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La mia vita con John F. Donovan – C’è qualcosa di Speciale

Intimista, sincero e vagamente solipsista, Xavier Dolan è alla sua settima fatica con La mia vita con John F. Donovan, primo film in lingua inglese per il regista, che arriva in Italia a quasi un anno di distanza dal suo debutto al TIFF di Toronto, raccogliendo forti critiche negative.

Gli ultimi film dell’ex enfant prodige non hanno probabilmente mantenuto a pieno la promessa fatta con l’acclamato Mommy e quella innegabile perla di Laurence Anyways. Nonostante le aspettative, si esce dalla proiezione de La mia vita con John F. Donovan sicuramente emozionati e appagati dall’evidente bellezza manifesta sullo schermo. Proviamo ad analizzare alcuni aspetti della pellicola e a indagare la bellezza e l’imperfezione del nuovo film di Dolan.

La storia narra di un improbabile e segreto rapporto epistolare che si instaura tra il celebre attore John Donovan (Kit Harington), artista trentenne all’apice della sua fama, e un bambino di dieci anni, Rupert, appena trasferitosi con la madre in Inghilterra e vittima di bullismo a scuola.
Il film è costruito sulle vite molto diverse e sulle sofferenze parallele di questi due personaggi, entrambi alle prese con le proprie madri (Susan Sarandon e Natalie Portman), e con un’interiorità profonda e fragile, chiusi nella solitudine.

Una storia personale

La cornice in cui è narrata la storia dei due protagonisti è quella di Rupert adulto che racconta la vicenda durante un’intervista con una giornalista. I fili narrativi sono quindi tre, e quello della cornice può risultare a volte ridondante e superfluo dal punto di vista tematico, utile solo come escamotage narrativo. Ma nello sviluppo del rapporto tra la giornalista e Rupert c’è un momento su cui è importante soffermarsi.

Audrey è una giornalista adulta impegnata in cause umanitarie, sociali e ambientali importanti, che di solito non ama perdere tempo con storie di giovani del primo mondo viziati e arroganti con cui la vita è stata gentile. L’iniziale antipatia nei confronti di Rupert e della sua storia – un’intima storia di rifiuto e omosessualità – svanisce a seguito di un discorso del suo intervistato sul suo diritto di raccontare anche le piccole sofferenze personali.

Xavier Dolan attinge sempre dalla propria biografia e anche questa volta rivendica l’importanza di fare arte a partire da sé, perché la storia della depressione e dell’omosessualità segreta di un grande attore, la storia di un artista che combatte per la propria identità magari non salverà un bambino  in Africa, ma può salvare un ragazzino in difficoltà; così come un film come La mia vita con John F. Donovan può emozionarci, farci guardare dentro noi stessi e sensibilizzarci rispetto a tematiche come la diversità, la depressione e i dolori della crescita.

Ed è un messaggio in cui è facile rispecchiarsi. La generazione dei millenial in Occidente viene spesso criticata come privilegiata, nonostante sia afflitta da problemi della sua era e del suo ambiente; anche lì dove si tratta di “semplici”, banali problemi di bullismo, accettazione sociale e identitaria, prendere posizione, parlare e vivere nel rispetto del sè richiede un coraggio difficile da raccogliere nel proprio animo, al di là delle proprie fortune o libertà. Ognuno vive nella propria bolla, è difficile farsi raggiungere dagli altri senza che il nostro piccolo mondo non esploda.

Lo stile (imperfetto) di un giovane artista

Dolan è un regista di culto per le nuove generazioni e ha fatto un film per le nuove generazioni. È un regista colto che parla direttamente ai giovani, con lo sguardo rivolto nei loro occhi e svelando, come solo l’arte sa fare, una verità.
In La mia vita con John F. Donovan, Dolan usa un linguaggio giovanile, una colonna sonora giovanile (dalla splendida scena iniziale con Rolling in the deep di Adele a una cover di Stand by me interpretata da Florence + The Machine), l’estetica che ha cresciuto questa generazione sin dagli anni novanta.
Il casting degli attori di Jon Snow e di Albus Silente, che guida John Donovan a conoscere un verità esistenziale, menzionando un ragazzino con i poteri magici, è una mossa debilerata per smuovere l’animo di chi sente risuonare le parole degli attori nel proprio cuore, come se fossero nate propio lì.

C’è da riconoscere che ci sono errori narrativi, il film è a tratti lento, i dialoghi sono a volte didascalici (in particolare certi discorsi di Rupert, che parla più come un quarantenne che come un bambino), ma Dolan non perde la maestria tecnica che lo contraddistingue nella composizione dell’immagine e nei primi piani.

Il regista inoltre ha saputo sfruttare bene il suo attore protagonista, facendolo risplendere di una luce in parte ineditaIl personaggio di Kit Harington è all’apice del climax della sua vita, è famoso e ammirato da fan e critici, ma non è libero di amare un uomo ed essere se stesso nella sua vita privata. 

È un personaggio che ci appare nella sua purezza, chiuso in un mistero incomprensibile. D’altro canto, “cosa ci dovrebbe rivelare la vita di un artista?” Cosa, se non quel segreto di bellezza che Dolan ha visto in Kit Harington e che non hanno tutti, non tutti gli artisti.
Come Icaro, John precipiterà, ma non prima di aver dato qualcosa di prezioso al bambino che lo ammira follemente dall’Inghilterra, per cui John è un vero idolo.

Il piccolo Rupert riceve segretamente le lettere di John per cinque anni, e le pubblicherà da adulto  sotto il nome “Lettere ad un giovane attore”, titolo che riecheggia le “Lettere ad un giovane poeta” del poeta tedesco Rainer Maria Rilke, in cui possiamo leggere una dolce saggezza, una lezione di vita e di speranza simile a quella che John vuole comunicare a Rupert, che potrebbe aver salvato Rupert:

“Lei è molto giovane, ancora all’inizio di tutto, e vorrei – al meglio che posso – chiederLe, caro signore, di avere pazienza nei confronti di tutto ciò che di irrisolto v’è nel Suo cuore, e di provare ad amare le domande stesse come stanze chiuse o come libri scritti in una lingua a Lei molto estranea. Non ricerchi adesso le risposte che non possono esserLe date perché non saprebbe viverle. E si tratta di questo: vivere tutto.”

Nel film John finisce con l’afferrare e possedere l’arte; ma nonostante il successo non sarà lui il vero vincitore, bensì Rupert, colui che riesce a inseguire la propria vita e stare al passo con essa.

Xavier Dolan racconta delle nevrosi di un eterno adolescente, ma guardando al suo percorso e alla sua opera ci rendiamo conto che forse La mia vita con John F. Donovan non è nulla di più che un buon film, ma girato da un regista geniale.

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