News

Il mistero di Sleepy Hollow – Gli effetti della paura

Una storia misteriosa, un cattivo indefinito e, allo stesso tempo, che assume la forma del male, un’atmosfera tetra e densa di torbidi segreti. Si assottiglia gradualmente lo scarto tra storia e leggenda. Non è il classico horror quello diretto da Tim Burton nel 1999 e ispirato al racconto di Washington Irving, The Legend of Sleepy Hollow. Ne Il mistero di Sleepy Hollow si contaminano vicendevolmente elementi surreali e grotteschi, tanto cari al regista, tratti propri di film di avventura (l’eroe, il cattivo e la donzella in pericolo) e una prospettiva che ha il sapore del fantasy, tutto ovviamente connotato in chiave horror.

Ichabod Crane (un giovane Johnny Depp) è un detective di New York che fa uso di una metodologia scientifica d’indagine più simile a quella dei giorni nostri piuttosto che a quelli del 1799, anno in cui è ambientata la pellicola. L’agente viene inviato a Sleepy Hollow, un piccola località sperduta, per risolvere una serie di brutali omicidi, nei quali alle vittime è stata tagliata di netto la testa.

Il detective Crane viene subito messo a conoscenza che il folle assassino è il Cavaliere Senza Testa, un mercenario che circa mezzo secolo prima amava decapitare le proprie vittime ma che poi venne lui stesso decapitato dai suoi nemici. La paura della piccola cittadina è che ora sia in qualche modo risorto dalle tenebre per cercare vendetta.

Quello della decapitazione è un tema umanamente terribile ma sociologicamente interessante, che attraversa la storia in modo trasversale. Non solo, cambia la prospettiva a seconda del tempo e del luogo in cui ci teletrasportiamo. Al tempo dei romani, ad esempio, quella della decapitazione era una pratica usata dai popoli nordici ed era considerata una morte molto più onorevole e umana rispetto alla terribile crocifissione. Al contrario, in molti paesi orientali la decapitazione era vista come una forma di dissacrazione dello spirito, oltre che del corpo.

Se andassimo nella Francia di fine ‘700, troveremmo Robespierre intento a diffondere il terrore con uno strumento di morte come la ghigliottina – strano che il destino del rivoluzionario coinciderà con quello del personaggio creato da Irving. Ma anche in tempi più recenti la decapitazione è stata usata come mezzo di paura. Basti pensare ai jihadisti del sedicente stato islamico (ISIS), che decapitavano in diretta tv i prigionieri, non solo per creare terrore mediatico, ma anche per cancellare l’identità. Di fatto, a prescindere da qualsiasi tratto culturale, la decapitazione è una pratica depersonalizzante: non solo causa – ovviamente – la morte, ma cancella l’individualità, cancella l’identità.

Ecco perché il Cavaliere Senza Testa è una figura che affascina e, contemporaneamente, crea timore. Un personaggio attuale ma fuori dal tempo, che rimane facilmente impresso nella memoria dello spettatore, la declinazione cavalleresca dell’Uomo Nero.

Il Cavaliere Senza Testa, una volta ottenuto il proprio teschio

Nel susseguirsi degli eventi, Ichabod scoprirà che il Cavaliere non agisce di propria volontà, ma è controllato da una persona che è in possesso del suo teschio e che può scatenarlo per i propri fini. Quella narrata è una storia di vendetta, ma non è la vendetta del Cavaliere, ormai castrato della propria volontà. Tuttavia, lo spettatore matura gradualmente la consapevolezza che, controllato o meno, il Cavaliere Senza Testa sia il coefficiente malefico del racconto.

Ciò che più colpisce lo spettatore, oltre al Senza Testa, è un’atmosfera costantemente satura di suspense. In ogni scena lo spettatore è sovrastato da un piacevole terrore e da un’immotivata attesa che il male prenda forma. È quel genere di attesa che speri non finisca mai – vibra troppo caoticamente quel brivido per farne a meno – e, contemporaneamente, che si concretizzi al più presto, per poterne godere pienamente.

L’evanescenza del Cavaliere, il nitrito sordo del suo nero cavallo, ogni sguardo in quella sterminata distesa di tenebre, gli ultimi sussulti delle vittime dopo la presa di coscienza di una morte inevitabile. Lo spettatore rimane imprigionato nei suoi sensi: quella paura, che ancora non si dirige verso l’individualità di un’entità, si assapora leggendo lo sguardo terrorizzato delle vittime, si ascolta nel battito accelerato del loro cuore, si respira in quella foschia semi-visibile. Ma la sensazione più soffocante è quella di toccare quell’inesorabile destino, prima ancora di vedere la sua effettiva realizzazione.

Ne Il mistero di Sleepy Hollow, questa tensione perenne fra l’attesa-della-paura, indefinita, e la paura reale, concretizzata nella rivelazione oscura del Cavaliere Senza Testa, fornisce l’elemento cardine di una storia che, come molte altre, è diventata leggenda.

Johnny Depp e Christina Ricci ne “Il mistero di Sleepy Hollow”

Leggete anche: Taboo – Qual è il vero male?

Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.