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Dolor y Gloria – Il meta-Cinema più emozionante

Il regista Salvador Mallo (Antonio Banderas), ormai a fine carriera visti i problemi di salute, viene chiamato dalla Cineteca a presentare al pubblico la versione restaurata del suo primo successo a distanza di 30 anni. Il confronto con l’attore protagonista del film, con il quale non corre un buon rapporto, la paura per la propria malattia e il riaffiorare dei ricordi infantili metteranno in scena un quadro complesso e sfaccettato della condizione di vita di un uomo.

Presentato in concorso al 72esimo Festival di Cannes, l’ultimo lavoro del cineasta spagnolo Pedro Almodovar si dimostra fin da subito il lavoro più intimo e personale dell’autore: un viaggio attraverso i ricordi e la giovinezza per parlare della forza e della debolezza dell’uomo attraverso il Cinema.

L'intimo e commovente film confessione di Almodovar.

Almodovar guarda ad uno dei più grandi registi della Settima Arte, ovvero il nostro Federico Fellini, e in particolare a due capolavori del Maestro: “8 ½” (1963) e “Amarcord” (1973). “Dolor y Gloria” prende infatti spunto dalla gioventù del protagonista per parlare della sua crisi artistica (e non solo), essendo egli un regista (come il buon Guido Anselmi che tutti ricordiamo). E i ricordi giovanili di Salvador si mescolano con il presente e offrono uno splendido ritratto psicologico di un uomo che impariamo a conoscere in ogni suo aspetto, nelle sue qualità e nelle sue debolezze, e a cui riusciamo ad affezionarci immediatamente.

Amarcord – L’Eterno Ritorno di Fellini

E Almodovar ci accompagna per mano attraverso un viaggio sempre coinvolgente e mai pretenzioso o banale. Egli utilizza una regia sobria ed elegante basata su movimenti sinuosi e fluidi della macchina da presa che inquadrano lo spazio filmico in maniera avvolgente e dolce. Il regista usa in modo coerente i flashback e le elissi temporali per mostrare alternatamente il presente e il passato di Salvador, senza mai creare fastidio o confusione nello spettatore.

Almodovar accolla su Banderas un ruolo centrale, il migliore della sua carriera, e mette in campo un personaggio talmente reale e senza filtri al quale è impossibile non volere bene. La sua vita è messa a nudo eccellentemente perché Salvador è in realtà un alter-ego di Almodovar stesso e ripercorre in questo modo la sua vita e la sua carriera in un film confessione onesto e commovente. E tutti i personaggi che ruotano intorno a Salvador hanno un significato e un’identità ben precisi e vengono inseriti nella narrazione senza alcuna forzatura.

L'intimo e commovente film confessione di Almodovar.

La sceneggiatura è cosciente di ciò che deve raccontare e lo fa senza perdere tempo ma concentrandosi sull’essenziale, su quello che una storia del genere deve raccontare, ovvero la malattia e i problemi di salute, la ricaduta psicologica di una mente ormai fragile che arriva addirittura a rifugiarsi nella droga e a rifiutare aiuto e sostegno. Il film tratta anche il Cinema stesso e la crisi creativa di un regista, la gloria per i successi passati e l’incertezza del futuro, ma anche di come il passato ha influenzato il presente. E Almodovar tratta ancora i temi a cui è legato, come la famiglia, l’amore, l’omosessualità.

Almodóvar – Melanconia a Colori

Ma niente viene messo in scena e sviluppato con superficialità, ma tutt’altro con grande precisione e attenzione al particolare e in questo i dialoghi raffinati e veritieri e le interpretazioni eccellenti di tutti gli attori sono dei punti a favore.

La fotografia conferma l’enorme gusto estetico del cineasta spagnolo, che si basa su colori accesi e splendenti per raccontare una storia carica di emozione: il rosso, quello della passione ma anche del dolore, è protagonista di molte inquadrature che diventano dei veri e propri quadri in grado di restare scolpiti nella mente di chi guarda. E il montaggio pressochè perfetto incastra i diversi piani temporali al meglio facendo filare il film alla perfezione, anche grazie alla splendida colonna sonora, suadente e non invasiva.

L'intimo e commovente film confessione di Almodovar.

E l’opera colpisce il cuore e il cervello, come per lo splendido finale meta-cinematografico o la scena in cui Salvador incontra dopo molto tempo il suo vecchio amore a casa sua, in cui vediamo le lacrime negli occhi di entrambi gli uomini, fino all’entusiasmo del piccolo protagonista quando, ancora bambino, si trasferisce con i genitori in un paese povero, ma lui è in grado di cogliere la bellezza anche nelle piccole cose (che è poi il lavoro del regista).

“Dolor y Gloria” è quindi la quintessenza del Cinema Almodovariano, un perfetto film testamento che restituisce al Cinema la sua funzione primaria, quella di emozionare e creare pura magia, oltre al trattare temi profondi in maniera impeccabile e invidiabilmente naturale e mettere in scena un racconto con una perfezione e consapevolezza stilistiche encomiabili.

Legami, con un una corda rosso – Almodovar

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