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Zoolander e Kant – Dialogo sull’estetica del bello (bello)

Immagino vi starete chiedendo quale senso dovrebbe avere un simile dialogo. Beh, non fatelo, perché questo dialogo non avrà senso alcuno. E se anche lo avesse, sarebbe appeso per i piedi sopra l’oblio della follia. Da una parte c’è una delle più illuminanti menti di cui l’umanità abbia potuto godere, uno spartiacque nella storia della filosofia moderna. Dall’altra c’è il protagonista di Zoolander, pellicola uscita nel lontano 2001 e diretta dallo stesso Ben Stiller, che lo vede protagonista nel ruolo di Derek Zoolander.

Un modello di pensiero trasversale, coltivato nell’età dei lumi, luogo della sostanza razionale, che incrocia casualmente un modello. Un modello punto e basta; simbolo iperbolico – ma nemmeno troppo – di una superficialità patologica, sintomo della vacuità dell’apparenza.

Sinceramente non so la direzione che prenderà questa bizzarra conversazione, ma la vita è troppo breve per non provare ad immaginare un dialogo fra Kant e Zoolander.

Zoolander e Hansel

 

K. – Salve Derek, so che sei un considerato il modello più bello del mondo.

Z. – Non sono solamente bello: sono bello bello in modo assurdo.

K. – Però ho sentito in giro che Hansel va un casino quest’anno.

Z. – Maledetto Giacomino Mugatu! Sempre a mettere in giro certe voci. Non saprebbe neppure riconoscere Le Tigre da Blue Steel.

K. – E che cosa sono Le Tigre e Blue Steel?

Z. – Che fenomeno che sei! Ma dove sei vissuto fino ad ora, nel sottosopra?! Le Tigre e Blue Steel sono due delle mie famosissime espressioni facciali.

K. – Capisco. Quindi sono le tue espressioni che determinano causalmente la tua bellezza, quasi come se costituissero il collante fra particolare e universale. Giusto?

Z. – Sveglia?! Terra chiama Superman! Troppe parole quando ne basterebbero tre: essere belli belli in modo assurdo.

K. – Ma veramente sono cinque [sguardo attonito]. Dimmi dunque, cosa significa essere belli?

Z. – Questa è facile: essere belli significa piacere alle persone.

K. – Non solo, il bello è ciò che piace in modo disinteressato. Ad esempio, quando apprezziamo la bellezza di un quadro non siamo interessati all’effettiva esistenza degli oggetti rappresentati.

Z. – Ma io non sono un quadro! Io esisto e la mia bellezza è oggettiva! [cambio di espressione: Blue Steel].

K. – Esisterai anche, ma di certo non come conclusione della premessa del cogito cartesiano [sogghigna tra sé e sé compiacendosi della battuta di spirito, ovviamente non hegeliano].

Z. – Blabla. Quanto sei noioso, ora me ne vado a prendere un Orange Mocha Frappacchino con i miei amici!

K. – Aspetta, conversiamo un altro po’. Parlavi di bellezza oggettiva, ma in realtà è un po’ più complicato di così.

Z. – Sono disinteressato alle tue belle parole, ma immagino me lo dirai lo stesso.

K. – [ha associato bello e disinteresse; magari non è scemo in modo imbarazzante come sostiene il suo manager] Vedi Derek, il punto è che bello non è un concetto, ma l’espressione di un sentimento di piacere.

Z. – Sì, bello vuol dire piacere alle persone, siamo punto e a capo.

K. – Il bello è ciò che piace universalmente senza concetto. In un certo senso, lega oggettività e soggettività, perché questo sentimento si manifesta universalmente e può essere esteriorizzato particolarmente. È come se gli individui formulassero giudizi estetici soggettivi, ma oggettivamente validi in quanto attraversati dalla stessa “voce universale”.

Z. – Quindi sono oggettivamente bello [cambio espressione: Le Tigre].

K. – [sospiro, sono tutte uguali, mi manda in bestia] Ha più senso cercare il noumeno, per lo meno in termini di probabilità.

Z. – Numero? Probabilità? Ma parliamo di estetica o di matematica?

K. – Lascia stare la matematica, che di sicuro sei uno di quelli che pensano che 2+2=5. E non come metafora letteraria. Comunque visto che sei così ossessionato dalla bellezza, ora ti dirò una cosa che ti sconvolgerà.

Z. – Che in realtà posso svoltare a sinistra?

K. – No, non sei un ambigiratore, dovresti saperlo. Quello che voglio dirti è che il bello è ciò che implica una finalità senza scopo.

Z. – Dici il vero, non sono un ambigiratore. Ho questo problema sin da piccolo.

K. – Una cosa è perfetta quando realizza il proprio fine. Ma il bello non è un concetto, abbiamo detto, e quindi non ha un fine in senso stretto. La finalità emerge attraverso il soggetto che percepisce il bello, in modo tale che si crei un rapporto armonico fra le sue facoltà di immaginazione e di intelletto. Questa finalità viene sentita dal soggetto, anche se non è in grado di catturarla.

Z. – Quanto sei pesante. Preferirei leggere un qualunque libro di metafisica!

K. – Ma se proprio un pezzo di mer… [interruzione]

Z. – [Svolta a sinistra, cambio di espressione: Magnum]

K. – [Stupore, senso illimitato di esistenza] Ma è bellissima!

 

Quando un uomo con la dialettica incontra un uomo con la Magnum, l’uomo con la dialettica è un uomo morto. Semicit.

Sipario.

Magnum

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Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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