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Nuovi Sguardi – il Cinema per Marco Rossano

Cinema

Certi elementi della vita possono arrivare a produrre sensazioni intense e contribuire alla creazione di proiezioni associate alle esperienze; molto spesso, tra vita quotidiana e psicoanalisi, sembra che le immagini prevalgano sulle parole perché in grado di simbolizzare la realtà in una forma più intuitiva ed immediata; come nelle scene di un film, il soggetto diventa protagonista di caotiche immagini interne che esprimono le sue emozioni. Durante l’ultimo anno di università, ad un seminario sul rapporto tra giovani, dipendenze e videogiochi tenutosi ad aprile ho conosciuto Marco Rossano, un sociologo visuale di Napoli impegnato nel campo dei laboratori audiovisivi, del cinema e del documentario ma allo stesso tempo attento alla realtà sociale del territorio e alle problematiche della comunità. Quella che segue è l’intervista completa che gentilmente Marco mi ha concesso.

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Buongiorno Marco. Siamo qui per occuparci del particolare rapporto tra psicologia e cinema, e dati i tuoi interessi penso che partire dalla tua presentazione sia la cosa ideale.

Faccio un excursus sulla mia formazione: io nasco come laureato in giurisprudenza, ma avevo la passione per cinema e teatro sin da piccolo. Ho fatto teatro a livello semi-professionistico, e da lì la passione per arte, creatività e cinema è aumentata. Dopo la laurea in giurisprudenza sono andato a Barcellona a studiare cinema, approfondendo regia cinematografica per tre anni dopo l’errore di gioventù in giurisprudenza. Dal cinema ho trovato la mia strada tramite i documentari: lavorando con alcuni progetti in un centro di salute mentale a Marcianise sono nati i primi documentari, con uno psichiatra a Barcellona ho scelto di fare un dottorato in sociologia visuale. Unendo l’aspetto teatrale con quello cinematografico, il laboratorio audiovisivo che facevo diviso in fasi lavorava sul corpo, le relazioni di gruppo e sullo sviluppo di una sceneggiatura; in dieci giorni riprendevamo le esigenze della quotidianità, un pranzo o la spesa insieme, la normalità della vita. Come metodo non mi piace né imporre né forzare, mi limito a guidare la spontaneità facendo uscire ciò che è autentico. Concludendo il mio avvicinamento al cinema, partendo dal documentario e dal dottorato ho continuato ad occuparmi di audiovisivo e di sociologia, seminando tra Italia e Spagna; ovviamente continuo a sviluppare documentari perché mi interessa l’ambito sociale: il festival cinematografico sul diritto alla salute dedicato alla memoria di mio padre psichiatra di cui sono promotore ha l’intento di legare l’interesse per il cinema a quello per il benessere. Al Leonardo Bianchi, l’ospedale di cui mio padre Fausto Rossano (psichiatra) era direttore, si organizzavano eventi per celebrare la sua eredità culturale e mediatica come approccio a 360 gradi alle persone. Stiamo vedendo venir meno il rispetto all’umanità dei più deboli, quindi il festival dà voce a coloro che la voce ce l’hanno ma sono più deboli e non hanno la possibilità di parlare, gridare. Occupandosi di diritto alla salute, il festival s’interessa a certi temi a 360 gradi. Quando parlo del Leonardo Bianchi e dell’attività di mio padre, volevo ricordare quello che fece quando venne chiamato a chiudere l’ospedale psichiatrico e iniziare la dismissione dei pazienti. Una delle tante cose fu organizzare all’interno dell’ospedale attività culturali e sociali che coinvolgessero le persone di fuori con quelli che c’erano dentro. Per esempio, aveva organizzato con il Maestro De Simone le prove di un suo spettacolo aprendo in questo modo la struttura manicomiale alla cultura e alla città. Quando dico di portare avanti l’eredità culturale di mio padre, mi riferisco principalmente all’attività con il festival per ricordare il suo messaggio di approccio ai bisogni e alle necessità delle persone. Una difficoltà è legata al coinvolgimento del pubblico perché spesso si pensa che a partire dal cinema i temi siano pesanti, tristi e noiosi. Non è sempre così perché alcuni cortometraggi possono essere divertenti, dei veri e propri gioielli: la bravura del cineasta sta nella capacità di affrontare temi della realtà sotto forma di finzione; parlare del sociale attraverso il genere è importante. Dalla Spagna ne arrivano molti di genere humour nero, con un senso dell’umorismo provocatorio che produce una commistione tra realtà e trasformazione in finzione. È uno dei movimenti più interessanti del cinema sicuramente.

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E sicuramente è un movimento anche molto psicologico. Grazie per questa presentazione a tutto tondo come i tuoi interessi, due associazioni mi vengono subito; la prima riguarda il rapporto tra regole e spontaneità: tu hai detto di adattarti al materiale che ti viene dato, limitandoti a guidare la spontaneità, e questo mi sembra prezioso nella misura in cui sono le regole ad adattarsi al materiale, e collegandoci allo psicoanalista Winnicott, che dà molto risalto al ruolo del playing, della spontaneità e alla creatività nel processo di soggettivazione e sviluppo del bambino mi sembra un fattore importante. Il secondo elemento riguarda la questione del sociale: come la cultura lega piano individuale e collettivo accrescendo l’intellegibilità su determinati fenomeni attraverso l’arte cinematografica; come tuo padre faceva a livello psichiatrico, a livello sociale leghi normalità e patologia tramite le immagini.

Rispondendo al primo stimolo: sia all’università che nei progetti scolastici ho appreso il metodo per il quale non desidero forzare, ma lascio spazio (a volte troppo) rischiando, perché credo che soprattutto con i ragazzi le imposizioni non funzionino. I ragazzi sono bravi a dire ciò che l’istituzione vuole sentirsi dire, quindi creando un rapporto di fiducia si supera questa tendenza, pur venendo da un’istituzione io sono più vicino a loro e il mio metodo aiuta a rompere la routine asimmetrica. Ciò è importante perché, come avvenuto per il cortometraggio a Marcianise nel quale io partecipo alle riprese, camminando con loro facevo parte del gruppo e in questo modo loro vedono parità di ruolo; quindi questo metodo secondo me stimola di più i ragazzi ed evita il copia-incolla. Imporre non ha senso, altrimenti loro si limitano a aderire al progetto, ma poiché io sono un semplice coordinatore il lavoro emerge insieme. A volte è pericoloso perché se non ti seguono è una catastrofe, ma farli sentire soggetti protagonisti in prima persona li fa sentire valorizzati all’interno dell’attività e del laboratorio, quindi ci si mette in gioco in maniera importante per se stessi e si favorisce la crescita, che è l’obiettivo finale più importante insieme ai valori e ai legami: valorizzare se stessi non nasce da un’interrogazione, ma dal mettersi in gioco superando i propri limiti, non sul piano della competitività ma sul piano del tentare.

Ti prendi un rischio calcolato: lavori le emozioni umane empaticamente con il cinema come intreccio e celebrazione delle emozioni, rappresentazioni per immagini e catartiche attraverso visione, produzione e condivisione di immagini.

Un regista francese diceva che il cinema non è arte, perché l’arte è individuale, ma il cinema è un’arte di gruppo. Il cinema è fatto dal regista, dall’attore, dal fotografo, dal macchinista, dallo scenografo, dal costumista e il lavoro mette in contatto menti e professionalità. Il regista deve avere una linea guida e saper coordinare le menti prendendo il meglio da ciascuno e facendole lavorare insieme. Questa è la caratteristica più bella del cinema. Dal punto di vista psicologico, mi piace molto il momento di restituzione: dopo il lavoro, quando si raggiunge il climax, i commenti finali mi piacciono molto. Ad esempio, a Marcianise uno dei partecipanti non spiccava per la sua bellezza, non era canonicamente bello, ma quando si è visto ha detto “che bello che sono!”.

Una rielaborazione di sé a partire dalla rappresentazione di sé nell’immagine.

Una valorizzazione di sé a partire dal lavoro svolto e dalla sua immagine. Quindi la restituzione è uno dei momenti più belli.

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Quello che mi torna alla mente è il movimento simbolico e culturale di lavoro di civiltà; in psicoanalisi questo concetto viene da Freud, che nel 1932 col termine Kulturarbeit indica questo processo di accrescimento d’intellegibilità su alcuni aspetti del reale e parti di sé inconsce. È un movimento culturale che tu svolgi in maniera simile tramite la sinergia e il contatto umano nel lavoro cinematografico: l’apice viene raggiunto proprio perché le immagini rappresentano parti di sé elaborate simbolicamente che assumono valore perché condivisibili.

Sì, rispetto alla condivisione oggi il cinema è un po’ in crisi. Le serie tv sono sempre più potenti, nella serie la condivisione magica del cinema e della sala manca perché se è vero che online c’è più condivisione sui contenuti delle serie, nella società delle immagini si tratta sempre di una visione individualista. Non si va al bar insieme a vedere la serie, la serie si vede a casa con l’amico o con la ragazza, o col telefonino ovunque; questa visione completamente individualista dove porta il momento della condivisione? Forse proprio sull’online. Ultimamente vanno di moda i video verticali, quelli di Instagram. Ma il vero video è quello in formato orizzontale, il formato della nostra visuale è orizzontale. Se facessimo video verticali annulliamo una parte della realtà, è come usare i paraocchi e le sfumature e il pensiero cambiano. È una visione limitante, come amante del cinema sono contrario ai video verticali ma più precisamente sono amante del tipo di pensiero che il cinema stimola, perché il cinema stimola pensiero, riflessioni e condivisione attraverso l’attenzione alle sfumature.

Roberto Benigni definisce il cinema come l’arte nella quale tutto ciò che occorre sono uno schermo e delle sedie, il resto va riempito. Quindi la magia avviene nell’unione, nel ponte simbolico che elabora le emozioni grazie alle immagini che arrivano alle soggettività. Mi torna questa attenzione culturale, questo piano in cui soggettività e processi sociali si legano: io penso sempre che se è vero che siamo soli, è anche vero che siamo anche immersi in una società, e la cultura del cinema unisce perché a fare legame è proprio la condivisione delle immagini.

Il cinema unisce e ha sempre unito: il fatto che sia universale è importante. Il cinema nasce e si sviluppa come cinema muto, perché la sola immagine bastava ad unire tutte le persone del mondo. Non credo che oggi il cinema non sia universale, ma all’inizio il fatto che fosse muto permetteva una maggiore condivisione attraverso esclusivamente le immagini L’audio ha successivamente diviso all’interno del cinema mondiale, si è creata una Babele cinematografica, oggi siamo abituati al linguaggio cinematografico e più o meno perché tutti sappiamo cosa significa un primo piano. I film dei fratelli Lumière o Chaplin mostravano la stessa emozione a Parigi, New York e Tokyo, quindi secondo me il sonoro ha permesso lo sviluppo di storie più locali, ma non per questo si è perso il carattere universale del cinema.

Si crea una sorta di telepatia implicita sulla base dell’emozione che quell’immagine cinematografica vuole trasmettere. Potremmo dire che online la frenesia delle immagini paradossalmente sta facendo recuperare il senso originario del cinema, perché sui social attraverso un’immagine è possibile comunicare tutto a chiunque da ogni parte del mondo. La differenza sta nell’individualità, perché quell’immagine è filtrata da uno schermo e da una mente in un certo senso limitata. Allora come produrre un senso che usi le immagini del cinema come risorsa, senza demonizzare lo strumento digitale ma recuperando anche un rapporto tra cinema e serie tv? Come può tornare ad unire?

Eh, bella domanda. Un dato certo è che le serie tv stanno facendo aumentare la lettura dei libri; non so come legare questo dato alla domanda, però il cinema e in particolare il cinema americano d’intrattenimento è in competizione con grandi eventi sportivi e tutto ciò che riguarda la cultura di massa. Nel cinema delle sale si perde molto oggi l’elemento culturale, quello che conta è intrattenere. I festival di cinema sono interessanti perché lì si vedono cose che normalmente non si vedono e ci sono molti momenti di condivisione che vanno al di là della visione. Se si riuscisse a dare più visibilità ai festival, questo potrebbe essere un modo per tornare alle origini del cinema perché lì ci sono prodotti variegati, attività come workshop e conferenze dirette con gli autori che vanno al di là della mera visione. Cercare di capire le idee dei registi è bello, quindi dare più spazio mediatico ai festival potrebbe essere un modo per tornare alla funzione sociale del cinema. Il cinema non è d’élite, ma alcuni film possono essere d’élite o di massa. Oggi Antonioni chi lo andrebbe a vedere? Con il festival quindi si corre il rischio di fare un evento per pochi quando potrebbe essere per tutti.

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L’attenzione psicologica alla complessità porta il dovere morale di non demonizzare il periodo in cui viviamo, traendone positività. Da un lato ci possono far sentire soli, dall’altro gli strumenti possono essere utili a dare visibilità a eventi come i festival. Tra produzione e condivisione delle immagini, quanto importante è il rapporto tra realtà e fantasia?

Ti dico i miei registi preferiti: uno è Ken Loach, radicato nella realtà e nel sociale; l’altro è David Lynch, che è il completo opposto; secondo me la grandezza del cinema sta nella dialettica tra due poli opposti come questi, perché dov’è il confine tra ciò che uno vive e ciò che uno sogna? Molto spesso è anche soggettivo e la realtà supera la finzione. Qualche giorno fa ho letto la notizia ungherese del tizio che ha sequestrato un carro armato e se n’è andato in giro. Ma neanche in un film! Quindi per alcune cose distinguere tra film e realtà è difficile. Un’altra cosa importante è il sociale: Ken Loach è vicino alla realtà, ma la bravura e la magia del cinema non è copiare la realtà, ma prenderne spunto per dare spazio al messaggio, alla creatività e all’immaginazione, facendo riflettere su determinati fenomeni, sennò non si fa un bel film; quindi elementi di fantasia e onirici ci sono sempre, anche nei film legati alla realtà, altrimenti non ci sarebbe differenza tra film e reportage.

Quindi potremmo dire che lo scarto tra realtà e fantasia trova un punto di contatto nei processi dell’immaginazione, dove non solo la facoltà cognitiva lavora ma anche le emozioni, che trovano una catarsi quando l’immagine reale frutto di un’opera fantastica narra e simbolizza nel cinema aspetti della realtà.

La realtà viene simbolizzata dalla realtà stessa, da una visione della realtà. Possiamo anche aggiungere che il cinema non è mai oggettivo: anche il cinema verità o il cinema dell’inizio, mettendo una telecamera fissa in strada non è oggettiva, perché c’è sempre la scelta soggettiva del regista di metterla lì. L’immagine che abbiamo sullo schermo è una delle tante realtà e verità. Nelle lezioni provoco sempre i ragazzi dicendo che non c’è una verità, ma ce ne sono tante.

Sì, penso che questo sia un altro elemento prezioso del cinema perché se è vero che l’immagine è lì, definita dai suoi contorni e visibile per tutti, è anche vero che ognuno la può assorbire soggettivamente in maniera diversa in base alla propria sensibilità. Questo crea legame, il fatto che il mio vissuto può essere condiviso con l’Altro a partire dall’immagine.

E poi da quelle riflessioni non avremo mai lo stesso commento del vicino, perché è la nostra soggettività, la nostra interpretazione. Un buon film ti lascia scosso e in disaccordo con i vicini; io faccio l’esempio di Rashomon di Kurosawa, che è proprio sulla verità: non esiste una verità, ognuno di noi ha la propria. Noi abbiamo dei fatti, i fatti vengono poi interpretati. La verità è già una rielaborazione dei fatti.

Se possiamo ragionare in termini psicologici e simbolici è proprio perché non c’è una verità, ma in videogiochi, film si parte da immagini che sono fatti, ma quello che conta è che la narrazione scuota lo spettatore: quello che conta è che l’immagine infiammi in qualche modo, producendo nel vissuto soggettivo una rielaborazione emotiva.

La narrazione per immagini non è solo quella classica americana, ma anche quella sovietica, dove non c’è una linea narrativa e si lascia più spazio all’associazione d’idee a partire dall’immagine stessa, e la parola è a uso dell’immagine, mai restiamo sulla narratività classica.

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Restarci è difficile, perché a me sta venendo un’associazione tra questi concetti e La vita è bella di Benigni: facendo un movimento metapsicologico, così come nel film Benigni gioca sulla realtà della Shoah presentandola al figlio come una simulazione per vincere un carro armato al fine di non traumatizzarlo, allo stesso modo andando su un altro piano il cinema gioca sulla realtà risignificando simbolicamente aspetti belli e brutti. Io credo che la cosa più magica dell’immagine cinematografica e della narrazione sia questo gioco simbolico.

Spesso ci si dimentica di questo gioco: Gomorra e Narcos sono due esempi. Nella prima si va oltre il gioco perché la serie si identifica con la realtà specifica napoletana, Narcos s’identifica con la realtà colombiana. Non è così, lì ci sarebbe da parlare: perché identificare una città con una serie? Gomorra è un gangster movie sul potere, non un documentario sulla realtà.

È una mitizzazione fantastica di alcuni aspetti della realtà di Napoli, e il rischio è quello di sovrapporre realtà e finzione.

Sì, nel rapporto tra realtà e sogno il rischio è di sovrapporre i due piani. L’immagine di sé presentata da alcuni major sia prima che oggi sta nell’identificazione tra attore e genere di film: era difficile vedere lo stesso attore fare generi diversi, era comodo identificarli soprattutto all’inizio. Oggi cento anni dopo siamo abituati a vedere un grande lavoro realistico dell’attore sul personaggio, a partire dal proprio corpo. C’è stato uno spartiacque interpretativo.

Queste risposte sono ricchissime. Per tornare al rapporto tra cinema e psicologia tra realtà soggettiva e oggettiva, recuperando Tisseron, un autore francese che si occupa dell’area della presentazione di sé attraverso i 3 poteri simbolici delle immagini: immersione, trasformazione reversibile e significazione. Desideri che riguardano la narrazione, il percorso verso il quale l’Io è guidato. Come il cinema lavora in questo senso?

Credo che il cinema in sé non debba perdere l’elemento del gioco, perché perso quello ci possono essere ripercussioni per lo spettatore e a livello sociale. Uno degli elementi che permette di mantenere il gioco è la condizione all’interno della sala; per 90/120 minuti si entra in un mondo, ci si trasforma e finito il film si riflette sullo stesso ma facendo altro. La trasformazione è legata alla sala, il pericolo è che anziché essere una sana evasione culturale dalla realtà diventi un’evasione perenne per tutto il giorno; lì si perde l’elemento del gioco. Il pericolo è che la significazione non avvenga perché si perde questo punto.

Partendo sempre da Winnicott, che parla di mamma sufficientemente buona, che permette al bambino di svilupparsi gradualmente tra realtà soggettiva e oggettiva attraverso tre movimenti: contenimento, manipolazione e presentazione dell’oggetto. Potremmo provare ad articolare un parallelismo identificando nel “cinema sufficientemente buono” le proprietà per cui al soggetto è permesso riconoscere il gioco, evadere grazie al Sé in una dimensione di rifugio immaginativo e poi infine ritornare nella realtà con le proprie emozioni rielaborate: quindi immersione nelle immagini, fuga dalla realtà e ritorno alla realtà attraverso la risignificazione delle emozioni grazie alle immagini potrebbero essere le tre caratteristiche del cinema sufficientemente buono. Con questa immagine che viene dalla psicoanalisi di Winnicott possiamo chiudere questa intervista. Grazie mille per il bell’incontro, Marco!

Spero che ti possa servire!

 

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Gianluca Colella

Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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