamente stupido, a tratti addirittura simpatico e brillante. A legarli è sempre quel passato sofferto da cui sono partiti i loro giochi, il titolo originale del film è, infatti, Jeux d’enfants (Yann Samuell, 2003), malamente tradotto in italiano in Amami se hai coraggio.

Il loro è un congedo irrisolto, quello di due bambini che si vogliono bene e che poi, crescendo, si perdono di loro volontà per poi continuamente ritrovarsi. Ma ancor di più a tenerli stretti, nonostante gli anni che passano tra un incontro e l’altro, è un oggetto che resta intatto, simbolo del loro gioco, testimone decennale di quell’amore ancora non sfogato, non vissuto compiutamente, ma solo annusato: un carillon.

giochi o non giochi?

Tutto è incentrato sulla domanda Giochi o non giochi che permette ai due di mettersi alla prova, aiutandoli a non prendersi troppo sul serio, ma c’è un momento, poi, in cui la belle fille si ritrova incastrata. Non le interessa più giocare e sentirsi un giocattolo tra i giocattoli, ma vuole iniziare a credere in qualcosa di diverso, un sentimento forse? Ed ecco partire la sua sfuriata al femminile, una piccola requisitoria – se la si vuole inquadrare più largamente – contro l’incostanza maschile.

Quanto a lui, anche se non si parla qui di un Don Giovanni o di un Casanova di turno ma soltanto di un biondino insulso, la sua retorica è la loro stessa, quella dell’uomo leggero, che irride, che cerca di sorvolare e non pesare troppo parole e sentimenti. E allora mi viene in mente una poesia, quella scritta da un amante codardo, uno di quelli che non se la sente di andare in fondo, ma che preferisce rimanere sospeso, in balìa delle onde e dei venti (e chissà se per mancanza di interesse o per totale assenza di midollo ché, in amore, ci vuole anche quello).

Così scrive Michele Mari nel suo Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi 2007):

Arrivati a questo punto

dicesti

o si va oltre

o non ci si vede mai più

Non capivi che il bello era proprio quel punto

era rimanere

nel limbo delle cose sospese

nella tensione di un permanente principio

nel nascondiglio di una vita nell’altra

Così il mio contrappasso di pokerista

è stato perdere tutto

appena hai forzato la mano.

giochi o non giochi?

E allora stesso modo parte da questo momento, nel film, il gioco della vendetta, e a iniziare è lei, Sophie, che si trasforma in una autentica donna-falco, una Ladyhawke tenebrosa, perfida, e perdutamente innamorata.

Mi aspetterai?

È un gioco?

No.

Lo saprai tra un anno.

In realtà a passare sarà più di un anno, prima che i due si rivedano. Saranno trascorsi uomini, donne, notti d’amore, prima che arrivi la vendetta da parte di Julien che non aveva ancora dimenticato come Sophie, nel momento più alto della sua condanna verbale, lo aveva giudicato incapace di poterle fare del male, un modo per dirgli che era uno smidollato, un perdente; mentre lei – la strega, la fata, un po’ Circe, un po’  turchina – rimaneva la sola vincente. Così vincente da far perdere la testa sempre più al ragazzo che, in un monologo a circa poco più di metà pellicola, tesserà un lunghissimo elogio alla carica vitalistica della donna che è meglio, a suo dire, di qualsiasi altra cosa possa esistere al mondo: meglio dell’LSD, meglio delle trilogie di George Lucas, meglio dell’assolo di Hendrix, della resurrezione di Lazzaro o del collagene nelle labbra di Pamela Anderson, e tanto altro.

giochi o non giochi?

Dopo tante corse, dopo tante imprecazioni, dopo tanti giochi, è la semplicità di un sentimento che va solo accettato per quel che è, a vincere. A respingerlo si è bravi fino ad un certo punto, poi boom, tutto scoppia. Ed è vero che serve coraggio per amare, le commedie oniriche francesi come questa sono brave a dirlo. Un giorno un’amica mi ha detto che le relazioni sono solo atti di interesse e non di coraggio. Non le ho mai creduto.

 

 

Leggi anche: Submarine – Il Tempo delle Polaroid

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.