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Venezia 76: Pelikanblut – Una storia di maternità suggestiva ma incoerente

Presentato come film d’apertura della sezione Orizzonti alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia, Pelikanblut è il secondo film della regista tedesca Katrin Gebbe, conosciuta per aver realizzato l’acclamato Tore Tanzt, ovvero Nothing Bad Can Happen (2013).

Il film ha per protagonista una donna che risiede in una fattoria in campagna assieme alla figlia. Le due decidono di adottare in un orfanotrofio una bambina, che rivelerà ben presto i suoi comportamenti bizzarri, fino a diventare una vera minaccia.

Premessa molto interessante quella del film della Gebbe, che riesce a realizzare un dramma cupo e inquietante nella prima parte, per poi scendere nell’assurdo e nel non-sense nella seconda metà.

La regista non nasconde l’inquietudine che la bambina crea, ma la mostra fin dall’inizio: le urla delle ragazzina colpiscono e assordano, e le scene in cui lei compie gesta immorali o violente hanno forza e gran potenza. L’aspetto più interessante dell’opera è la reazione e il comportamento della madre: ella esprime tutto il suo amore materno e non respinge la bimba, ma la accoglie, fino ad assumere comportamenti ambigui e bizzarri, come il voler trattare la ragazzina come una neonata per far recuperare a quest’ultima il periodo della prima infanzia che non ha mai vissuto.

Il film ha quindi come tema principale la maternità, che vien ben sviluppato all’inizio, andando poi a perdersi man mano che il film procede. Il coinvolgimento è alto nel primo tempo, dove la tensione la fa da padrone e le trovate interessanti non mancano, ma nella seconda metà l’opera soffre di una leggera prolissità.

Uno dei problemi principali di Pelikanblut è il tono che assume con il passare dei minuti: dal thriller psicologico della prima parte si passa ad una specie di horror esoterico che, trattando di demoni e esorcismi, stona completamente con la prima parte e risulta completamente futile.

Nina Hoss nei panni della madre offre una prova eccellente e convincente in ogni espressione utilizzata, così come le due bambine protagoniste dimostrano un talento non indifferente nel sorreggere ruoli di un certo peso. Altro pregio del film sono la bellissima fotografia, dai colori freddi e taglienti, e le musiche opprimenti in grado di creare la giusta angoscia.

La regista dimostra di avere del talento dietro la macchina da presa: nonostante delle ingenuità dovute alla non completa maturazione artistica della Gebbe, ella gestisce bene la tensione e convince con una regia lenta e ben studiata nella composizione delle inquadrature e nei movimenti di macchina.

Il film si ispira a più opere – una delle più recenti è Babadook di Jennifer Kent per quanto riguarda la figura del demone che simboleggia qualcosa di più profondo – ma non è in grado di trovare un vero messaggio da esprimere o una coerenza stilistica da mantenere fino in fondo.

Pelikanblut è quindi un film discreto che, viste le potenzialità, sarebbe potuto essere ben più grande. Una seconda opera intrigante, ben realizzata, che soffre di alcuni problemi di ritmo, di sceneggiatura e di stile.

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