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Bittersweet Life – Tra Indulgenza e Crudeltà

Il cinema asiatico, se si escludono poche eccezioni come i film dello Studio Ghibli o di Park Chan-Wook, è un mondo spesso sconosciuto all’universo cinematografico occidentale, alle volte accecato dalla dimensione del mainstream. Eppure, semplicemente aprendo gli occhi, è facilissimo entrare in contatto con dei gioielli che poco hanno da invidiare al cinema americano ed europeoBittersweet Life, pellicola del 2005 di Kim Ji-Woon, più noto per I Saw the Devil e Il buono, il matto e il cattivo, è uno di questi.

Protagonista del film è Sun-woo, apparentemente manager d’albergo, in realtà uomo di fiducia di un boss della malavita di nome Kang. Questi assegna al giovane un compito estremamente delicato, tenere d’occhio la propria compagna He-soo, sospettando che la ragazza, molto più giovane, lo tradisca. Sun-woo rimane affascinato dalla donna e, quando la sorprende con un altro uomo, decide di graziarla. Questa decisione innescherà però un enorme circolo di violenza. Per usare le stesse parole del signor Kang:

puoi fare cento cose bene, ma un solo errore può distruggere tutto”.

Il film è un noir, ma la storia narrata riesce a trascendere i generi, mescolando l’azione al grottesco, senza tralasciare la componente romantica, che viene resa in maniera del tutto atipica. Il punto di svolta della pellicola è infatti nell’incontro tra Sun-woo e He-soo. I due non potrebbero essere più diversi: lui glaciale e risoluto, lei solare e sensibile. Il film riesce così a raccontare il cambiamento dell’uomo, ma senza puntare su cliché da film romantico visti e rivisti, bensì rimanendo fedele alla natura di gangster movie.

L’altro rapporto chiave all’interno di Bittersweet Life è infatti quello tra Sun-woo e il suo capo. Il film riesce a mettere a fuoco in poche scene la relazione tra i due, che inizialmente appare come di incondizionata fiducia. Allo stesso tempo, viene messa in scena la spietatezza dell’ambente della malavita, in cui un singolo sgarro può essere sufficiente a trasformare un amico in un problema.

La sceneggiatura non ha alcuna intenzione di mettere in scena il lato glamour della malavita, ma anzi questa viene mostrata essenzialmente come un business. Come in ogni attività economica che si rispetti, anche qui la fiducia è tutto. La differenza sostanziale è che in un business tradizionale, quando questa viene meno c’è il licenziamento. Qui invece c’è la morte. Per avere successo in questo mondo non è consentita alcuna forma di umanità e infatti, non appena Sun-woo comincia a scoprire un lato di se stesso che forse neanche sapeva di avere, la situazione non può che degenerare.

La pellicola gode di un ritmo che nel corso delle due ore riesce a mantenersi costantemente elevato. E’ un film estremamente dinamico, in cui tutti i personaggi secondari sono caratterizzati in base alla relazione che hanno con il protagonista. Relazioni che però si evolvono costantemente, senza che ciò risulti essere forzato. L’evoluzione di Sun-woo è rapida, ma non appare mai innaturale. Egli nel corso del film si trasforma: quello che inizialmente appare come un sicario freddo e spietato si rivela progressivamente un personaggio tridimensionale, di cui conosciamo pensieri, sensazioni e rimpianti.

Punto di forza di Bittersweet Life, al pari della sceneggiatura, è poi la messa in scena di Kim Ji-Woon. La pellicola riesce a coniugare momenti di pura tensione, esplosioni di violenza e anche qualche risata a denti stretti, talvolta anche nella stessa scena. Come spesso capita quando si ha a che fare con il cinema asiatico, il film riesce a essere violentissimo senza perdere la sua eleganza. Il sangue scorre a fiotti, sia inteso come quantità di scene, sia come intensità delle stesse, eppure non risulta mai essere caricaturale o eccessivo. Per impatto visivo e coinvolgimento emotivo, queste sequenze non hanno nulla da invidiare a un film più noto al grande pubblico come Old Boy.

Bittersweet Life non è un film rivoluzionario. Tutti gli elementi che lo compongono possono essere ritrovati in altre pellicole. Non tutti i grandi film, però, devono esserlo.

Kim Ji-Woon, sia in termini di scrittura, sia a livello estetico riesce a mescolare tante influenze, sia orientali che occidentali, ottenendo un risultato finale che però risulta essere personalissimo. I tanti generi in esso contenuti, le tante tematiche si fondo creando un mix unico che risulta essere appetibile a tanti tipi di spettatori diversi. Chi semplicemente ama l’azione, chi vuole dialoghi che spiccano, chi è alla ricerca di qualche spunto di riflessione, tutti possono trovare motivazioni diverse per amare questa pellicola. Ed è proprio questo a renderla un ottimo punto di partenza per chi non ha grande affinità con il cinema coreano.

Leggi anche: L’Oriente, il Cinema, la Poesia e la Violenza dell’animo – La Trilogia della Vendetta

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