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Gregory House – Chi va con lo zoppo

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“Se l’emisfero sinistro del cervello è quello che interpreta la realtà e racconta la storia di chi siamo, allora qual è la tua storia?”

– James Wilson

Il passato è una storia che narriamo a noi stessi; non esiste trascendenza, un fine ultimo, un destino, solo una serie di reazioni cerebrali che giustifichino la nostra presenza su questa terra. Nessuna predestinazione, solo degli animali sperduti che grazie alla logica possono sperare in qualcosa di leggermente migliore della mera malvagità. Infine, l’illusione della conoscenza del sé. Una memoria frantumata, una realtà distorta dalla sofferenza, o meglio, dal suo presunto rimedio: un farmaco a base di oppiacei che crea assuefazione. Una psiche frastagliata, emisfero destro e sinistro in competizione, ma chi la spunta alla fine è sempre la sofferenza.

L’incapacità di accettare e accettarsi, allucinazioni, fantasmi di morte e di amore, di erotismo e di violenza. La mente più logica nel mondo più caotico, il raziocinio può essere compromesso dalle paure, dalle angosce, dalle perdite, fino a creare l’inesistente. Timori e atteggiamenti infantili, primordiali e, per questo, puri. Tuttavia, scomodi, poiché la realtà sociale è fortemente velata di ipocrisie ed inganni che la ragione può svelare.
Ma come può un bambino essere ragionevole?

Comportamenti puerili, assuefazione, diniego, persone irrazionali contro decisioni razionali. Persino la scelta di schiantarsi con l’auto nella casa della propria amata.

Cos’è, dunque, razionale? Cosa è reale? Cos’è che ci permette, senza ombra di dubbio, di affermare di essere ancora vivi? Tra le possibili risposte, il dolore.

Svegliarsi ogni mattina con un senso di infelicità, camminare con la sofferenza, zoppicare fino alla fine della giornata. Poi, si ricomincia: giorno nuovo, stanza nuova, in cui si è chiusi volenti o nolenti con una serie di persone che costituiscono una parte della nostra esistenza.

Ogni individuo ha un suo handicap, fisico o mentale, e nessuno lo sa meglio di Gregory House.

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Gregory House interpretato da Hugh Laurie

Tutti Mentono

You can’t always get what you want (non puoi sempre ottenere quello che vuoi) scrisse il “filosofo” Mick Jagger; è la canzone di House, la canzone per House. Zoppo per una diagnosi non effettuata in tempo, è costretto a vivere con un dolore alla gamba che nei giorni buoni è solo insopportabile, nei giorni peggiori lo priva di ogni voglia di andare avanti.

Non è abituato a non ottenere quello che vuole, pretende sempre di avere ragione ed è insopportabile per molti che spesso ce l’abbia. Perché la logica è l’unica cosa che conta per lui, le azioni che si compiono in terra importano; credere in un al di là è solo una scusa per giustificare un’esistenza priva di scopo.

Un personaggio scorretto, arrogante, eccentrico e spregiudicato. Ad oggi forse sarebbe inattuabile, una persona senza il minimo rispetto per chiunque abbia un ideale irrealizzabile, che sia in politica, in società o un qualcosa di spirituale.

Non sopporta l’ipocrisia generale, il patto sociale stabilitosi tra individui che fingono interesse e preoccupazione reciproci quando vorrebbero solo pensare a sé stessi.

House non crede nell’altruismo e nella nobiltà d’animo, spesso sinonimo di idiozia, perché ogni forma di aiuto che gli esseri umani si scambiano tra di loro deriva unicamente dai sensi di colpa, non dai sentimenti. Numerosi suoi pazienti gli confermano questa tesi: persone che hanno ingannato, tradito o deluso qualcuno cercano di fare ammenda rendendosi disponibili. Tuttavia, per natura l’uomo fugge dalle responsabilità, poiché richiedono impegno, fatica e dedizione.

Gregory House sarebbe stato il primo a smascherare Walter White: non un eroe che agiva per la famiglia, ma unicamente per sé stesso.

“È una verità alla base della condizione umana: tutti quanti mentono. L’unica variabile è su cosa mentono.”

– Gregory House

Per questo motivo House è arrivato ad invidiare, non a compatire, un bambino autistico, poiché non era costretto a rispettare le numerose e stupide convenzioni sociali che circondano gli individui, che siano in famiglia o in qualsiasi altro contesto.
Non può non sorgere il sospetto che House stesso abbia la sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo, che consiste, tra le altre cose, nel non saper accettare una qualsiasi forma di cambiamento.

Le cose intorno a lui cambiano di continuo, le persone se ne vanno e tutto questo non fa che aumentare il suo dolore. Il medico più in gamba del paese, con un dono eccezionale, è impotente di fronte alle scelte, razionali o meno che siano, degli altri.

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La sofferenza è una sua fedele compagna, lo ha reso chi è, una persona tormentata, tossicodipendente, che allontana e ferisce chiunque gli si avvicini.

Un uomo che non è in grado di gestire una qualunque relazione senza manipolarla, senza vedere fino a che punto può tirare la corda. Un maniaco del controllo.
Crede che il suo antidolorifico per la gamba, il vicodin, lo aiuti più in generale nella sua vita di per sé miserabile, ma la verità è che le sue angosce vanno oltre, più in profondità di una qualsiasi pillola.

La moglie lo ha lasciato, ha tentato di riconquistarla, ma non per amore, piuttosto per l’orgoglio di una rivincita. Cameron, una sua assistente, si è innamorata di lui, ma la reazione di House è stata diagnosticarle la sindrome della crocerossina, per cui lei si innamorerebbe di chiunque sia merce avariata come lui, qualcuno di cui prendersi cura.

Deve spiegarsi qualunque cosa, fare ironia su tutto, perché se prendesse qualcosa seriamente allora significherebbe che gli importa, e quando qualcosa ha importanza presto ferisce, o addirittura uccide. Logica e sarcasmo sono i suoi ripari.

Un egoista bastardo, plasmato dalla sofferenza, che ha paura di guardarsi allo specchio e di affrontarsi. E nemmeno rinnega questa sua natura, lo sa bene che il dolore porta le persone a commettere degli sbagli, ma la paura del dolore può portare a cose peggiori.

Dunque, è un personaggio giustificato unicamente dal fatto che salva vite? Crede che tutti mentano e siano egoisti perché ha bisogno di proiettare e sapere di non essere l’unico? O c’è qualcosa di più?

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Gregory House

Tutti Muoiono

Il dolore arriva quando una cosa ha importanza. House si è ritrovato spesso di fronte a pazienti arroganti, spregiudicati, che rischiavano di allontanare e perdere quelle poche persone disposte a volergli bene.

Quello che ha fatto non è stato gongolare per aver avuto ragione sulla natura umana, piuttosto impedire che queste persone diventassero (o rimanessero) un suo specchio. Ha avuto una forma di pietà: non le ha solo curate fisicamente, le ha guarite nel profondo.

Non si può non notare come le persone più restie ad ascoltare gli altri medici protagonisti si lascino convincere o rimangano senza parole non appena House decide di parlarci. È quello che meno di tutti vorrebbe avere a che fare con i pazienti, ma quando entra in scena è l’unico che sia capace della comprensione più intima. Poiché il suo è il dolore più angosciante.

Da dottore cerca la cura per i malanni, ma non solo del corpo a quanto pare. Forse cerca di continuo un rimedio per la sofferenza interna, come se si potesse curare con un farmaco.

“Hai passato tutta la vita in cerca di risposte, perché pensi che la prossima risposta possa cambiare qualcosa, forse renderti un po’ meno infelice. E lo sai che quando hai esaurito le domande non solo hai esaurito le risposte, ma anche la speranza.”

– Remy “thirteen” Hadley

In più occasioni si è rivelato capace di una perversa forma di compassione, quel sentimento che è una specie di cancro. Si insinua, cresce e alla fine uccide. Tuttavia, ha evitato che altri si sentissero miserabili, non ha mai permesso a nessuno di provare il suo stesso dolore, o di diventare come lui.
Si è preso colpe che non aveva, ha mentito e ingannato pur di dare un minimo sollievo ai pazienti o ai suoi colleghi. Ma nemmeno lui vorrebbe essere quello che è. Un uomo che si sente tradito dalla vita, incapace di accettarsi, che si scava ogni giorno la fossa, fermando però chiunque rischi di caderci.

Qualunque cosa temessero gli altri, a lui era già capitata. Magari crede ancora che lo scopo della vita non sia essere felici, ma mantenere l’infelicità al minimo, però di certo si è sforzato di tenere quel livello basso per altri. A tratti patetico, ma consapevole. Affascinato da alcune persone, ha permesso che scavalcassero le sue barriere, e ne è rimasto inevitabilmente (e prevedibilmente) ferito.

I suoi metodi saranno anche spietati, spesso rivela verità che molti non vogliono accettare, ma non lo fa mai per il piacere di demolire qualcuno. Vorrebbe solo far notare come, nonostante lo schifo del mondo, esistano motivi per sorridere nell’infelicità. La più grande contraddizione della mente più logica. Un infelice sorridente.

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Non ha paura di essere umano, non ha paura di arrabbiarsi per la casualità delle cose, per l’ineluttabilità del caos. Una sorta di antieroe consapevole che non avrà mai speranza, mai un riconoscimento, mai una ricompensa, perché in questo mondo si ha quello che capita, non quello che si merita. E a lui la vita ha tolto più di quanto abbia mai dato. Il suo corpo è una gabbia, la chiave si cela nella sua mente. Il dolore, però, sembra incurabile. Si nasconde dietro la sua intelligenza, ma non può scappare. Spesso soffre proprio per il suo logico e totale disinteresse verso tutto ciò che sia umano, specie la perdita.

House è un perdente. Non sbaglia quasi mai, eppure continua a perdere. Non esiste logica in questo, e se si tratta di destino allora è invero crudele. Anche dopo la più corretta delle diagnosi le persone muoiono. Tutti muoiono. E la morte cambia ogni cosa.

Per poter cambiare, Gregory House doveva morire. Scendere nell’inferno di sé stesso e incontrare, infine, il proprio dolore.

“La vita è sofferenza. Mi sveglio ogni mattina soffrendo, vado a lavoro soffrendo. Hai idea di quante volte ho pensato di arrendermi, quante volte ho pensato di farla finita?”

– Gregory House

Infine, è davvero cambiato?

L’ultima traccia dell’ultimo episodio della serie è Enjoy yourself, it’s later than you think. La stessa canzone che la sua allucinazione di Amber gli cantava nel penultimo episodio della quinta stagione. Quell’allucinazione che per prima ha messo House faccia a faccia con sé stesso, in tutto il suo odio e il suo amore, in tutta la sua violenza e la sua compassione.

Bisogna godersi sé stessi finché si è in tempo. Nelle interminabili contraddizioni, nei pregi e nei difetti, nella vita e nella morte.

È il suo unico vero amico, James Wilson, ad essere condannato da un cancro in fase terminale. House quasi lo respinge, quasi lo accusa perché lo sta abbandonando, ma in realtà è solo terrorizzato dall’idea di rimanere da solo. Alla fine saranno l’uno per l’altro tutto ciò che resta. Quando House riemerge dai suoi abissi non è cambiato, è il solito genio arrogante con un curioso senso della premura. Ciò che è cambiato è il suo punto di vista sull’importanza delle cose. Godersi sé stessi conta, il cancro è noioso.

Il suo modo di essere non gli permette di esistere, non gli permette di avere accesso alla norma, ad un hobby, ad una famiglia che lo aspetti quando torna dal lavoro. Per questo è “morto”. Ha distrutto ogni tipo di amore che gli si sia avvicinato, ma non gli è mai riuscito di allontanare Wilson.

“Quello che dovete ricordare, quello che non potete dimenticare è che Gregory House salvava vite. Era un guaritore.”

– James Wilson

Amore, odio, compassione, arroganza, gentilezza, in un modo o nell’altro diventano degli ostacoli, degli handicap. Tutti vengono feriti fino a diventare storpi, alla fine. Tanto vale imparare a zoppicare. Quindi grazie, Dottor House, per avercelo insegnato.

 

Leggi anche: Dottor House – L’onestà e la superstizione del dolore

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