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Il Ponte delle Spie – Soffia il vento della Guerra Fredda

Il ponte delle spie

Soffia un vento denso ma invisibile, che ha in se stesso la potenzialità di spazzare via il mondo come lo conosciamo: è il vento della Guerra Fredda. Il ponte delle spie, pellicola del 2015 diretta da Steven Spielberg, riesce molto bene a far correre lungo la schiena dello spettatore quel brivido dimenticato, ricordo sbiadito di un’altra epoca, sintomo di un torbido equilibrio.

La pellicola, tratta da una storia vera, si apre con l’arresto di una presunta spia russa, Rudolf Abel (Mark Rylance in un’interpretazione eccellente che gli è valsa l’Oscar come miglior attore non protagonista). L’avvocato James Donovan (un ottimo Tom Hanks) viene incaricato di fornire ad Abel la miglior difesa possibile, perché gli Stati Uniti devono dare l’impressione di essere un Paese in cui i diritti civili non vengono negati a nessuno.

La realtà contro cui sbatterà l’avvocato Donovan è diversa, perché la volontà è quella di giungere velocemente ad una condanna di morte per la spia sovietica. È la volontà della CIA, è la volontà del giudice e della giuria, così come lo è quella dei soci anziani dello studio legale per il quale lavora. È la volontà di un’intera popolazione. Una volta che l’apparenza si è depositata sopra la mente del mondo, a nessuno interessa più quale sia la sostanza, tranne che a James Donovan.

I due protagonisti principali de Il ponte delle spie

Un legame forte e inaspettato quello che si crea fra i due protagonisti. Un anziano signore consumato da quella vita, troppo saggio per non accettare il proprio destino, e un uomo “tutto d’un pezzo”, troppo poco saggio per mettere da parte i propri principi morali.

Non è casuale che i dialoghi tra Abel e Donovan occupino il luogo della verità all’interno di un mondo fatto di falsità, doppiezza e mezze verità. Essere se stessi, in modo autentico, è un atto di rottura, l’eccezione alla regola strategica della dissimulazione. Così, come l’avvocato Donovan sarà se stesso quando difenderà il suo assistito anche oltre le sue mansioni, allo stesso modo Rudolf Abel si mostrerà per quello che è quando attenderà che sia liberato il secondo ostaggio americano prima di attraversare il ponte.

Il ponte delle spie offre uno sguardo su quel principio di causalità invisibile che modificava continuamente le dinamiche della Guerra Fredda. Di nuovo, ciò che conta non è la verità, ma ogni suo surrogato creato ad hoc per corroborare la fiducia dei cittadini nei rispettivi schieramenti. Perché quella che si stava combattendo era una silenziosa lotta tra due ideologie politico-economiche, tradotta in differenti scelte di vita e alternative modalità di esistenza, due modi di essere-nel-mondo.

Il ponte delle spie

L’importante, nel gioco della Guerra Fredda, era non muovere pezzi. Più che di azioni, si dovrebbe parlare di ordini appena sussurrati e persi nel vento, o di gesti ingoiati dalla fitta nebbia delle prime ore mattutine. Volteggiavano strategie che dilatavano il tempo presente – sede della storia, quando la si fa, non quando la si narra – adagiandosi su forme ipotetiche, luogo di congiuntivi e condizionali.

“Se avessimo in custodia la vostra spia”, “se quella che avete voi fosse una nostra spia”, “se decidessimo di fare questo o quello”. Tutto si riduce ad avere la sensibilità di pesare scelte che gli avversari potrebbero compiere e valutare scelte che potrebbero essere una valida risposta. E così gli avversari, a loro volta, misurerebbero le azioni da effettuare e le eventuali risposte a quelle azioni, e anche quali scelte dovrebbero fare in base a quelle risposte, e così via.

Donovan si troverà intrappolato in questi fili invisibili che legano i servizi segreti americani, quelli russi e, infine, quelli della Germania dell’Est. Uno scambio di prigionieri che rende bene l’idea di questa partita a poker, fatta di continui bluff e puntate al rialzo, dove la posta in gioco sono vite umane. Paradossalmente il valore politico che queste assumano in determinate condizioni va a bilanciare il valore umano che perdono, come nella più classica delle equazioni inversamente proporzionali.

A colpi di (presunte) lezioni di civiltà, quella che gioca a nascondino con lo spettatore ma che si rivela i tre momenti diversi del film, sempre nei vari dialoghi fra Rudolf Abel e l’avvocato Donovan, non è solo una lezione di civiltà: è una lezione sull’esistenza.

Avv. Donovan: Ma non è preoccupato?

Rudolf Abel: Servirebbe a qualcosa?

Per tre volte Donovan pone la domanda al suo assistito (quando lo incontra la prima volta in carcere, dopo la sentenza di colpevolezza e prima che attraversi il ponte) e ogni volta riceve da questo la medesima risposta.

Può sembrare uno scambio di battute banale, ma in realtà mostra il senso più autentico dell’esistenza, che non è uno scopo, ma la serena accettazione del proprio percorso, ovunque questo ci abbia portato. La vita è fatta di continue scelte e ognuna di queste ci porta un po’ più in là in questo viaggio.

Non è importante la fine, la lunghezza o l’obiettivo del percorso. E non è importante nemmeno il percorso stesso, o meglio, non lo è in un modo così determinante. Ciò che conta realmente e che permette quella serenità di cui abbiamo parlato è l’accettazione di quella strada intrapresa, perché in ultima analisi accettare le proprie scelte significa accettare se stessi.

Una conclusione di socratica memoria, che ha un sapore particolarmente epicureo: inutile aver paura della morte, perché quando c’è lei non ci siamo più noi.

Il ponte delle spie
Una delle scene finali del Il ponte delle spie

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Edoardo Wasescha

- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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