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Incontro con Pupi Avati- “Il Signor Diavolo” e la rinascita dell’horror italiano

 Pupi Avati ama le provocazioni. “Il Signor Diavolo”, suo ultimo film, segna il ritorno all’horror del regista bolognese. Un genere trascurato, quasi snobbato dal cinema moderno nostrano, che Avati si impegna a riproporre con la passione che tanto lo contraddistingue.

Invitato alla premiere del suo film, tenutasi il 23 Agosto presso il Cinema City di Ravenna e organizzata dal Ravenna Nightmare Film Fest, Avati si siede accanto al giornalista Nevio Galeati e allo scrittore Eraldo Baldini, disponibile ad interagire con il suo fedelissimo e vasto pubblico.

Quando sono andato a proporre Il Signor Diavolo, ho ricevuto ben sette rifiuti prima di trovare la produzione che lo finanziasse. Purtroppo negli ultimi anni il cinema italiano ha smesso di spaziare, affidandosi principalmente al genere della commedia. Ed è triste, perché, in questo modo, il nostro cinema ha perso prestigio nel mondo. L’Italia ha un bagaglio culturale vastissimo, che, però, ultimamente non riesce a sfruttare a pieno”.

Una dichiarazione tagliente, ma sincera. La sincerità ha sempre caratterizzato il cinema di Pupi Avati: un cineasta che ama profondamente la sua terra e le affascinanti storie che essa nasconde. “Il Signor Diavolo” ci riporta nel cattolicissimo Veneto degli anni 50. La Democrazia Cristiana è ai vertici del governo italiano. Furio Momenté (Gabriele Lo Giudice), giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, è chiamato ad indagare su un delicato e inquietante caso. Il quattordicenne Carlo Mongiorgi (Filippo Franchini) ha ucciso un suo coetaneo, convinto che in lui risiedesse il Diavolo. L’obiettivo di Momenté è compiere un’indagine parallela a quella della polizia, in modo da smentire ogni possibile coinvolgimento della Chiesa Cattolica, frequentata da entrambi i ragazzi.

Un attento spettatore può facilmente notare come il mondo della Chiesa sia onnipresente nelle opere di Avati. Si pensi a “La casa dalle finestre che ridono” o a “Zeder”. Per quale motivo?

Pupi Avati

La presenza della Chiesa nei miei film è collegata ad un sentimento di nostalgiaci confida. “Negli anni 50, io ero un ragazzo e vivevo in campagna, dove c’era un forte sentimento cattolico, legato anche alla cultura popolare. La superstizione, l’ossessione per il Male hanno accompagnato tutta la mia infanzia. A noi ragazzi raccontavano spesso storie terrificanti prima di andare a dormire. Storie che ho poi ripreso nei miei film, perché mi hanno segnato nel profondo.”

Nostalgia. Il ricordo di qualcosa che non c’è più, ma che rimane inesorabilmente dentro di noi, parte della nostra identità.

“La figura del parroco, ad esempio, mi fa ancora paura. Vi era una vera e propria sacralità del Male, il quale, allora veniva identificato con il Diavolo. Tutt’oggi il Male esiste. E’ ovunque, persino in noi stessi. Tanto che esso può risiedere anche in una creatura innocente come un bambino. Il ragazzino del film, interpretato dall’esordiente Filippo Franchini, possiede uno sguardo che definirei inquietante. E’ interessante constatare come il Male possa quindi risiedere in tutti”

Il Male è ovunque. Una constatazione apparentemente banale, ma che in realtà cela significati molto più profondi. All’epoca in cui è ambientato il film, il Male veniva precisamente identificato come un’entità estranea all’essere umano. Un intruso. “Il Signor Diavolo” porta sullo schermo l’evidente ipocrisia di tale affermazione. L’Oscurità risiede ovunque e in chiunque, per quanto difficile possa essere ammetterlo a noi stessi.

Pupi Avati

Come si rapporta però l’istituzione della Chiesa con la Fede?  “Il Signor Diavolo” ci mostra un’epoca in cui dominano la superstizione e l’ignoranza, alimentate dai parroci del luogo. Una visione della Chiesa dunque negativa. Un mondo chiuso nelle sue tradizioni, grigio, spento come i colori che caratterizzano la pellicola. Eppure, Pupi Avati è una persona molto religiosa…

“Io credo in Dio, perché vedo un livello molto diffuso di ingiustizia nel mondo. Non solo a livello pubblico, ma anche privato, quotidiano, famigliare. Io vado in Chiesa a chiedere a Dio di esistere. E’ quasi una speranza, soprattutto per chi non ha altro se non un’aspettativa del dopo.

Credere in qualcosa di trascendentale è dunque una necessità. Un bisogno per chi si sente perduto, in un mondo che è impossibile decifrare completamente. La risposta ad un senso di inadeguatezza. Una concezione che troviamo rispecchiata nel cinema di Avati, in particolare nei suoi personaggi.

I miei protagonisti sono innanzitutto persone che provengono da fuori, che si trovano ad affrontare misteri e culture legati a realtà di cui non sanno nulla. Inoltre sono degli inadeguati, degli inetti. Alla costante ricerca di una felicità lontana, irraggiungibile. Possiedono grandi sogni irrealizzabili. Penso che però l’insoddisfazione non sia sempre negativa. Essa produce stimolo, energia. E’ bello essere attivi ed avere sogni. Purtroppo, noto che i più giovani hanno un atteggiamento rinunciatario nei confronti della vita.

Traspare amarezza dalle parole di Avati, che stimola i più giovani a non farsi scoraggiare dai fallimenti. La caduta anzi è necessaria per progredire, per crescere. Una domanda sorge spontanea: come e quando Pupi Avati ha iniziato a dirigere film?

Era il 1968 quando vidi per la prima volta “Otto e mezzo” di Fellini. Ne rimasi incantato e lo consigliai subito ai miei amici. Non appena lo videro, proposi: ‘Proviamo a fare un film’. Non avevamo esperienza, eppure proponemmo ovunque la bozza del nostro film. Nessuno ci rispose, tranne Ennio Flaiano (sceneggiatore dei film più celebri di Fellini). Ci disse ‘Non scrivetemi più’.”

Pupi Avati

Il suo prossimo progetto?

Ho incontrato Michele De Pascale, il sindaco di Ravenna e, tempo fa, il sindaco di Firenze per discutere sul film su Dante Alighieri, che ho intenzione di realizzare da tanti anni. Si baserà sul “Trattatello in laude di Dante” di Boccaccio, il quale si trovò a intraprendere una vera e propria indagine sulla vita del Sommo Poeta.

Un progetto ambizioso, ma che, ancora una volta, fa trasparire l’amore del regista verso la sua terra.

“Sono molto legato alla Romagna. In questa terra, io sono a casa. Più invecchio, più mi sento nostalgico verso il mio passato e la mia infanzia. Mi sento più vulnerabile. Ed è proprio la vulnerabilità ciò che lega tra loro gli esseri umani e li rende straordinariamente migliori”

Se dovessimo definire questo incontro con una sola parola, diremmo “necessario”. Non solo perché Pupi Avati è uno dei più grandi registi del nostro Paese, ma soprattutto per la grande umanità che si nasconde dietro la sua macchina da presa. Da ogni sua parola, ogni sua frase, traspare una forza e un desiderio di creare inesauribili. Avati riesce a trasmettere alla perfezione tale energia, ricordandoci che dietro ad un film, c’è sempre una storia umana. L’essere umano possiede dentro di sé moltissime storie. Finché sarà in grado di portarle su uno schermo, il cinema non morirà. E questo messaggio, in un’epoca in cui sembra più facile rimanere passivi, rassegnati ad un inevitabile rifiuto, è più che necessario.

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