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Thor – Essere o Dover Essere

Il personaggio i cui film sono meno apprezzati, la cui qualità è indubbiamente inferiore alla maggior parte delle altre pellicole del Marvel Cinematic Universe. Una trilogia altalenante, da una prima pellicola dai toni shakespeariani ad un secondo capitolo eccessivamente patetico e oscuro, fino ad un terzo film assai più luminoso e comico, ma spesso puerile.

Eppure, Thor, il dio del tuono, è il personaggio che, forse, ha da dire qualcosa più di tutti. Arroganza giovanile, perdita, crescita, empatia, depressione e risoluzione. Dove Tony Stark segue una linea ascendente, dall’egoismo al sacrificio, dove Steve Rogers segue una linea retta nella sua incrollabile determinazione, Thor viaggia su un percorso emotivo instabile, fatto di apogeo e caduta e poi, di nuovo, una risalita, tra incertezze e delusioni.

Parliamo, dunque, del dio più umano degli umani, di un eroe che ha affrontato e, forse, sconfitto il suo peggior nemico: sé stesso.

“Non è una brutta cosa accorgersi di non avere tutte le risposte. Poi cominci a farti le domande giuste.”

– Erik Selvig

Il primo film di Thor segue le note di Walk dei Foo Fighters. “I think I lost my way” recita il testo: il figlio di Odino, erede al trono di Asgard, viene bandito dal padre per la sua arroganza e la sua brama di conflitto, sfruttate sapientemente dall’invidioso Loki. Il dio del tuono viene privato dei suoi poteri, ormai non più degno del martello mjolnir, che può essere brandito solo da un cuore che abbia conosciuto la nobiltà d’animo e la compassione.

Esiliato sulla terra, Thor, ormai “umano”, farà di tutto per trovare la sua arma, come se fosse l’incarnazione del suo destino e del suo essere, come se non valesse nulla senza il mjolnir.

Tuttavia, pur scovandola, non può brandirla. Il suo viaggio inizia in questo momento, quando ogni sua certezza crolla. Vedeva davanti a sé un futuro di guerre, banchetti e gloria, sicuro di ereditare la corona del padre. Dovrà, invece, ricominciare da zero, cercare il suo posto nel mondo, dovrà imparare a camminare di nuovo, come un bambino. “Learnig to walk again” recita il ritornello della canzone che fa da traccia al primo film.

Il primo passo sarà chiedere scusa alla persona che, niente di meno, lo ha incastrato: suo fratello. Loki, memore spezzato di una vita all’ombra della grandezza di Thor, non ha aspettato altro se non di vendicarsi su di lui e su Odino, per usurpare il trono di Asgard. Il dio del tuono riuscirà a fermare il dio degli inganni, a malincuore, in un intreccio amletico che si risolverà nel riscatto del futuro vendicatore.

Nuovamente degno, temprato dalla lezione appresa dai suoi fallimenti, il futuro di Thor sembra riassestarsi. Però, il suo viaggio non è finito, il suo destino è ancora occulto. Dalla tempesta non emerge il vanaglorioso giovane pretendente al trono, ma un uomo che ambisce solo ad un padre che sia fiero di lui, un uomo in cerca di risposte su chi sia veramente e su chi sia destinato a diventare. Essere o dover essere? La meta è ancora lontana.

“So cosa significa perdere. Sentirsi così profondamente nel giusto e nonostante ciò fallire. Lo temi, lo eviti, il destino arriva comunque.”

– Thanos

Non è un caso che il titano pazzo pronunci queste parole mentre trascina il corpo di un dio sconfitto.

Nella battaglia contro gli elfi oscuri Thor perde sua madre, l’unica disposta a trattarlo con tenerezza e compassione, da contraltare all’austerità del padre.

Odino, colui che ha sempre esitato nel lodare il figlio, pur di assicurarsene la crescita e la maturazione, ma sempre consapevole della strada onorevole da lui intrapresa, muore ormai vecchio e stanco tra i fiordi norreni.
Thor ha sempre cercato di essere degno della stima del padre, vacillando, però, di fronte al potere oscuro di sua sorella Hela, la dea della morte.

Sin da quando è entrato negli Avengers, sin da quando ha preso coscienza della sua forza, Thor si è sempre sentito in dovere di essere all’altezza di ogni situazione. In effetti, egli è palesemente il vendicatore più potente, ma questo comporta responsabilità immense: intere vite dipendono da lui, fardelli che ricordano la volta celeste sorretta da Atlante. In qualità di ciò, lui deve essere la prima linea di difesa, lui deve riuscire; ma se non fosse abbastanza forte? Questo è l’ostacolo più grande per il dio più valoroso: i suoi dubbi. 

Come quella visione, quell’incubo, evocato da Scarlet Witch in Age Of Ultron, in cui Heimdall, il suo migliore amico, lo definiva come la più grande disgrazia di Asgard, lui che si è sempre prodigato per difenderla.

Tuttavia, ecco che dalle lande desolate del Nord riecheggia una voce, per ricordargli chi è stato e chi ancora è veramente.

Thor: “Non sono niente senza il martello”

Odino: “Tu sei Thor il dio dei martelli?”

Thor: “Non sono forte come te”

Odino: “No… Sei più forte”

Quando perdi te stesso e la tua strada, segue la perdita del coraggio. Eppure, non Ultron, né Malekith, né Hela sono riusciti ad abbattere Thor nel corpo o nello spirito. Il fato, però, ha intenzione di sottoporre il guerriero ad altre indicibili prove. L’ultima, quella che gli porterà via tutto, si chiama Thanos

Per mano del folle viola cadranno Heimdall e Loki, il fratello che non ha mai smesso di amare, nonostante tutto; quel fratello che come ultimo atto ha cercato di fare del bene, poiché persino l’ambiguità degli inganni cede e cambia di fronte all’affetto inamovibile del vendicatore, un amore fraterno incrollabile, come la sua volontà.

Non ci saranno resurrezioni questa volta. Thor è costretto a veder morire davanti ai suoi occhi tutto ciò che gli rimaneva della sua famiglia e della sua vita su Asgard; impotente, lui che doveva essere il dio del tuono, il re della sua gente, il guardiano dei nove regni.

Cos’altro ha da perdere? 

Nel baratro più oscuro, quando tutto sembra svanire, il destino può decidere di rincarare la dose. Pur avendo perduto ogni cosa, con una recondita e inspiegabile forza d’animo Thor decide di giocarsi un’ultima carta, tentare il tutto e per tutto: Stormbreaker, l’arma del re. Con essa squarcia i cieli della Terra in aiuto degli Avengers, deus ex machina della battaglia di Wakanda. Thanos è l’ultimo di una lunga scia di bastardi che periranno sotto i suoi colpi, o almeno questo credeva il dio norreno. Avrebbe dovuto mirare alla testa. 

I vendicatori perdono la guerra dell’infinito, metà dell’universo perisce sotto il peso dei loro fallimenti. Ognuno di loro si sente in colpa, ma nessuno di loro si sente in colpa più di Thor. L’avenger più forte, onnipotente tra i mortali, colui che avrebbe dovuto proteggerli. Tanti doveri e mai il lusso di potersi concedere un desiderio per il signore delle tempeste.

Dopo la catastrofe, avrebbe dovuto prendersi cura di ciò che è rimasto del suo popolo, trasferitosi sulla Terra, ma come poteva? Dopo una disfatta del genere, come andare avanti? Con quale scopo? Thor ha fallito nell’essere un re, ha fallito nell’essere un vendicatore, ha fallito in ogni suo proposito cui pensava di essere destinato. 
Seguono la depressione, l’aumento di peso, lo sconforto, la paura del nome stesso di Thanos, le lacrime al solo udirlo.

È un peccato che questa forma di Thor, in Avengers – Endgame, sia stata utilizzata per delle gag puerili, invece che per la sua poetica. Poiché c’è tanta umanità ed empatia in un personaggio così valoroso, eppure così sconfitto, che avrebbe meritato così tanto, ma arriva a sentirsi solo inutile e debole, che trova conforto solo nel cibo e nell’alcol, perché ormai non ha più nulla.

Caduta e risalita nel primo film, crescita nel secondo, maturazione e presa di coscienza del proprio essere nel terzo; quasi tutti i viaggi si fermano qui nella fiction. Tuttavia, nella vita reale, anche quando ci si sente arrivati, si può rischiare di cadere nuovamente, si possono fare tanti passi avanti e altrettanti indietro. Per ogni successo può esserci un fallimento, ma non per questo ci si dovrebbe abbattere. E anche nell’abisso più profondo, nello sconforto più totale, non è detto che si perda il proprio valore, o la possibilità di essere degni.

“Tutti falliscono nell’essere chi dovrebbero essere. Il valore di una persona, di un eroe, è dato da come riesce nell’essere sé stesso”

– Frigga, Madre di Thor

Aveva perso le proprie certezze nella prima pellicola, ne aveva trovate di altre; aveva imparato di nuovo a camminare, ritrovando la sua strada; ma l’ha perduta nuovamente, e ha dimenticato nuovamente. Ora, grazie alle parole di sua madre, ritrova sé stesso ancora una volta, impara a camminare ancora una volta. Non perché sia stato il destino a decretarlo, ma perché è stato lui a sceglierlo. Trovare la via che conduce verso sé stessi, la vera ultima frontiera. Nient’altro che il sé. Un punto di arrivo che è anche un punto di partenza.

Thor sceglie di rimettersi in piedi, non costretto ad essere re o vendicatore, ma per essere chi sente davvero di essere: un guardiano, degno di brandire mjolnir, che torna nelle mani del suo padrone giusto e valoroso.
La sorte non è stata clemente con lui; forse cadrà ancora, forse si rialzerà ancora, nell’eterna instabilità e delirio dell’esistenza, nell’eterno ritorno dei pericoli e delle incertezze. Non verrà mai a mancare, però, il suo spirito, il suo essere, anche quando dimenticherà di riconoscerlo.

Tristezza e depressione non sacrificano la virtù di un individuo, questa è la poetica del Dio del Tuono.

La sua destinazione rimane ignota, forse lo attende un futuro con i Guardiani della Galassia. Per la prima volta dopo anni è finalmente libero, senza una meta predestinata, solamente l’istinto da seguire. Troverà il suo posto in questo universo? Probabilmente nemmeno lui lo sa, non sa dove sta andando, ma sa dove è stato e quello che ha passato, e sa che dovrà soltanto rimanere fedele a sé stesso, il resto non ha importanza.

“Chiunque voglia trovare il proprio posto in questo mondo, deve cominciare ammettendo di non sapere dove si trova.”

– Erik Selvig

 

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