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Nuovi Sguardi – Intervista a Vincenzo Nemolato, la sorpresa di Venezia 2019

Attore nato sul palco di Arrevuoto, laboratorio teatrale e pedagogico itinerante nelle periferie di Napoli, Vincenzo Nemolato ha da subito dimostrato un grande amore per il palco e la recitazione. Tassello della compagnia Punta Corsara, che si propone di rielaborare i grandi classici del teatro in lingua napoletana, Enzo ha poi calcato le scene al fianco dei fratelli Servillo, in una rielaborazione de Le voci di dentro di De Filippo, e poi al fianco di Marco D’Amore e Tonino Taiuti in American Buffalo. Quasi protagonista di questa edizione del Festival del cinema di Venezia, con due ruoli importanti in due film molto attesi: 5 è il numero perfetto, di Igort, Martin Eden, di Pietro Marcello. Ci racconterà dei film, ci parlerà della sua esperienza, ma soprattutto del suo percorso come attore e come uomo.

E così dopo un anno torni a Venezia, stavolta addirittura con due film! Emozionato?

Vincenzo Nemolato: Diciamo che è un po’ come se fosse la prima volta, in realtà. L’anno scorso è stato più un assaggiare Venezia, in un ambiente anche protetto; siamo stati invitati con un corto, “Fino alla fine” diretto da Giovanni Dota, che era solo un saggio di esercitazione del secondo anno del CSC. Il film era in concorso tra i corti nella settimana della critica, ed è stato un poco come provare Venezia in piccole dosi, senza quella eccessiva pressione che invece adesso inizio ad avvertire; diciamo da quando ho realizzato che la prima è incombente. [Ride] Quindi possiamo anche dire che questa sia la prima volta che vado al Festival. In concorso ufficiale con Martin Eden, dove sono il co-protagonista del film; e nelle giornate degli autori con 5 è il numero perfetto, dove affianco il mitico trio Servillo Golino Buccirosso.

Entrambi ruoli di spicco. In entrambi i casi, sia nelle pellicole che nelle opere che le hanno ispirate, i tuoi ruoli sono fondamentali nello svolgimento della trama.

Vincenzo Nemolato: In “5 è il numero perfetto” è un ruolo molto fondante secondo me, perché si tratta di Mister Ics; cioè colui che si macchia materialmente dell’omicidio del figlio di Peppino Lo Cicero, interpretato da Toni Servillo, scatenando la rappresaglia del guappo in pensione. Incarna un po’ il nuovo vento criminale che avanza, in confronto alla vecchia guardia rappresentata da Peppino; è un personaggio molto appariscente, contraddistinto dalla costruzione di un’esteriorità molto teatrale. Gira per la città con un giubbino di pelle borchiata, rimmel e rossetto molto marcati e una capigliatura da rockabilly; si trascina dietro un carrettino per fare il cartomante e indovinare il futuro, ma in realtà è solo un ciarlatano, un imbroglione col fascino del crimine. Alla prova dei fatti, si rivela per quello che è: un ragazzino, quasi un mentecatto. Non ha gli strumenti per reggere il confronto con il personaggio di Servillo; quello è un guappo vero, con una ritualità e uno stile molto forti, ma soprattutto con una consapevolezza della morte ben radicata. Cosa che manca al mio personaggio; Mister Ics sembra quasi che voglia giocare a fare il criminale, che sparare sia un modo come un altro per essere accettato in un mondo, quello criminale, da cui è sempre stato affascinato. Seppure sia ambientato idealmente negli anni ’70, io credo che il film parli molto anche del presente. Nel suo mostrare questa attenzione all’estetica, la pellicola vuole parlare anche di quella logica dei like che serpeggia tra le nuove generazioni; quella ossessione verso la creazione di personaggi da mostrare agli altri, che ben poco hanno a che fare con l’interiorità di ognuno, ma che la sovrasta.

Come pensi che la costruzione di un’estetica del conflitto operata da Mister Ics vada poi a collimare con il messaggio intrinseco del film, e con quella interiorità espressa dalla metafora della tartaruga intrinseca al titolo?

Vincenzo Nemolato: Il numero 5 che rappresenta la somma di due braccia, due gambe e una testa; cioè, l’essere umano che diventa la casa di sè stesso ed entità sufficiente e completa. La tartaruga, quindi, ma anche l’uomo vitruviano di Leonardo. Diciamo che Peppino, incarnazione ideale di questa metafora, cerca di passare al figlio un mestiere, con il suo corollario di rituali e regole; non si tratta solo di esteriorità, di vestiti eleganti e camicie stirate, ma soprattutto di logiche e codici criminali trasmessi oralmente di padre in figlio. In questo contesto, Mister Ics è solo superficie e proprio per questo è destinato a fallire; non ha una struttura alle spalle che lo sostenga e gli possa permettere di resistere di fronte alla realtà. E’ un personaggio caduco, che infatti alla fine crolla mettendo a nudo la sua natura di ragazzino; in quel mondo di animali feroci rappresentato da Igort, prova a sembrare più aggressivo per nascondere la sua natura di topolino. Poi è anche vero che ormai tutti siamo abituati a sentir parlare di estetica, ad oggi tema dei temi affrontato egregiamente già da Garrone in “Reality”. La chiave di volta, in questa pellicola, è la creazione di elementi di pura finzione come il passaggio del testimone di padre in figlio, quasi come fossero due cavalieri templari che si passano la spada; retorica che forse non sarà mai veramente esistita nel mondo criminale del passato e del presente, ma che crea un’emotività che smuove lo spettatore spingendolo a una riflessione.

Venezia

Compito questo che è appartenuto al genere Noir in diverse occasioni, non ultima quella della Nouvelle Vague delle origini. Ma tu non credi che questa estremizzazione visiva e narrativa, sia in realtà un modo per descrivere la realtà che ci circonda?

Vincenzo Nemolato: L’estremizzazione visiva era necessaria anche perché si parla di un fumetto e non di un documentario, quindi serve a rispondere alle esigenze di un genere che nell’iperbole scenica trova la sua piena realizzazione. Si tratta di una storia che sicuramente parla di Napoli, ma in cui mancano veri elementi per riconoscere la città; e proprio in questa mancanza, e nel riconoscimento di una rappresentazione totalmente fittizia della realtà, si riesce a spingere meglio lo spettatore verso la catarsi. Verso la creazione di paradigmi che partono dalla finzione per poi essere calati nella realtà; aiutati anche da un’emotività molto forte, che circonda la spettacolarità della pellicola, e opera una breccia nel pubblico. Questo approccio va anche in controtendenza rispetto ad un nascente neorealismo del cinema italiano, che spesso sfugge questa funzione catartica per creare categorie di cattivi in cui è impossibile riconoscersi, come successo anche con Gomorra; sembra quasi che più ci si sforza di avere un approccio realistico al cinema, meno si riesca a rappresentare la realtà così com’è. Quando in realtà, parlandone anche con Toni (Servillo NdR), la vera protagonista del film è la morte, e la consapevolezza della stessa; lo stesso Peppino, infatti, vive in funzione di questa e in base al rischio di morire sceglie una scala di priorità, che cambia all’improvviso all’esaurirsi della sua rabbia. E proprio in relazione alla morte avviene il confronto tra due generazioni criminali e due filosofie criminali; e viene mostrato il passaggio di una comunità umana, per quanto camorristica, da logiche d’onore a logiche di convenienza.

Dal palco al set, la collaborazione con Toni Servillo sembra sia un tratto distintivo della tua carriera.

Vincenzo Nemolato: Abbiamo collaborato a teatro diverso tempo fa… Saranno stati sette o otto anni, quando abbiamo portato in scena un adattamento di “Le voci di dentro” di Eduardo De Filippo; opera che ha conosciuto una grande fortuna, con oltre 300 repliche e un tour mondiale durato tre anni con cui siamo stati a Parigi, Chicago, San Pietroburgo, tra le altre. All’epoca era appena uscito La Kriptonite nella borsa, ed ero abbastanza corteggiato nell’ambito del cinema; ma volevo incontrare quello che reputo uno dei più grandi maestri viventi della recitazione, oltre che un grande studioso e teorico dell’arte attoriale, e quindi ho scelto di fare questi tre anni di specializzazione in teatro. A partire da allora, ho avuto l’opportunità di sperimentare il rapporto con Toni non solo a teatro, ma anche al cinema con Lasciati andare, film diretto da Francesco Amato.

Leggi: I volti di Sorrentino/Servillo

Nel corso di questo vero e proprio apprendistato sul palco, avrai sicuramente sviluppato un enorme bagaglio di esperienze. Se da questo dovessi scegliere un solo elemento che porti sempre con te, su ogni set e ogni palco, quale sarebbe?

Vincenzo Nemolato: Spesso mi sono chiesto cosa ho imparato, e mi sono reso conto che per me è quasi impossibile riuscire a sintetizzare tutto quello che ho imparato in tre anni a contatto con Toni; io lo seguivo in tutto quello che faceva, sia dentro che fuori dal teatro. Se dovessi fare una cernita però, credo che il più grande insegnamento che mi abbia lasciato è che c’è una enorme differenza tra fare l’attore ed essere attore; consapevolezza questa, che ha a che fare anche e soprattutto con la sostenibilità fisica e mentale di questo mestiere. Perché il vero attore viene fuori quando non ci sono film o spettacoli, nei sui momenti di quotidianità; stando a contatto con Servillo, avevi la possibilità di renderti conto che lui, dentro e fuori dalle scene, che lavorasse o meno, non cambiava mai; e proprio questo atteggiamento, al netto dei periodi di crisi fisiologica, è stato secondo me il suo punto di forza. Quando l’attore non ha un personaggio dietro cui nascondersi, deve fare i conti con sè stesso e con il proprio narcisismo; deve imparare ad entrare in conflitto con il proprio ego, impedirgli di espandersi oltre misura, per evitare che la persona prenda il sopravvento sul personaggio. Essere attore vuol dire imparare e sviluppare determinate qualità, per poi fare un passo indietro rispetto all’uomo e mettere le proprie capacità a disposizione di un personaggio. Alla fin fine, questo è un lavoro che possono fare tutti perché basta saper leggere e scrivere; per andare oltre questo, però, e diventare attori c’è bisogno anche di studio sui palchi e sui libri. E’ importante prendersi del tempo lontano dai riflettori per studiare, per affinare le proprie doti attoriali; e infatti, in quel periodo, mi sono avvicinato a Jouvet, autore fondamentale per la mia formazione. Ma anche per sviluppare doti di sottomissione. Il termine non va inteso in senso fascista, o di democratica ubbidienza; con sottomissione voglio dire che l’attore deve entrare in teatro e deve mettere il proprio ego in secondo piano rispetto al teatro, rispetto al racconto e rispetto al personaggio; non importa quanti premi hai vinto, quanto sei bravo o quanto pubblico hai, importa solo la storia che devi mettere in scena. Altrimenti rischi che i ruoli da interpretare si avvitano in una spirale attorno all’attore, venendone risucchiati. Essere attori sicuramente è più difficile, ma deve diventare il nostro balsamo per l’anima quanto le cose non girano e si sta male.

Parlando di ruoli, in 5 sei Mister Ics. In Martin Eden, invece, che ruolo ricopri?

Vincenzo Nemolato: In “Martin Eden” io sono Nino, il migliore amico di Martin. Con lui condividerà le esperienze di lavoro duro, da classe operaia; sarebbe il Joe del libro, solo che nel libro il mio personaggio compare verso la fine, nel film invece fin dall’inizio. In realtà, ogni ruolo è carico di un forte simbolismo, perché ognuno rappresenta una componente sociale. La componente sociale messa in scena da Nino è il popolo; intesa sia in senso di classe, ma soprattutto quella condanna materiale legata all’appartenenza a questa classe sociale. Nino, a contatto con Martin che è una mente più elevata rispetto a lui, si rende conto di come stia conducendo un’esistenza senza speranza, senza via d’uscita; e proprio per questo, di fronte a questa epifania, decide di abbracciare in pieno il destino del popolo e, povero per povero, decide di fare il barbone. Fino a che non sarà Martin stesso a salvarlo; è un po’ come se lui fosse il catalizzatore, capace di annullare anche la condanna della classe. Scalando le classi, e utilizzando i frutti del suo successo per salvare gli altri.

E in questo, tu ti senti più affine a Nino o a Martin? Cioè, pensi sia più importante abbracciare il destino che la classe di appartenenza ci impone; oppure provare ad usare le proprie forze per scavare un solco di emancipazione?

Vincenzo Nemolato: In un certo qual modo, anche Martin ha la sua condanna; ma a differenza degli altri, strappa la sua speranza al destino scoprendo di essere un predestinato. Lo scopre, quando si rende conto di avere un talento; decide quindi di studiare, di spendere tutta la sua energia per coltivare e dare spazio a questa dote. Nulla gli viene regalato. Io penso che nella struttura del personaggio, e nelle intenzioni di Jack London, ci sia l’idea che c’è un po’ di Martin in ognuno di noi; che tutti possiamo tradire in qualche modo il nostro destino. Diciamo che io nasco come Nino, come parte del popolo, ma fatico come Martin per conquistare la mia speranza.

Elemento comune ad entrambi i film, è il continuo gioco tra passato e presente.

Vincenzo Nemolato: Martin Eden gioca con le epoche, più che creare un confronto tra passato e presente. Aiutandosi con elementi scenografici, costumi, nomi; Pietro Marcello (il regista, NdR) crea un flusso temporale che oscilla tra gli anni ’80 e il presente, in una Napoli che è palpabile, ma mai veramente identificabile così com’è popolata di mille dialetti e lingue. Questo genere di ambientazione crea una sensazione di straniamento nello spettatore, che è costretto ad elaborare e non può limitarsi a guardare passivamente il film. Il regista ha deciso di distaccarsi dal suo linguaggio solito, quello appunto del documentario, proprio perché l’uomo moderno, se messo di fronte a uno specchio che ne evidenzia ogni ruga, tende a non riconoscersi. Parafrasando Girard nei suoi lavori sul capro espiatorio: siamo sempre bravissimi a riconoscere negli altri dei colpevoli, ma per noi stessi nurtiamo solo delle giuste inimicizie. Il cinema, e le arti visive in generale, servono ad esorcizzare il germe negativo che secondo Aristotele appartiene ad ognuno di noi; e soprattutto, eliminare la negatività attraverso la catarsi, al riconoscimento del nostro contributo ai mali del mondo. In questo, il documentario e il nascente filone di neorealismo si sono rivelati insufficienti o inadatti; e Martin Eden può fare da apripista di un nuovo paradigma del linguaggio cinematografico. Pietro (Marcello, NdR) si è trovato a gestire tecniche registiche che lui sa padroneggiare molto bene, legate al documentario, inserite in un contesto di totale finzione; si è poi trovato a incontrare attori, lì dove era abituato a vedere personaggi nudi e crudi. In questo corto circuito mentale e cinematografico, ha costretto gli attori a una recitazione legata all’istinto e vicina più possibile al vero, con una radice quasi naturalistica, in un contesto di finzione esasperata. In questo modo, è riuscito anche a rimanere affine all’opera letteraria dal punto di vista dei contenuti, anche se inseriti in un contesto narrativo totalmente diverso.

Un racconto, quindi, che non perde la sua profonda attualità. Ma tu non credi che i tempi siano maturi, però, per dare un finale diverso?

Vincenzo Nemolato: La genialità della pellicola sta proprio in questo, secondo me. Recuperare un grande classico, ambientato a fine ottocento e molto attuale all’epoca; e riproporlo nella modernità per parlare di problemi che, in fin dei conti, sono legati all’essere umano indipendentemente dai tempi. Ci ritroviamo, ancora una volta, di fronte al crollo delle grandi ideologie di massa; ancora si vedono gli esseri umani spezzati dal lavoro, aggrappati a una flebile speranza di una vita migliore, senza nessun diritto e nessuna tutela. Affrontiamo lo straniamento di uomini e donne, sprovvisti di riferimenti ideologici, e abbandonati dalla liquefazione delle classi. Assistiamo all’avanzare di nuove, ma anche vecchie, idee che condividono il piatto a tavola col proprio passato; e quando vedrete il film capirete di cosa sto parlando. Jack London aveva perso fiducia nell’amore, e quindi decise di abbandonare il percorso da lui avviato. Diciamo che io sono quasi costretto a credere in un finale diverso. Senza scadere nella banalità degli entusiastici, secondo cui ogni scorreggia è un tornado, credo che il lavoro e il sudore di Martin possano bastare a spostare i binari della nostra vita. Ije ce crere ancora, ecco.

Dalle periferie spira un vento nuovo, che vede nel cinema una strada da battere per emanciparsi da quei meccanismi malati chi imprigionano il futuro. Non pensi che il tuo percorso personale e professionale possa servire da esempio?

Vincenzo Nemolato: Non posso dirmi da solo di essere un esempio, rischierei di far espandere il mio ego talmente tanto da non fargli bastare la città intera. [Ride] Sicuramente Napoli ha dalla sua quella mentalità dello scugnizzo che, per quanto possa cambiare ed evolversi, è comunque presente nel nostro DNA; è quella marcia in più che ci permette di affrontare la vita faccia a faccia, con sfrontatezza. La città sta diventando un punto nevralgico anche perché è piena di energie positive e di fervore artistico che ha sempre caratterizzato questo posto, dal centro alle periferie. Toni (Servillo, NdR) dice sempre che Napoli per un attore, è come un acquario per i pesci; dovunque vai c’è teatro che cola dalle persone. Al di là delle possibilità offerte dal panorama cittadino, senza pretesa di voler dire che funzioni per tutti, ma la mia esperienza può dimostrare che se sei disposto a sudare e a fare come il ciclista, occhi fissi a terra e pedalare, senza ansia di raggiungere la vetta, si può fare un bel po’ di strada. Senza fretta ma senza tregua. Io sono stato agevolato da caratteri innati, perché non sono mai stato affascinato molto dagli effetti collaterali di questo lavoro, anzi ne sono stato spesso infastidito; risultando a volte anche antipatico o poco disponibile, a chi mi chiedeva una foto. Quando invece incontro qualcuno che è interessato al racconto del mio personaggio, allora il coinvolgimento è diverso. Fortunatamente non sono mai stato attratto dal lato oscuro della forza, sono sempre stato un jedi convinto: pazienza e lavoro, questo è quello che mi fa amare questo lavoro. Se gli togli la poesia, allora non vale più la pena.

Quali sono stati i tuoi punti di forza?

Vincenzo Nemolato: Io ho puntato sul percorso. Mi sono immagino a 80 anni, non tra 2 o 3 anni; non ho pensato a vincere un talent o mollare tutto, ma a crearmi le basi. Ho deciso di sfuggire a quella che chiamo la logica del luccichio, alle pretese del tutto e subito, dell’avere successo per stare sulle copertine. Anche tutta questa logica dei talent ha peggiorato in termini di fretta e aspettative tutto il panorama attoriale; è diventato tutto una mega lotteria, dove una mattina compri per caso il biglietto vincente, e di colpo sei famoso. Io a questo non ho mai creduto, non ho mai giocato d’azzardo, e ho scelto di puntare sullo studio, la costanza e la pazienza. In questo mestiere c’è un tempo per tutto, alcuni sogni richiedono molti anni e molta fatica, e bisogna imparare a digiunare, come diceva Siddartha. Ma bisogna anche cercare dei riferimenti che possano essere consolatori, nei momenti bui. Esempi come quelli di Servillo, che ci ha messo 30 anni per imporsi, ma alla fine ci è riuscito. Ed è riuscito a imporsi come attore, ma soprattutto come personaggio e narratore; facendo tutto a modo suo, senza farsi distrarre dalla fama e dal successo. E anche per questo lo considero il mio maestro. Diventare attore è come scalare una montagna, e se si vuole diventare bravi e non solo famosi, allora la strada è più lunga e in salita, ma la vista è decisamente migliore.

Riusciresti ad identificare un momento in cui hai realizzato che quella era la strada giusta per te?

Vincenzo Nemolato: Guarda, io ti posso dire il momento preciso in cui mi sono innamorato del teatro. A pensarci, mi rivedo molto in Martin Eden. Perché sentico che dentro di me avevo una poesia; una luce che non riuscivo ad afferrare, e che tuttora a volte mi sfugge. Lo avvertivo come un senso inespresso, proprio come il tatto o la vista. Quando ho fatto Arrevuoto, il Secondo Movimento diretto da Marco Marinelli, ero al Mercadante ed era la prima volta che recitavo in un teatro. Io ero andato lì e avevo scelto di partecipare al laboratorio teatrale, semplicemente perché i miei compagni di classe mi avevano detto che c’erano tantissime ragazze. E quindi, tutti insieme, partecipammo in massa a questo progetto. Nella mia prima volta a teatro, io impersonavo Pulcinella e ballavo su questo praticabile molto alto; io mi stavo solo divertendo come un pazzo, senza badare al pubblico o alla platea. A un certo punto, sul finale dello spettacolo, si accesero le luci. Vidi il teatro Mercadante stracolmo di persone, che applaudivano; con questo rumore bellissimo che mi lasciò a bocca aperta, totalmente esterrefatto. In quel momento esatto mi innamorai del teatro, e capii che quello era il mio destino.

Nonostante la strada fatta, sei ancora molto legato al tuo quartiere e alla tua casa. Cosa porti di queste strade nei tuoi personaggi?

Vincenzo Nemolato: Nei miei personaggi porto il mio vissuto, ma l’onestà intellettuale mi impedisce di utilizzare il mio quartiere a mo’ di scudo morale. Non rinnego il posto da cui vengo, e le esperienze da ragazzo mi rendono unico; però ci tengo a dire che non bisogna utilizzare questi luoghi e le difficoltà come scudo. Lo scudo ti protegge, è vero, ma ti copre anche; si mette davanti a te. Alla fine, così facendo non vai più a raccontare nulla, e i personaggi non rispecchiano più racconti diversi, ma sempre lo stesso messaggio. Cioè, che siamo attori contro la camorra e va bene così, senza badare alla qualità del racconto o del linguaggio; ma io voglio anche essere giudicato come attore, e non solo come ragazzo difficile. Anche quando fondai la compagnia teatrale Punta Corsara, insieme ad amici provenienti tutti da Scampia, decidemmo di rielaborare grandi classici come Petito, senza mostrarci come baluardi di un quartiere difficile. Mettevamo sempre l’attore davanti al ragazzino, e non viceversa; convinti, così facendo, di nobilitare il quartiere attraverso i talenti prodotti e non con la retorica. Anche perché, è ovvio che Scampia ha moltissime sfumature ed è estremamente difficile raccontarle tutte. Non mi interessa parlare con chi è convinto che qui sia tutto nero; così come il Bronx non è come viene rappresentato nel film di De Niro. Se ti aspetti che invece quella sia la realtà, il problema è tuo e non sarò certamente io a farti cambiare idea.

Progetti per il futuro?

Vincenzo Nemolato: Finita la settimana a Venezia, riparto in tournée a teatro con Silvio Orlando. Dopo Le voci di dentro rielaborato da Toni Servillo, e American Buffalo di Marco d’Amore, torno sul palco con Si nota all’imbrunire; testi e regia di Lucia Camaro, una grande e apprezzatissima drammaturga contemporanea, con Silvio Orlando come protagonista. Sono molto felice di poter partecipare a questo progetto, anche e specialmente dopo un anno di riprese davvero molto intenso. SI ritorna un po’ a teatro. Diciamo che, dopo aver bevuto un po’ di vino, si ritorna finalmente a bere un po’ d’acqua, ché il corpo ha bisogno di un periodo di detox. Quando mi chiedono: ma ti piace di più il teatro o il cinema? Dico sempre la stessa cosa: non smetterò mai di bere l’acqua perché hanno inventato il vino e la birra. Però non posso fare una vita intera solo con l’acqua o solo col vino. Ogni tanto ci sta il bicchiere di vino e ci sta pure la ‘mbriacata di vino; ci sta pure una bella birra, al pub con gli amici. Per me l’acqua è il teatro, il vino è il cinema e la birra è la televisione. Bevo tanta acqua perché idratarsi fa bene; ogni tanto mi piace bere un bel bicchiere di vino, e spesso mi sono anche ubriacato; bevo poca birra.

 

Vincenzo Nemolato.

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