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Un cane andaluso – Buñuel, Dalì e l’inconscio

Un cane andaluso (Un chien andalou) è un corto del 1929 realizzato da Salvador Dalì e Luis Buñuel, illustri esponenti dell’avanguardia surrealista.

La stessa ideazione dell’opera è la prima caratteristica degna di riflessione di questo manifesto del surrealismo francese. Il surrealismo ha infatti spesso e volentieri ruotato intorno ai temi dell’amour fou e dell’inconscio come forza sovversiva incontrollabile: Dalì e Buñuel stendono la sceneggiatura di Un cane andaluso rivelandosi l’un l’altro un proprio sogno, nel primo il sognatore è ricoperto di formiche,  mentre il secondo sogna di tagliare l’occhio di una persona.

Movimenti onirici, libere associazioni e sorpresa estetica sono le tre vie attraverso le quali quest’opera arriva allo spettatore: si tratta di tecniche non ordinarie, che Buñuel e Dalì adoperano per esaltare attraverso il cinema l’assenza di controllo che l’uomo ha rispetto ai propri pensieri.

In Un cane andaluso la dimensione artistica prevale su quella narrativa, poiché l’intento degli autori è quello di dimostrare quanto le sfere pulsionali più profonde della psiche possano dar vita ad una sur-realtà nella quale perdersi, senza la pretesa di comprenderla in alcun modo.

Lo scandalo provocato nel 1929 a Parigi dalla proiezione del corto è una staffilata diretta inferta al modello culturale del cinema che deve compiacere gli spettatori. In che modo l’inconscio si connette alla rivoluzione visiva rappresentata dall’opera?

Schemi eterni al di fuori del tempo

Un cane andaluso

Uno degli aspetti che colpisce maggiormente del corto è la sequenza irrazionale in cui le scene vengono presentate: Dalì e Buñuel demoliscono arbitrariamente l’ordine cronologico e il senso temporale generale dell’opera, realizzando un’operazione che trascende ad ogni costo qualsiasi possibilità di connettere le diverse parti di una narrazione, rivelandone invece la quasi completa assenza.

A disorientare ulteriormente gli spettatori contribuiscono le cinque didascalie che, apparentemente in modo casuale, introducono i momenti principali del corto: apparizioni e proiezioni, suggestioni e ricordi s’intrecciano dando vita ad immagini assurdamente poetiche.

Se il primo punto che chiama in gioco l’inconscio freudiano è l’origine onirica della sceneggiatura, il secondo fattore che lega Un cane andaluso alla psicoanalisi è proprio quello atemporale: secondo le speculazioni di Freud, irrazionalità, assenza di spazio e tempo, energia psichica liberamente fluttuante e meccanismi di condensazione dei contenuti sono solo alcune delle proprietà esclusive dell’inconscio.

Stressando visivamente il funzionamento atemporale dei contenuti psichici rimossi, Dalì e Buñuel si pongono in continuità con uno dei pilastri della metapsicologia freudiana; d’altronde il surrealismo aveva confermato i principi della psicoanalisi già con il Manifesto di Breton del 1924:

Surrealismo, s.m. Automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale.

L’unico fine al quale i surrealisti tendono è l’espressione dello psichismo in quanto tale; Un cane andaluso non fa eccezione, mettendo in gioco contenuti universali e al tempo stesso profondamente soggettivi capaci di scuotere la morale comune.

L’amor fou e l’ambiguità: via d’accesso alla meravigliosa insensatezza dell’esistenza

Un cane andaluso

Il soggetto non è un osservatore assoluto, l’oggetto non è una realtà trascendente.

Merleau-Ponty

L’ambiguità è la condizione del nostro essere nel mondo e del compimento intenzionale attraverso cui i dati arrivano alla coscienza; tale compimento è un movimento come quello attraverso il quale le immagini del cinema si offrono al pubblico. Introdurre attraverso questo passaggio del fenomenologo francese Merleau-Ponty l’approfondimento sui contenuti di Un cane andaluso potrebbe sembrare astratto, ma in realtà è adeguato nella misura in cui le tematiche affrontate sono metafisiche proprio perché soggettive ed universali al tempo stesso.

Un’attrazione erotica violenta lega reciprocamente un uomo e una donna, e tra i due una serie di situazioni espresse tramite associazioni inconsce dell’uomo introducono degli ostacoli. Gli oggetti utilizzati nelle scene (dalla scatola alla cravatta, passando per i peli di ascella) sono simboli che alludono continuamente alla sfera sessuale, unica vera protagonista dell’intero corto.

La struttura delle proiezioni intrappola gli spettatori in un processo in cui la comunicazione delle immagini conta perché la Gestalt generale di Un cane andaluso tende a sfuggire ad ogni momento. Concentrarsi sui singoli fotogrammi di nudità, interazioni ed espressioni sarebbe riduttivo perché, in quanto flusso di coscienza, i momenti onirici dell’opera possono essere apprezzati davvero solo nella loro globale esistenza.

Esistenza è l’altra chiave di lettura che Dalì e Buñuel utilizzano per arrivare allo spettatore, poiché attraverso la loro creatività arrivano a proporre una (non) spiegazione della stessa al di là del suo senso.

Senso, ma soprattutto non senso, per riprendere un’opera di Merleau-Ponty, toccano i limiti della tolleranza dello spettatore: Un cane andaluso è per definizione insopportabile, perché visivamente, narrativamente e moralmente supera il modello al quale il pubblico era abituato.

Il finale, nel quale gli amanti sono sepolti vicini ma impossibilitati a toccarsi, dipinge al livello più alto la meravigliosa inafferrabilità dell’esistenza, quell’ambiguo godimento umano di una sofferenza che non può essere contenuta.

Dalì e Buñuel  ci hanno regalato un pezzo di arte che, nel bene e nel male, ci fa discutere ancora oggi espressività e psicologia danno vita ad una dinamica surreale ricca, nella quale esistenza, arte e vita onirica si toccano e si scontrano simultaneamente.

 

Leggi anche: Legion – Il lato oscuro della mente

Gianluca Colella
Ho 24 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa del cinema. Un po' la Forza di Star Wars.

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