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Il Buono, il Brutto, il Cattivo – Lo sai di chi sei figlio tu?

Quando si assiste alla presentazione di un artista illustre, scrittore, pittore o regista che sia, o di un’insigne opera per i cui meriti è da sempre acclamata, si dice – un po’ per svignarsela, un po’ perché davvero a volte le parole sono di troppo – “questo blablabla non ha bisogno di troppe introduzioni, lo conoscete tutti”. Questo è un caso del genere, ma vediamo comunque di afferrarne qualcosa.

Guerra di secessione americana, Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef: in ordine il buono, il brutto e il cattivo. L’anno è il 1966 e Sergio Leone dirigeva questa pellicola a conclusione del percorso-trilogia (detta Trilogia del dollaro o Trilogia dell’uomo senza nome) che aveva visto ai primi due posti Per un pugno di dollari e, a seguire, Per qualche dollaro in più.

Sigaro, poncho, poche parole, sguardo accigliato: è lui, Il buono Eastwood, l’uomo che non ha nome, se non quello di Biondo. Magistrale in goffaggine e verbosità: Tuco, Il brutto Wallach. E infine il soprannominato Sentenza, Van Cleef, il sanguinario sicario dall’aria cupa e dal naso adunco, proprietà che gli permettono di guadagnarsi l’appellativo de Il cattivo.

il buono, il brutto, il cattivo
Eli Wallach e Clint Eastwood in Il buono, il brutto, il cattivo

All’insegna del vince chi arriva primo!  il film è una tarda corsa contro il tempo (che equivale a 175 minuti) da parte di tutti e tre che, con una spietata dose di competizione, cercano di sopraffarsi vicendevolmente per accaparrarsi un bottino di ben duecentomila dollari nascosti in una tomba. Ma solo in un secondo momento al centro della scena ci sarà l’effettiva ricerca del gruzzolo nel cimitero (si veda la traccia L’estasi dell’oro), in una buona prima parte della pellicola, infatti, il gioco tra i tre è incentrato sul tragico investigare (con una serie di torture a seguito) intorno al nome dell’abbiente ufficiale sepolto, che sarà rivelato al Biondo in circostanze a lui favorevoli – in gioco c’è la sua vita – e che comprometteranno il seguito della storia.

Ma veniamo ora al lento, lentissimo (come è giusto che sia visto che si è in un Western vero, con la W maiuscola) triello finale, all’interno del cimitero detto come Sad Hill Cemetery. quell’agognato (!) in cui si nasconde il tesoro che ha condotto i tre a battersi per impadronirsene. È, senza dubbio, uno dei frammenti che ha fatto la Storia del Cinema e che resterà per sempre marchiato come capolavoro di arte contemporanea. E di certo non si smetterà mai di parlarne abbastanza.

il buono, il brutto, il cattivo
La scena madre di Il buono, il brutto, il cattivo

Il cattivo è fatto fuori dall’impeccabile tempismo di Eastwood, a discapito della comica legnosità del brutto: tocca giocarsela, adesso, nientedimeno che a loro due. Ma per poco: la pistola del brutto è scarica, grazie all’avvedutezza del buono che diventa padrone effettivo del pittoresco destino di quei soldi. Pittoresco e niente affatto prevedibile, certo. Non a caso, poi, la nota battuta:

“Vedi, il mondo si divide in due tipi di persone: quelli che hanno la pistola carica e chi scava. Tu scavi” dice il Biondo a Tuco.

Il Biondo è trionfante in dignità, compostezza e magnanimità (mai patetica quest’ultima ma sorprendente, intelligente) con un orgoglio che ha poco di umano tanto è statuario, con una resistenza caratteriale che fa invidia a chiunque.

Clint Eastwood in Il buono, il brutto, il cattivo

Nella scena finale di C’era una volta il west si resta a guardare, proprio nella scena, non da spettatori ma da veri protagonisti: attoniti e innamorati. È come se si fosse tutti lì in mezzo, a quel deserto, a guardare quello che accade. A farsi travolgere dalla melodia di Ennio Morricone (la traccia è Fuga a cavallo) che con prepotenza irrompe – abbracciandola – la battuta finale.

A sentirla quell’imprecazione e a sorriderne di gusto, come si sorride compiaciuti solo della sincerità dell’arte.

L’alleanza tra la musica e la sceneggiatura  permea ogni scena della pellicola ma, più di tutte, quella finale. E la traccia intitolata appunto Il triello, probabilmente non è neppure la più amata delle colonne sonore di Morricone, forse non la più travolgente (penso, citandone un paio, al Deborah’s theme di C’era una volta in America o, ancora, alla melodia di L’America di Jill  in C’era una volta il west), eppure è così perfettamente incalzante da farci sperare che quella lentezza, quella tensione travestita da pacatezza, non finiscano mai.

Se, guardando più largamente alla musica di Morricone, in C’era una volta in America la melodia distende e accompagna i dialoghi – emblematica, in questo senso, la scena in cui Noodles e Deborah adulti si ritrovano stesi a parlare e a raccontarsi, momento in cui lui cede al suo rigore e le rivela quanto abbia sentito la sua mancanza in tutto quel tempo – ne Il buono, il brutto, il cattivo la musica prende il posto della parola, la elimina, e nella sua assenza si fa padrona della scena.

Si crea così un gioco di sussulti, spaesamenti e colpi di scena che non ha eguali. Quando Biondo fa partire il colpo contro Sentenza la musica si ferma, chiaro segno di quanto essa sia la vera protagonista. Prima, invece, quando Sentenza appena entrato in campo guarda provocatoriamente Tuco che gli sorride sbeffeggiandolo, le note sono al principio del loro momento di gloria che raggiunge il suo vertice certamente nella scena delle frenetiche inquadrature agli sguardi dei tre, prima che cada a terra la vittima.

Ecco allora che quando si celebra Il buono, il brutto, il cattivo imprescindibilmente se ne decantano soprattutto le note che, più che  fare – semplicemente – parte del film, ne costituiscono lo scheletro, lo innervano, ne disegnano i più intimi movimenti, le più nascoste espressioni, i più impercettibili cenni, come ad anticipare e a suggerire a chi guarda, come proseguiranno gli eventi.

Leggi anche: Ennio Morricone – L’essenza dell’emozione nella Musica

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