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Bong Joon-Ho: La Rivincita degli Umili contro le Istituzioni

Bong Joon-ho

Finito sotto le luci della ribalta dopo la vittoria al Festival di Cannes di quest’anno con il bellissimo Parasite, Bong Joon-ho è un regista che lavora a livelli altissimi da anni, e che dopo il discreto film d’esordio Barking Dogs Never Bite, ha realizzato una serie di grandissime opere la cui principale caratteristica è l’eterogeneità.

Un poliziesco, un horror fantascientifico, un thriller, un film d’azione tratto da un fumetto, un’avventura comica e un dramma grottesco. Tutti così diversi per tematiche ma simili per modo di infrangere gli schemi classici della narrazione, in favore di un utilizzo inedito dei generi cinematografici. Una filmografia non numericamente ingente ma stratificata, in cui il regista riflette su temi contemporanei in maniera sottile e spietata, spesso sopra le righe ma senza mai risultare esagerato.

Sebbene la grande varietà di temi si traduca in una difficile classificazione, c’è un elemento ricorrente in quasi tutte le pellicole del regista coreano, radicandosi in modo preponderante in almeno 3 di esse: The Host, Memories of Murder e Mother. Queste opere mettono in scena un’ossessiva ricerca della verità da parte dei protagonisti, costretti a scontrarsi direttamente con una polizia inadeguata e impreparata, tendente alla faciloneria e all’accusa precoce, essendo spesso incapace di gestire situazioni complesse dal punto di vista della gestione della sicurezza pubblica.

Bong Joon-ho

Casi di omicidio (come nel caso di Memories of Murder, Mother e Parasite), creature animali che si ribellano o proteste pubbliche (The Host o Okja), e ancora furti, truffe, estrema povertà ed eccessiva ricchezza. La Corea del Sud ripresa da Bong Joon-ho è un paese solo apparentemente sano, ma che nasconde sotto la superficie problematiche importanti. Una diffidenza verso le istituzioni e lo Stato, inteso come figura politica che ha radici nella dittatura militare che ha governato il paese fino alla metà degli anni ’80, ha la sua conseguenza naturale in una diffusa sfiducia verso la polizia, primo rappresentante diretto dell’ordine pubblico.

Gestire una rivolta: The Host e Okja

La coscienza sociale della Corea del Sud ha avuto difficoltà ad esprimersi a causa delle repressioni dei regimi militari che si sono susseguiti negli anni, fino ad arrivare alle grandi manifestazioni degli anni ’80, consentendo l’esplosione di un sentimento comune di disappunto verso la politica. Con l’arrivo della democrazia, il paese ha potuto esprimersi più liberamente, e, negli ultimi anni, sempre più spesso un gran numero di cittadini si è riversato nelle strade per vari motivi, come l’arrivo nel 2018 di 1000 migranti dello Yemen per cui mezzo milione di coreani hanno protestato fortemente. Se le manifestazioni di protesta erano una rarità nel secolo scorso, ora fanno parte della vita dello stato coreano in modo quasi naturale.

In The Host, il diverso è rappresentato dal mostro che terrorizza le coste del fiume Han. Una creatura affamata e (almeno apparentemente) violenta, creata dalla negligenza umana. Nel finale del film, dopo aver passato giorni interi nel vano tentativo di rintracciare ed uccidere il mostro, l’esercito decide di utilizzare l’Agent Yellow, un agente chimico letale che nelle loro intenzioni stanerebbe la creatura costringendola ad abbandonare il fiume, uccidendo allo stesso tempo qualsiasi tipo di essere vivente presente in esso. Le proteste si fanno feroci, la folla non vuole che l’Agent Yellow venga utilizzato, e all’esercito spetta il compito di sedare la rivolta per portare a compimento il proprio piano.

Bong Joon-ho

Prima l’incapacità nel trovare la tana del mostro, compito eseguito invece alla perfezione da una normale famiglia di lavoratori, poi l’elaborazione di un piano pericoloso e inutile (il mostro non ha la sua tana nel fiume ma nelle fogne), infine la difficoltà nel gestire una rivolta. La polizia e l’esercito fanno una figuraccia nel monster movie di Bong Joon-ho, mostrando un’incompetenza inaccettabile nel risolvere un problema che mette a rischio la sicurezza della nazione.

Okja non espande la rivolta a livello nazionale, ma lavora sullo scontro tra i cattivi della Mirando Corporation e i buoni dell’Animal Liberation Front (ALF). In mezzo alla loro disputa si trova Mija, la bambina con cui il supermaiale Okja è cresciuta. Quando la creatura inizia la sua fuga, saranno le forze private della Mirando ad affrontare gli animalisti dell’ALF, mentre Mija verrà a conoscenza di alcuni oscuri segreti sulla produzione di carne della Mirando. In uno scontro in cui vengono messi a rischio i diritti degli animali e i sentimenti degli allevatori, la polizia ha un ruolo marginale ed assolutamente inefficace.

Essa prova ad intervenire quando Okja si infila in alcuni negozi di Seoul scatenando il caos, ma si dimostra inadatta non riuscendo a catturare una ragazzina assieme ad un maiale gigante. Gli unici che riusciranno a catturare Okja saranno le forze della Mirando; tuttavia, Mija riuscirà alla fine a svelare la malvagità che si nasconde sotto le politiche aziendali della compagnia, dimostrando ancora una volta come la polizia non arrivi dove spesso i semplici cittadini riescono.

In entrambi i film l’organo statale ha un ruolo marginale, che consiste nel fallimentare tentativo di trovare delle soluzioni tardive a problemi che non comprendono. La soluzione sembra passargli vicino mentre guardano dalla parte opposta, e sono sempre i cittadini ad agire in modo intraprendente ed incisivo. In The Host trovano la tana del mostro e alla fine lo uccidono, in Okja mettono allo scoperto l’illegalità dei metodi di produzione della Mirando, trovando in entrambi i casi un espediente che permetta l’immediata risoluzione del problema.

Caccia all’assassino: Memories of Murder e Mother

Tra il 1986 e il 1991 la Corea del Sud fu vittima di un’ondata di omicidi causati da un singolo uomo. Si tratta del primo assassino seriale conosciuto nel paese asiatico, e se in un paese come gli Stati Uniti i serial killer erano attivi già da parecchio, e ve ne erano molti in prigione e altri in attività, la Corea del Sud non aveva ancora affrontato la brutalità degli omicidi seriali. L’impatto emotivo della vicenda è evidente anche analizzando la produzione cinematografica degli anni 2000, in cui i serial killer facevano la comparsa per la prima volta. Una perdita di innocenza che ebbe pesanti conseguenze in un paese impreparato a fronteggiare un tale evento, dato il ritardo della polizia per quanto riguarda i metodi di indagine, tecnologicamente arretrati ed intellettualmente immaturi.

In Memories of Murder due detective locali vengono incaricati di risolvere un caso di omicidio che si rivelerà il primo di una lunga serie. Il detective Seo Tae-yun arriva volontariamente da Seoul per aiutare la polizia locale a risolvere il caso, ma dovrà scontrarsi con i metodi discutibili dei detective locali, inclini alla violenza negli interrogatori. L’opera di Bong Joon-ho presenta una situazione preoccupante, in cui la modesta (per numero e abilità) polizia della piccola cittadina è costretta ad inseguire un killer che sembra sfuggente ed ineffabile come un’ombra. Inoltre, la spaventata insistenza dell’opinione pubblica porta gli agenti ad identificare dei sospettati in modo forzato ed approssimativo, ed essi si rivelano infatti innocenti. L’agitazione aumenta mentre il colpevole continua ad agire indisturbato.

Bong Joon-ho

Il problema non è tanto la difficoltà nell’identificazione e la cattura del serial killer, ma piuttosto gli antiquati metodi d’indagine della polizia coreana, non preparata ad un nuovo tipo di killer il cui movente è di difficile classificazione. La società è cambiata e lo stesso è successo al crimine locale, fuori dagli schemi tradizionali e tendente alla pianificazione. L’identikit dell’assassino di una volta non corrisponde a quello del serial killer moderno, e la violenza, l’estorsione di confessioni e le tattiche di cattura sono poco efficaci contro un individuo più furbo dei classici autori di omicidi. La polizia fatica ad adeguarsi al proprio tempo.

Elementi simili sono presenti anche in Mother, che racconta la storia di una donna il cui figlio mentalmente disabile viene accusato di un omicidio a sfondo sessuale. Una volta che il ragazzo viene rinchiuso in carcere, sarà la madre l’unica a credere ancora nella sua innocenza, e a cercare di scoprire la verità. Nel frattempo la polizia si accontenta di accusare e condannare sulla base di speculazioni e inganni il sospettato più immediato, senza procedere ad una necessaria analisi scrupolosa. La colpevolezza del ragazzo (che solo alla fine del film si rivelerà il vero assassino) viene conclamata attraverso un metodo sbagliato.

Un delitto del genere sconvolge l’opinione pubblica, e la cattura del colpevole diventa uno strumento fondamentale per l’affermazione della sicurezza locale e dell’affidabilità delle forze dell’ordine. Per questo motivo, nel primo interrogatorio i detective convincono Yoon Do-joon a firmare una dichiarazione di colpevolezza con uno stratagemma che fa leva sulla sua disabilità. Nel corso delle sue indagini la madre arriverà a parlare con un testimone oculare diretto clamorosamente ignorato dalla polizia, arrivando così a scoprire l’orrenda verità su suo figlio. Una verità raggiunta da un’anziana donna e non dall’organo incaricato di mantenere l’ordine pubblico.

In entrambi i film Bong Joon-ho mostra una polizia impotente e sbrigativa nelle indagini, incapace di assicurare alla giustizia l’assassino attraverso metodi onesti e trasparenti, spesso responsabile di accuse infondate o frettolose. Un’inaccettabile mancanza da parte di chi dovrebbe essere il primo referente della popolazione per quanto riguarda la sicurezza dei cittadini e al contempo il rispetto dei diritti umani.

Gli ultimi saranno i primi

In tutti e quattro i film analizzati Bong Joon-ho ha messo in scena la rivincita del popolo sulle istituzioni, colpevoli di aver permesso l’insediamento dei governi militari. L’occhio del regista coreano si concentra sui poveri, sui lavoratori, sugli emarginati, restituendoci l’immagine di una nazione che non riesce ad esaltare le qualità individuali di chi non ha niente se non la propria forza intellettuale ed etica. Il riscatto degli umili avviene attraverso la celebrazione delle loro caratteristiche a discapito dello Stato.

Evidentemente lo storico passaggio dalla dittatura alla democrazia non è stato assecondato da un adeguamento delle forze dell’ordine. Tecnologicamente e moralmente, quella che viene rappresentata nei film di Bong Joon-ho è una nazione divisa tra intento di innovazione e tendenze regressive, in difficoltà di fronte a un mondo criminale organizzato e a una maggiore coscienza sociale della popolazione. Un passaggio problematico nella storia di una nazione tormentata da un lunghissimo periodo di governi militari.

Sia che si tratti di mostri inumani, proteste popolari o omicidi, il crimine trabocca inosservato, mentre una polizia inconcludente tenta di tappare le falle del sistema con il nastro adesivo.

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