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Vizio di forma – Alla Ricerca di un Amore Perduto

Un amore finito è una scatola piena di oggetti. Pezzi di un puzzle amoroso che, una volta scomposto, sarà impossibile rimettere insieme. Una scatola di fiammiferi, una foto, una cartolina: finestre aperte sul ricordo, per rivedere momenti del passato, e sentire ancora una volta vicino un amore che non c’è più, spezzato da un vizio di forma. Lo sa bene Larry Sportello che, mentre steso sul divano, nelle nebbie della Maria, vede di continuo Shasta Fay; la vede nei posti dove sono stati insieme, ma soprattutto la vede proprio lì, accanto a lui.

Come una madonna che appare nei fumi del misticismo, quasi fosse davvero presente in carne ed ossa nel salotto di casa, risulta impossibile capire se si tratti di un sogno o realtà. Quella donna che sta andando via, ha portato con sé l’innocenza di questo investigatore hippie, lasciandolo in una palude di nostalgia a combattere con le sabbie mobili del rimorso. A chiedersi, giorno dopo giorno, cosa non abbia funzionato; quale sia stato quel vizio di forma che ha distrutto una relazione e due vite.

Vizio di forma

Tutto intorno gli ricorda Shasta. A cominciare dalle scale digradanti che conducono al mare, proprio fuori dalla porta di casa; fatte migliaia di volte di giorno e di notte, col sole e con la pioggia, mano nella mano, prima di affondare i piedi nella sabbia. Non ne può più Doc, di combattere con i fantasmi; vorrebbe esorcizzarsi e riuscire ad andare avanti con la sua vita. Per questo decide di imbarcarsi in questa indagine, alla ricerca del vizio di forma; si imbarca in un viaggio dantesco, nel mezzo di un caleidoscopio di personaggi, che lo aiutino a capire dov’è finita Shasta, ma soprattutto perché non è più insieme a lui. Cosa non ha funzionato? Cosa l’ha portata a scappare da lui per diventare l’amante di un magnate dell’edilizia? Dov’è finita quell’innocenza, quella spontaneità, quella fame di vita che li animava?

Vizio di forma

La risposta è in una cartolina, e in una tavoletta ouija. In una cartolina che è anche una tavoletta ouija, perché dà voce a un fantasma, allo spettro di una Shasta che non esiste più, che ora è viva solo nei ricordi di Doc. Nei ricordi di un’astinenza massacrante, che gelava il sangue e li spingeva a stringersi ancor più stretti tra loro per cercare calore. A stringersi l’uno all’altro, o attorno ad una speranza flebile e innocente: quella di uno spettro che decide di sussurrargli un numero di telefono, a cui chiedere dove trovare una dose; un call center dei fattoni, tanto irrazionale quanto irreale, reso plausibile solo dalla disperazione. Dov’è l’uscita da quell’inferno, qual è la strada per il paradiso dei fattoni? La risposta è: 4723, Sunset Boulevard.

Vizio di forma

Ricordi quel giorno quando la tavoletta ouija ci fece uscire col temporale? Mi sento allo stesso modo stasera. Solo noi, insieme. Un po’ come stare sott’acqua. Il mondo, tutto quanto, da un’altra parte, lontano...

Doc e Shasta, immersi in un acquario, che tiene il resto del mondo lontano, come fossero due anime sperdute nella stessa bolla di pesci; uniti nel dolore, come fossero due novelli sposi; giocando rincorrendosi sotto la pioggia, come fossero due innocenti bambini.

Protagonisti della loro personale caccia al tesoro, alla ricerca del baule del capitano Trip, che possa mettere fine a quella fame cannibale di droga e di evasione. Ma la realtà è come un marciapiede su cui sbattere il muso; selciato duro che spacca i denti, rivelando quanto vuote fossero le loro illusioni di salvarsi dal dolore, e quanto inutile la ricerca di un tesoro che non esiste. Nessun premio di consolazione, per i due, solo l’opportunità di ritrovarsi nella tempesta e stringersi nel calore di due corpi uniti. Loro, binomio al vizio di forma della modernità, che si annullano a vicenda per esistere e resistere.

Sull’onda dei ricordi della voce di Shasta, Doc decide di tornare lì. Di tornare a Sunset Boulevard, sul luogo del delitto, per indagare e cercare qualche indizio che illumini le ragioni di quell’amore, ma ritrova solo la disillusione. Un palazzo moderno, lì dove prima c’era uno spazio aperto e pieno di speranza; il simbolo di una corsa verso il futuro, che ha deciso di lasciare indietro quel sogno hippie, morto insieme a Sharon Tate sotto i colpi della famiglia Manson. Doc guarda quel monumento di cemento, e capisce che nulla potrà più tornare come prima; che Shasta Fay è andata via, lontana da lui, per entrare in quei palazzi lasciando fuori la loro innocenza.

Vizio di forma

Il continuo ritorno, le richieste di aiuto e di compagnia, il sesso senza futuro; alla fine Doc capisce che si tratta di un sogno. Alla fine della sua personalissima e caleidoscopica indagine, Doc capisce che in realtà non si è mai spostato da quel divano, per sempre rinchiuso in una notte blu. Proprio nel momento in cui pensa di essersi ripreso Shasta, proprio quando è sicuro di essere arrivato al suo reale obiettivo, con uno sguardo diretto oltre lo schermo si tradisce; mostra il suo bluff e butta sul tavolo una mano di carte isolate. Isolate dalla realtà e dal mondo circostante, proprio come lui; fattone anacronistico fuori tempo massimo.

Eppure non c’è modo di evitare il tempo, il mare del tempo. Il mare del ricordo e della dimenticanza, di anni di promesse ormai andate e irrecuperabili, della terra a cui è stato quasi concesso di rivendicare un destino migliore. Solo per poi vedere quella rivendicazione ignorata da malfattori fin troppo conosciuti, e invece presa e tenuta in ostaggio da un futuro in cui ora dobbiamo vivere. Per sempre.

Un vizio di forma, in inglese Inherent Vice, è un evento non assicurabile, perché quasi certo e di infimo valore; come Doc, sacrificabile in nome dei sogni di gloria e di agiatezza di Shasta Fay. Ma è anche uno dei principi dell’entropia. Un vizio di forma è una proprietà intrinseca di ogni corpo e di ogni processo; è la sua tendenza innata verso la distruzione. Come Larry Sportello che si avvia verso il viale del tramonto, il Sunset Boulevard, in compagnia della California degli anni 60. Non resta che il ricordo, la droga e la nostalgia, per un sogno lisergico di amore e fratellanza, sfociato nell’incubo del Vietnam, e di una guerra eterna.

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