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Good Kill – Non esistono guerre giuste

Ogni giorno i telegiornali di tutto il mondo ci mostrano le tristi immagini delle zone di guerra continuamente in conflitto. Tante volte sento dire “c’è il rischio che si inneschi presto una terza catastrofe mondiale”, ma quello che succede quotidianamente in diversi stati del globo, come vogliamo chiamarlo? Nel cinema, spesso specchio della società, pochi sono i film che dedicano opere sul chiarimento del ruolo delle armi e della gestione della guerra da parte statunitense negli angoli caldi del mondo. Un esempio forte, sebbene sotto forma di documentario, è senza dubbio Bowling for Columbine, dove il regista Michael Moore mette in forte risalto la facilità con cui, nello stato a stelle e strisce, si arrivi a possedere un’arma, e quanto questo sia sconvolgente nella vita di tutti i giorni. Parlando invece di opere narrative, un esempio senza dubbio importante è Good Kill del neozelandese Andrew Niccol, che già in passato si era occupato di temi importanti come il traffico di armi internazionale (Lord of War, 2005). Interpretato dal sempre ottimo Ethan Hawke, il film ci mostra le azioni dei piloti di droni, i loro comandanti e il ruolo decisionale della CIA nella guerra nel sud-est asiatico: Tommy è un ex pilota di F16 che, tornato in patria, gestisce droni da un campo militare, alla ricerca di terroristi nascosti in medio-oriente.

All’interno dei bunker, con l’ausilio di altri colleghi, il protagonista visiona continuamente il perimetro degli stati medio orientali, dagli spazi più grandi alle singole unità umane, con la possibilità di sganciare missili e ordigni anche senza avere certezza del pericolo, ma soltanto presunzione di ciò (condizione che si verifica per la maggiore). Da un certo momento in poi, il comando delle operazioni viene preso dalla sigla “Christians In Action”, nome che nasconde la CIA. È da questo punto che i cosiddetti danni collaterali si moltiplicano, con l’uccisione deliberata di una quantità di persone inermi ed estranee alle trame terroristiche, donne e bambini compresi.

Se dovessimo giudicare il prodotto finito da un mero punto di vista tecnico-narrativo, probabilmente non ci sarebbe granché da dire, visto che la messa in scena è quasi totalmente veicolo di un pensiero più alto: l’interrogativo alla base del film chiede se così facendo non si creino più terroristi di quanti se ne uccidano. Oltre questo, l’analisi si concentra sulla pratica illegale della guerra dei droni, e su un altro punto fondamentale (comune non solo al pensiero statunitense): se condanniamo il modello islamico per la violenza sulle donne, come dovremmo comportarci con i crimini di guerra del mondo occidentale?

È davanti a domande come queste che gli spettatori sono chiamati a svolgere un pensiero per darsi una risposta (e, in primis, in nostri governanti): società avanzate come la nostra, facciano appello alla propria cultura per ritrovarvi il senso di una funzione internazionale che appare urgente per il futuro del pianeta: una funzione culturale, comune ad altri paesi di tradizione, capace di rompere la bipolarizzazione dei modelli culturali che viene oggi proposta artificiosamente dal neo-capitalismo a puri fini di mercato. Film come Good Kill, sono fondamentali per ricordarci il ruolo sociale/antropologico del cinema, arte tra le arti, capace di indagare il mondo.

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