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A Ghost Story – Ricordi in uno Spazio senza Tempo

Mi è capitato molto di rado, ripercorrendo la mia esperienza con il Cinema del ventunesimo secolo, di imbattermi in un film profondo, totalizzante e straordinariamente originale come A Ghost Story.

L’opera di David Lowery è un delicato soffio d’aria nuova, a partire dal suo linguaggio, passando per la resa visiva con cui la narrazione viene espressa, sublimando in tutta quella sequenza di significati che un codice simile può evocare, sensi quasi primordiali che la nostra psiche proietta in maniera istintiva di fronte a sé, per poi intrecciarli con i precedenti. Insomma, seguendo i nostri criteri, quelli che ad esempio abbiamo utilizzato per Birdman, si può indubbiamente definire A Ghost Story un capolavoro.

Il titolo A Ghost Story suggerisce correttamente la presenza di un fantasma nella vicenda, ma questa non è solo la storia di un fantasma, è una storia d’amore, la storia di una coppia, ma anche di due individui singoli; inoltre, è un film di fantascienza, laddove per fantascienza si intende l’inserimento di un elemento fantascientifico che ci fa riprendere contatto con la nostra natura umana. Ma soprattutto, A Ghost Story è un’esperienza, quindi ogni analisi perde di tenore se consideriamo che nulla potrà mai restituire la vera essenza dell’opera, capace di  risvegliare sensazioni che nessuna lingua può spiegare.

Il film ci mostra la storia di un ragazzo e una ragazza qualsiasi, ma mira a raccontare dei sentimenti radicati nell’uomo da sempre, archetipici come i nomi dei due protagonisti: C (Casey Affleck) e M (Rooney Mara). I due convivono in una casa in Texas contornata dalla natura e si amano profondamente; la vita di M viene sconvolta dalla morte del suo compagno, che però, rimarrà sospeso in una sorta di limbo, diventerà un fantasma che vaga per la loro casa, osservando la vita della donna che ama e quella di coloro che si succederanno come inquilini del loro vecchio focolare. In questo primo frangente di film possiamo già familiarizzare con due scelte formali molto particolari.

La prima è la ratio dell’immagine, ovvero il suo rapporto d’aspetto: tutto il film è realizzato in rapporto 4:3 con gli angoli arrotondati, e dato che praticamente ogni schermo nel quale si può fruire di un film ha un rapporto 16:9, si produrrà l’effetto pillarbox, ovvero la presenza dei due bordi neri in verticale. Il risultato crea non solo qualche rimembranza vintage, ma soprattutto ci fa sentire come se stessimo spiando la vicenda, come se noi spettatori stessimo guardando da una fessura sul muro o dai buchi per gli occhi in un lenzuolo.

In secondo luogo, è geniale come Lowery abbia deciso di far recitare il protagonista sotto un lenzuolo per la maggior parte della storia. Questa scelta è contemporaneamente la più intuitiva e la più rischiosa del film. Da una parte, il modo più innocente nel quale immaginiamo un fantasma fin da bambini è proprio questo, qualcuno sotto un lenzuolo bianchissimo con due buchi per gli occhi; dall’altra, un ampio lasso di tempo dedicato a un personaggio simile non ci permette di scorgerne le sfaccettature più fini dell’umore, perché non possiamo vedere le espressioni del suo viso. Ciò significa che potremo cogliere le sue emozioni più pure, quelle che chiameremmo primarie, ad esempio la rabbia, la tristezza, la curiosità, lo sconforto. Grazie allo smisurato talento di Casey Affleck, questa semplicità espressiva diventa uno dei cardini della pellicola.

È chiaro, ormai, che due dei temi portanti del film siano la purezza e la primordialità, la ricerca delle emozioni unificanti per ogni persona, nel tentativo di dipingere un ritratto eterno dell’Uomo e dell’Umanità.

C non può essere visto da nessuno a parte da chi, come lui, è un fantasma che infesta un altro luogo. Il protagonista passerà i suoi giorni a osservare M, a sfiorarla senza che lei possa sentire il suo tocco, a vederla piangere, tentare di rialzarsi, riordinare le stanze, e poi gli scatoloni per traslocare. Ogni sensazione che lega la protagonista al defunto compagno viene espressa negli eloquenti silenzi di una straordinaria Rooney Mara e nella sua misurata gestualità.

Quando M va via, C rimane da solo in una casa vuota, ma piena di ricordi. Questo ci fa capire come un altro cliché sia stato rispettato. Infatti, la tradizione vuole che i fantasmi non possano muoversi, ma restino nei posti ai quali sono, per qualche motivo, perennemente legati. Ancora una volta, però, un semplice stereotipo diventa la palla che Lowery prende al balzo per arricchire il suo film. In A Ghost Story la narrazione è perfettamente aderente al fantasma, quindi costantemente ambientata nella casa tanto amata da C, che però, sembra godere di una percezione non lineare del tempo. Spazio e tempo, dunque, sembrano slegarsi: il primo è fisso e ben delimitato, le sue forme variano con il passare degli anni, che a loro volta scorrono a salti grazie al montaggio ricco di jump-cut curato dallo stesso Lowery, permettendo alla storia di far passare decenni in pochi secondi o, al contrario, di dilatare gli istanti al punto che l’orologio pare quasi fermarsi.

La natura eterna ma immobile del fantasma gli permette di vedere ogni mutazione della sua casa, fino alla sua trasformazione in un enorme palazzo commerciale, evento che lo spinge a buttarsi, tentare di morire, e tornare all’inizio di tutto, qualche secolo fa, cioè quando quello spazio fu per la prima volta delimitato diventando luogo di qualcuno, sul quale verrà un giorno costruita una casa, che poi diventerà il teatro dei ricordi per C e M. La storia del fantasma rimane incastrata nel cerchio del tempo.

Il protagonista resterà vivo finché la sua domanda più grande non avrà risposta, permettendogli di uscire dal limbo. Perché in A Ghost Story ogni significante evoca un significato che a sua volta genererà un altro significato più profondo. È ciò che più si può avvicinare a un film muto, vive di atmosfere, di suggestioni e delle strepitose musiche composte da Daniel Hart. È una storia che utilizza un fantasma per parlare di purezza e di uomo archetipico, e così arriva a scavare nel rapporto tra vita, amore e morte, in quello dell’uomo con ciò che sembra eterno e ciò che è effimero, così come affronta la necessità di spazializzare i nostri ricordi, che rimarranno immacolati se conservati in un luogo preciso.

Ma ancor più profondamente, A Ghost Story è un film che vuole evidenziare la naturale asimmetria tra domande e risposte. La scelta di affrontare in maniera immediata il tema della vita dopo la morte ci mette di fronte alla sfera delle cosiddette grandi domande, senza mai offrirci alcun appiglio mistico o religioso, ma tenendole semplicemente presenti come parte della nostra natura. La narrazione onirica di Lowery ci pone sempre più quesiti ai quali lui stesso non dà una risposta. Anche la conclusione del film, che non racconterò perché figlia di una deliziosa sottotrama che non ho voluto rivelare lungo tutta l’analisi, suggerisce tutti questi concetti perfettamente incastonati uno dentro l’altro.

A Ghost Story ha il dono di riportarci nei luoghi dell’anima, ci fa ritrovare il contatto con ciò che ci rende umani, lasciandoci dentro una sottile sensazione a metà tra il possesso di consapevolezze e la mancanza delle stesse. È un capolavoro in grado di cambiare il modo in cui ognuno vive il rapporto con ciò che chiamiamo mistero, è un prezioso dono dell’Arte all’Uomo.

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