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La Malinconia di Bergman – Chiediamo perdono per la nostra umanità

Il principio di questo articolo, incentrato su uno dei temi cardine della poetica filmica di uno dei più grandi geni che il cinema abbia mai visto, non poteva che mostrare l’immagine qui sopra come punto di partenza. L’immagine è tratta da uno dei film più significativi nella carriera di Bergman: “Il settimo sigillo“.

La partita a scacchi, intrapresa dal protagonista niente poco di meno che contro la morte in persona, è metafora della battaglia che il regista svedese ha intrapreso con la vita, portando e mostrando, attraverso una magistrale elaborazione estetica, i dubbi, le incertezze, il dolore che attanaglia le anime dei suoi vulnerabili personaggi. Attraverso l’ambientazione medievale, con questa pellicola Bergman ci mostra una dimensione di isteria collettiva legata al metafisico, ci porta indietro nel tempo senza tuttavia nascondere la somiglianza tra ciò che gli uomini di allora cercavano e ciò che quelli a noi contemporanei non hanno ancora trovato.

In una claustrofobica e malsana ambientazione, dove un comportamento fuori dalla norma era motivo di condanna a rogo, i personaggi si muovono in una terra desolata alla ricerca di Dio, della certezza o delle certezze nella vita terrena segnata spesso dalla miseria e da un senso di abbandono quasi primordiale.

Non cambia molto quando le pellicole del regista si spostano ai tempi odierni, nella trilogia del silenzio di dio i personaggi sono ossessionati dalla ricerca di quel Dio metafora di pace, bene, equilibrio e autocoscienza. Nel meraviglioso “Luci di inverno” secondo film della trilogia sopracitata, un presbitero  ci viene mostrato in tutta la sua debolezza umana e nella sua voglia di incontrare quel Dio reo di avergli imposto un modus vivendi segnato dalla dedizione totale alla causa. La risposta sarà ovviamente il silenzio, quel silenzio confondibile facilmente con una miseria che si nasconde nel senso stesso dell’esistenza.

Spostandoci indietro di qualche anno troviamo una pellicola dalla fortissima tinta personale e autobiografica, quello che è stato definito una versione dell8 e mezzo  felliniano in versione bergmaniana: “Il posto delle fragole“.

Qui un ormai vecchio medico ci viene mostrato in tutta la sua cruda essenza, un uomo burbero segnato dal vissuto e che non trova nulla di interessante nella realtà circostante, un uomo a cui il tempo sembra essere tiranno più che mai, ma che nel tempo passato e nel ricordo (in maniera baudeleriana) cerca un’ ancora per non cadere e affondare nel mare della solitudine e dell’inettitudine. Un uomo ricco, medico di fama, che non ricorda più quale sia il primo dovere di ogni medico: chiedere perdono.

Il malinconico perdono qui citato si riferisce alla vita passata, il perdono va dato a se stessi quando un’evenienza (come il premio per il cinquantesimo anno di servizio medico per il protagonista del film) ci porta a rivalutare le nostre scelte, le nostre azioni, le nostre parole e i legami che abbiamo coltivato nel corso della nostra vita. Il perdono diventa accettazione interiore che ognuno deve darsi e non è detto che questo accada. Un giorno saremo giudicati per le nostre scelte e i giudici saremo proprio noi stessi. Sussistono delle le scene oniriche della pellicola letteralmente indimenticabili, in particolare le evocazioni con immagini della tirannia del tempo.

“Lei non è altro che un vecchio egoista: non ha riguardo per nessuno, e in vita sua non ha ascoltato che se stesso. Si cela dietro una maschera, un paravento di bonarietà e di modi molto raffinati, ma è solo un perfetto egoista. Anche se tutti La definiscono “l’amico dell’umanità”, noi che La conosciamo da vicino sappiamo chi è, e non ci può ingannare.”

Tuttavia, il film forse più allegorico e significativo del regista, la sua opera omnia, è rintracciabile nella meravigliosa pellicola del 1966: “Persona“. Titolo tratto dalla radice latina della parola, che sta a significare “maschera”, il film tratta temi quali l’impossibilità di darsi una forma nel mondo, un relativismo degno di Bergson e Pirandello che ci mostra due donne segnate da una malinconia di fondo così potente da riuscire a legarle inevitabilmente ed interiormente fino a renderle coscienti, quasi maieuticamente, del proprio dolore e della sua origine.

Entrambe le donne hanno (chi volontariamente, chi no) rifiutato la vita, simboleggiata da un figlio mai nato, per entrambe. Qui Bergman arriva alla vetta del suo estro poetico e cinematografico creando un parallelo analogico tra il rifiuto delle due protagoniste di Persona per i loro rispettivi figli e quello che Dio ha riservato all’intero genere umano (i suoi figli), il Dio che Bergman tanto ha agognato, quel Dio che voleva dire pace felicità e che tutta l’umanità ha spasmodicamente cercato macchiandosi della principale delle colpe verso se stessi: non ha mai chiesto perdono.

 

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