News

The Terminal – “Io Aspetto.”

Mentre ci coccola, The Terminal ci parla di vita. E come ben sappiamo, nel corso della vita sono infinite le porte che si chiudono e si chiuderanno davanti alla nostra faccia. Ci sono barriere, limiti e divieti che ci fanno sembrare inaccettabili, rinchiusi, soli. Viktor Navorski, però, non li forza, non urla, né prende a spallate le barriere, non odia le porte, perché in fin dei conti quelli sono dei banali limiti. La soluzione per valicarli non è la fuga o la ricerca di un modo illecito per aggirarli, ciò che Viktor fa, semplicemente, è aspettare, perché le porte non sono state create per restare eternamente chiuse. È l’attesa tenace, così controintuitiva ma mai snervante, ciò che arricchisce la vita di Viktor e di chiunque capiti nella sua strada, ciò che rende il lavoro di piccoli impiegati aeroportuali un’occasione per migliorare la propria persona, e più di tutto, ciò che trasforma un nonluogo come il JFK di New York in una casa.

Viktor, costretto a vivere nel terminal dell’aeroporto perché un colpo di stato nel suo paese ha reso nulli i suoi documenti, impreziosisce il suo percorso imparando l’inglese, amando e facendo amare, stringendo rapporti profondi in un edificio che da sempre è solo un luogo di passaggio. Attraverso ogni singola storia raccontata al suo interno, The Terminal ci insegna qualcosa.

Il rapporto tra Viktor e Gupta è certamente uno splendido esempio di come ci si possa guadagnare la fiducia di persone difficili, così come quello tra Viktor ed Enrique illustra il lato più puro di una collaborazione, e come la presenza di un Cupido possa ancora far nascere un amore vero; ma sia il protagonista che gli altri due personaggi, in maniera più profonda, mostrano come possano essere speciali i rapporti interculturali.

Inoltre, queste vicende evidenziano l’importanza dell’immigrazione per un paese, troppo spesso demonizzata, ma in realtà virtuosa, dato che Enrique, Gupta e i loro colleghi non sono solo dei semplici impiegati, ma sono il cuore pulsante del JFK.

Queste sono alcune delle pillole che il Maestro Spielberg ci regala col suo splendido film. Potremmo parlare di come, in The Terminal, la forza d’animo superi ogni barriera fisica, della lealtà di Viktor verso le persone che hanno bisogno d’aiuto e dell’amore per la sua terra natia, l’immaginaria Krakozhia. Ciò che più di tutto colpisce di Viktor, però, è la sua pazienza.

In una sequenza del film, al dolce e saggio personaggio di Tom Hanks viene proposta una soluzione alternativa: durante il cambio di guardia, l’ingresso dell’aeroporto verrà lasciato libero per cinque minuti, così che Viktor possa scappare. Il protagonista, però, decide di non approfittarne e guardando le telecamere di sorveglianza esclama “Io aspetto!”, frase che diventerà il motto della sua filosofia di vita. Lo splendido rapporto del protagonista con l’attesa è racchiuso nell’oggetto che porta sempre con sé, un piccolo barattolo contenente autografi e immagini di jazzisti famosi, una passione coltivata dal padre ed ereditata da Viktor quando quest’ultimo è venuto a mancare. Per raccogliere tutti quegli autografi è servito tanto tempo, tanto impegno e tanta pazienza. L’obiettivo del viaggio del protagonista a New York è quello di ottenere l’ultimo autografo che il padre avrebbe voluto, quello di Benny Golson.

In quel barattolo sono contenuti sacrifici e soddisfazioni sotto forma di autografi e immagini collezionati in chissà quanti anni, e che valgono i mesi di attesa del protagonista. Perché spesso nella vita è più utile osservare e aspettare il momento giusto anziché forzarlo, cogliendo l’occasione per crescere nell’attesa, senza considerarla una perdita di tempo.

Viktor è uno splendido ritratto di calma e pazienza, delle qualità che talvolta non si apprendono nemmeno in una vita intera, idealmente custodite in un prezioso barattolo che lui chiama Il Jazz.
Allora quando la pace tornerà a Krakozhia e Viktor potrà finalmente entrare a New York dalla porta principale, l’ultimo autografo potrà essere inserito nel barattolo. Prima, però, Benny Golson deve esibirsi per il suo pubblico, ma ciò non costituisce un problema per Viktor, che con la solita calma guarda il jazzista e ancora una volta pronuncia la sua frase preferita, il cardine della sua filosofia e il fulcro di The Terminal: “Io aspetto”.

Leggi anche: Munich – La Lista è Morte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.