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Fashionista – Il gioco delle nevrosi su The Dark Side of Movies.

Nei momenti più tempestosi della nostra vita abbiamo tutti un porto sicuro dentro cui rientrare. Per alcuni è la famiglia felice in cui sfogare le proprie frustrazioni. Per altri, un gruppo d’amici pronto a consolare dopo un fallimento. La storia, tuttavia, ci insegna che non è sempre la compagnia umana a liberare dalle preoccupazioni; essa è il sostegno fittizio delle cose a nostra disposizione.

Cibi, bevande, telefoni e vestiti possono diventare lo sbocco attraverso cui scaricare le insoddisfazioni, permettendoci di tornare ai nostri compiti privi di rabbia e preoccupazione. Ma cosa succederebbe se non fossimo noi a controllare i nostri sfoghi, ma fossero essi ad assillarci a ogni minimo ostacolo? Saremmo in grado di resistere alla promessa illusoria della tanto agognata liberazione dalle noie del vivere quotidiano?Fashionista

 

La piccola bottega degli orrori di Simon Rumley

Il cineasta britannico Simon Rumley, legato fin dalle origini all’universo sommerso del cinema indipendente, prova a rispondere a queste domande con Fashionista. Il regista ha spesso navigato fra le correnti fredde dell’horror psicologico, ma con questa pellicola si dirige verso il brivido del thriller. Lo fa, richiamando le atmosfere del suo precedente esperimento, Red White & Blue, che condivide con quest’ultimo film la scelta dell’attrice: Amanda Fuller. Dal tuffo riemerge con un’altra piccola perla, illuminata sapientemente dalla luce della cinepresa che ne mostra le mille sfumature, ammaliando lo spettatore. Appare come un luna park dai colori sgargianti, in cui ci si perderebbe volentieri, anche se disorientati da ogni abbaglio.

La trappola di Simon Rumley è già scattata: Fashionista si rivela una giostra dove ruotano manie ed ossessioni dell’uomo moderno, in un vortice senza sosta. Lo spettatore rimane tramortito sotto i suoi colpi e sprofonda sempre di più, verso un fondale instabile. Eppure, l’opera del regista è appena iniziata.Fashionista

 

Una trama dalle apparenze ingannevoli

Fashionista accompagna lo spettatore in questo viaggio dandogli ben pochi appigli a cui aggrapparsi, a cominciare dallo svolgimento stesso della storia. Il filo della trama si avviluppa attorno alle premesse varcando spesso il confine sottile fra realtà e incubo. Introduce il racconto con una ragazza sconosciuta, dentro un emporio di vestiti, in uno spazio imprecisato del tempo. Poi rivela la coppia sposata di protagonisti, mostrando, innanzitutto, le loro manie. Frammenti di look multiformi e variopinti per April, una casa inghiottita da una marea di scatole e scampoli d’abito per Eric.

Il nido d’amore è una nicchia che s’insinua in uno spazio strettissimo dell’abitazione, mediante cui si evidenzia la scarsa attenzione che la coppia si dedica. Fashionista trasmette una sensazione di soffocamento; questa sensazione si acuisce coi continui salti temporali, che esaltano la discontinuità della loro relazione, fra quieto vivere e sospetti fondati. April, la metà della coppia su cui il film più si concentra, respira soltanto quando tracanna ampie boccate del profumo dei suoi vestiti. Eric, il marito in sordina nei modi e nei sentimenti, palesa le proprie fragilità nel momento in cui i suoi scatoloni sono in pericolo.

La relazione vive all’ombra delle loro ossessioni straordinariamente complementari: una base debole, sopra cui si poggia un oceano di angosce. Quando il tradimento di Eric diventa palese, allora non c’è più nulla che possa sorreggerne il volume. Per April sembra quasi cominciare un’opera di liberazione dalle manie del marito, ma lo stile tortuoso di Fashionista non dà pace alla demoralizzazione. Neppure Randall, l’uomo ricco e misterioso che la seduce in un locale, è libero dalle proprie ossessioni.

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Tutto e niente nella composizione

C’è, comunque, un contrasto palese fra Eric e Randall: gli spazi dentro cui vivono sono molto diversi. È interessante notare come la regia ci indichi quanto le separazioni, però, nascondano due animi molto simili, a cui April ha deciso di legarsi. La vita ai margini delle proprie debolezze di Eric si perde negli spazi ampi dell’abitazione gigantesca di Randall, portandoci dalla claustrofobia all’agorafobia. Anche April si rende conto del proprio passaggio dall’emporio di vestiti del marito, assediato da carrelli ricolmi, ai negozi di grido. Questi ultimi sfoggiano gli abiti in locali vasti, come una sfilata perenne di colori e mode. Eppure la carta di credito con cui Randall corrompe la vanità di April stordisce l’eccitazione dello shopping: dalla casa ceduta, alla dignità. Entrambi chiedono un prezzo molto alto da pagare per la loro vicinanza.

L’effetto pervade anche la discromia dei due. Se da Eric i colori sono slavati però quasi mescolati fra di loro, da Randall le linee sono nette e separano intere uniformità di tono. Le pareti bianche della casa, l’acqua azzurra della piscina, il nuovo nero dei vestiti di April. Fotografie che ci mostrano due identità diverse: ossessioni indissolubili in cui sprofondare per nascondersi e fissazioni ben ordinate, controllate per dare parvenza di logica all’irrazionalità.

In questo contrasto sconfinato non sembra strano che April abbia incubi costituiti da maschere dal viso tagliato e ricomposto di una bambola. L’immagine è chiara quanto il destino a cui lei si sta trascinando: una forma plasmata con pezzi di altre perversioni non ha gambe per camminare. A quel punto, riprendere il controllo diventa una sfida contro sé stessi.

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Persi nei meandri della propria mente

Il montaggio e la regia di Rumley fanno sentire pienamente lo smarrimento stesso dei personaggi. La scelta di delineare Fashionista attraverso un ordine cronologico non lineare, pur omaggiando Nicholas Roeg, si dimostra forse quella più efficace per trattare il tema. Nel mare tortuoso delle proprie perversioni diventa facile perdersi e capire quanto l’io si stracci in mezzo agli eventi. Una parte rivanga il passato e lo mescola con le proprie paure, l’altra vive un presente illusorio. Le vicissitudini di April si trasformano in un’epopea disperata che, difficilmente, avrebbe saputo catturare così tanto senza quel costante senso di spaesamento. Quasi d’accordo con il messaggio di fondo percepibile, la scelta più decisa di Rumley dà una veste nuova al thriller, sollevandolo dal pericolo di anonimato.

Un gioco pericoloso che sembra indicarci la via d’uscita: vogliamo continuare a vorticare in balia delle nostre manie o prendere i comandi della giostra?

La risposta non è semplice e può essere valutata solo dopo aver visionato la pellicola. La si può trovare sulla piattaforma streaming CINEMAF che, insieme al Ravenna Nightmare Film Fest, ha creato l’etichetta The Dark Side of Movies. Con essa possiamo continuare ad immergerci nell’universo di un cinema oscuro, sfidando le nostre idee e percezioni sulla settima arte.

 

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