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Stranger Things 3 – A Hawkins non c’è posto per la felicità

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È stata sicuramente una delle stagioni più attese dell’anno, coronamento di una serie che proprio non vuol demordere nel suo essere assolutamente splendida nella sua unicità: Stranger Things è arrivata alla sua terza e, a quanto ci lascia credere la scena post credits, non ultima stagione.I quattro ragazzini di Hawkins avevano intenerito nel 2016 i cuori dei fan, tanto da seguirli nelle loro disavventure in uno sci-fi anni 80 denso di citazionismo, dove Spielberg, King e Reitman animavano i ricordi dei fratelli Duffer e provocavano malinconici sorrisi per i romantici spettatori di Stranger Things.

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell’Indiana, il dodicenne Will sparisce in circostanze misteriose mentre Undici scappa dal laboratorio in cui era rinchiusa, vittima di esperimenti, imbattendosi nei tre migliori amici di Will, Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce dell’amico. Undici crea un legame in particolare con Mike e decide di aiutare i ragazzi nella ricerca. Ma Will non è nel mondo reale, si trova in un’altra dimensione definita “Sottosopra” popolata da mostruose creature. Da qui si faranno strada il Demogorgone e il Mind Flayer e i ragazzini avranno dalla loro parte i fratelli maggiori, Steve, Joyce e l’agente Hopper.

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All’allegra brigata si uniranno anche la cinica Robin e “Mad” Max che, assieme a suo fratello Billy, si riveleranno fondamentali per la lotta contro gli incubi da laboratorio di Hawkins. I mostri di Dungeons & Dragons semineranno morte e devastazione in Stranger Things ma Will il Saggio e i suoi amici saranno lì per poter concludere al meglio ogni partita, anche se le perdite non mancheranno.

 

Gli anni ’80 saranno palpabili grazie alla fedele ricostruzione filologica di quegli anni: dal gioco da tavolo più in voga tra i ragazzini, alla moda, all’architettura della città. La costruzione del primo “mall” provocherà immensa allegria nei cittadini e decisivo taglio ai proventi dei privati, la politica tenderà a vedere l’opposizione comunismo-capitalismo, come espresso dalla sorellina di Lucas, e purtroppo Nancy ci dimostra come il ruolo della donna ancora non sarà pienamente riconosciuto, benché meno all’interno dei giornali e dell’informazione. La stessa musica ci riporta indietro al rock e all’elettronica che fiorirono in quegli anni con la nascita del sintetizzatore, anche le sale giochi popoleranno i quartieri raggiungibili dai ragazzi con le bici o lo skateboard.

I film citati in questa serie sono infiniti e in quest’ultima stagione ad E.T. e Ghostbusters si uniranno Alien, Blob e La Cosa per la rappresentazione della nuova minaccia – Carpenter sarà anche il protagonista di un monologo di Lucas sulle migliorie apportare nei remake – mentre Ritorno al futuro sarà protagonista del siparietto della coppia Steve-Robin e Magnum P.I., Nightmare e i fumetti degli X-Men saranno ricordati per cenni più sottili come la casa di Heather e Cerebro. Altri sono i riferimenti fumettistici che vedremo nelle conversazioni tra Max e Undi, dove Max inizierà l’amica al mondo di Wonder Woman – fumetto sicuramente non scelto per caso.

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Oltre al citazionismo tipico di Stranger Things, file-rouge è la crescita dei personaggi e l’impossibilità per gli stessi di avere un luogo sicuro nel mondo e delle braccia tra cui rifugiarsi. I sentimenti porteranno tanto dolore e lo spazio per la felicità sarà ristretto: crescere per Mike, Lucas e Dustin significa rapportarsi con l’amore mentre Will, che ancora non ha conosciuto questo sentimento, cerca di riportare i suoi amici nell’idillica infanzia fatta di notti insonni a giocare, giri in bici e tante risate, un tentativo vano che porterà i ragazzi a separarsi e Will a tornare nella sua “base nel bosco” in lacrime, strappando ogni ricordo, ogni foto, ogni legame con la fortezza dell’infanzia.

Max e Undi dovranno sopportare le loro piccole famiglie, con i loro modi bruschi e le loro gelosie. Crescere è complicato ma, purtroppo, bisogna comunque maturare e questo anche a un’età avanzata, come quella di Hopper e Joyce che proprio non riescono a dichiarare i propri sentimenti all’altro e cercano ogni modo per stare insieme e al contempo litigare per i propri caratteri forti e cocciuti; un’altra coppia dovrà rapportarsi col crudele mondo esterno e specialmente in ambito lavorativo, dove Nancy e Jonathan troveranno gente incompetente, pronta a sputar veleno e giudicare; lo stesso Steve uscirà dalla bolla di “figo della scuola”, abbandonando ogni riferimento estetico e superficiale e abbracciando l’idea di una maggior introspezione. Ogni sentimento, per quanto puro, travolgerà le vicende e i personaggi stessi in un turbinio di morte, dolore, separazione, delusione. Tanti saranno i rimpianti, molte le lacrime, non solo versate dai protagonisti ma anche da noi spettatori, in attesa, si spera, di una prossima stagione che allevi le pene.

“[…] Per la prima volta dopo tanto tempo, ho ricominciato a provare qualcosa. Ho iniziato a essere felice. Ultimamente, però mi sono sentito lontano da te. Come se tu ti stessi allontanando da me. Mi mancano i giochi da tavolo la sera, fare waffles spettacolari a tre strati al tramonto, guardare film western insieme prima di crollare dal sonno. Ma stai diventando grande, cresci, cambi. E credo, se devo essere sincero, che questo mi spaventi. Non voglio che le cose cambino. Quindi credo che forse è per questo che sono venuto qui, per tentare forse di fermare quel cambiamento. Per portare indietro il tempo e far tornare tutto come prima. Ma so di essere ingenuo. Non è così che funziona la vita. Va avanti, va sempre avanti, che ti piaccia o no. E sì, a volte è doloroso. A volte è triste. E a volte, è sorprendente. Gioioso. Perciò sai che ti dico? Continua a crescere piccola. Non lasciare che io ti fermi. Commetti i tuoi errori, impara da essi. E quando la vita ti fa male, perché te ne farà, ricorda quel dolore. Il dolore fa bene. “

Hopper.

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Giorgia Fanelli

"Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato di Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti". Eugenio Donadoni (critico letterario)

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