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C’era una volta a… Hollywood – Alla ricerca del cinema perduto

Tarantiniano. Non esiste termine migliore per descrivere C’era una volta a… Hollywood. Può sembrare un’osservazione quasi ovvia, considerando che quello del regista di Pulp Fiction è uno degli stili più riconosciuti e riconoscibili del panorama cinematografico mondiale, eppure non lo è. La nona fatica di Quentin Tarantino è una pellicola che può essere considerata la summa del suo cinema. Tutto ciò che lo ha reso uno dei registi più importanti sulla scena mondiale, con uno stile che con il passare del tempo si è evoluto e ha portato a galla nuovi tratti caratteristici, in questo film è presente. L’impressione che si ha uscendo dalla sala è di aver assistito alla cosa più vicina ad un trattato su cosa il cinema dovrebbe essere per il regista di Knoxville.

C’era una volta a… Hollywood è il film di un regista che ha raggiunto la sua maturità artistica e che sa di avere ormai totale carta bianca da parte di qualsiasi produzione. È per questo che riesce sapientemente a mettere insieme tutti quegli elementi che hanno reso grande il suo cinema, senza  però esagerare e risultare una parodia di se stesso. Tarantino conosce i suoi punti di forza, ma con l’esperienza ha imparato a dosarli e così il film non ha bisogno di essere costantemente sopra le righe, ma si riserva determinati momenti per farlo. La stessa violenza eccessiva, suo marchio di fabbrica, è tenuta sotto controllo per larghi tratti del film, ma quando esplode lo fa in tutta la sua potenza.

E’ impossibile non vedere un proseguimento nel processo di maturazione artistica dell’autore, in particolare nella gestione dei tempi. In questo il film, pur essendo del tutto differente nella sostanza, prosegue sul percorso già tracciato in The Hateful Eight. Anche in questo caso infatti si tratta di una pellicola capace di prendersi i suoi tempi per costruire la trama. La sceneggiatura occupa una buona parte del film tessendo una tela impossibile da decifrare fino all’ultimo atto della pellicola, in cui si potrà ammirare l’immagine completa.

C’è una maniacale cura del dettaglio nella scrittura, con numerosissimi elementi apparentemente insignificanti che sono invece destinati a tornare in scena nel finale. Lo stesso titolo non si limita ad essere un omaggio al nostro Sergio Leone, ma è un elemento centrale del film. La lunga fase di costruzione è poi impreziosita da tanti singoli momenti che, seppur sconnessi, risultano di puro intrattenimento. Questa lentezza, pur potendo essere snervante per alcuni, è l’immagine di un autore ormai in totale controllo del suo cinema.

Tarantino ama il cinema e C’era una volta a… Hollywood è, ancora di più delle sue opere precedenti, un inno d’amore per la settima arte. Le vicende che lui sceglie di narrare si prestano perfettamente a questo obiettivo. Raccontare le disavventure della star in declino Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e del suo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt) regala al regista infinite possibilità di celebrare il cinema e la televisione con cui è cresciuto. E’ così che gli omaggi al cinema di genere del periodo sono presenti ancor più che in ogni altro film del regista di Pulp Fiction. Che si tratti di western, polizieschi o film di spionaggio poco importa, il film è una continua rievocazione dei tempi andati di Hollywood.

Tarantino decide di entrare in profondità nel mettere in scena il mondo cinematografico dell’epoca, concedendosi il lusso di ricreare intere scene. Viene inoltre raccontata la vita da set, nei suoi eccessi e nelle sue stranezze. Queste in particolare esaltano il potenziale comico del film, con Pitt indubbiamente sugli scudi. A lui infatti la sceneggiatura regala la maggior parte delle one-liner più ispirate, ma è l’intero cast ad essere in perfetta forma, dai protagonisti ai comprimari, tutti attori più che affermati.

Il film è però, in buona parte, tra i più seri nella filmografia del regista. Omaggiare un certo periodo infatti non vuol dire idealizzarlo. I dolori di Rick Dalton sono quelli di tanti attori masticati e poi sputati via dall’industria cinematografica e la pellicola decide di dare a questa tematica ampio spazio. La scelta di mettere in scena il 1969 è poi tutto fuorché casuale. Si tratta di un periodo di grande transizione per il cinema americano, che è uscito dalla sua cosiddetta Golden Age e si sta immergendo negli anni della New Hollywood. I personaggi raccontati non fanno che metterlo in evidenza. Da un lato Rick Dalton, simbolo di una Hollywood vecchia e che non tornerà. Dall’altro Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie), il nuovo che avanza e che ha già messo in atto un’autentica rivoluzione.

Dare vita all’industria cinematografica del periodo non è però sufficiente. Il film si impegna a ricreare con cura maniacale il 1969. C’era una volta a… Hollywood riesce ad immergere lo spettatore in un mondo che, nella maggior parte dei casi, non ha mai conosciuto. Lo fa grazie alla colonna sonora, all’atmosfera di innocenza che aleggia e soprattutto al grande numero di personaggi reali che si accostano a quelli fittizi.

Tarantino, come ormai da dieci anni è consueto fare, mescola storia e finzione, creando il suo personalissimo 1969. Gioca con la storia, affiancando le vicende di due meteore hollywoodiane agli orrori della Manson Family, le cui scene finiscono per essere tra le più memorabili del film, ma che nonostante questo potrebbero far storcere il naso a qualcuno. Cinema e cronaca si fondono per creare una storia metacinematografica.

Si va così a delineare una nuova parte di quel puzzle che è il microcosmo tarantiniano. Non mancano infatti i consueti elementi autoreferenziali che contribuiscono a creare continuità all’universo parallelo in cui i film del regista sono ambientati.

Spesso si dice che i veri autori girano sempre lo stesso film. E se questo è senz’altro vero, è anche vero che con il passare delle pellicole quegli ingredienti, sempre presenti, vengono ogni volta mescolati diversamente. Questo discorso si può senza dubbio applicare a C’era una volta a… Hollywood e al suo regista. Il suo nono film risulta essere allo stesso tempo una sintesi della sua intera filmografia e un passo avanti in un continuo percorso di crescita. Nel suo mantenersi riconoscibile, Tarantino offre sempre qualcosa di diverso dal resto del panorama cinematografico. E in una Hollywood costantemente accusata, non sempre a ragione, di mancanza di idee, rappresenta un patrimonio da preservare.

Leggi anche – 5 tra i migliori personaggi secondari di Tarantino

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