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The Shape of Water –  Elisa, l’essere al di là delle forme

Le dinamiche

Baltimora, 1962, piena Guerra Fredda. Il precedente conflitto mondiale ha condotto le due superpotenze del globo, USA e URSS, ad un nuovo militarismo.  Le politiche sociali cedono la priorità alla corsa alle armi e al progresso scientifico. La società cambia in modo irreversibile, la paura di una nuova guerra incombe nelle menti di tutti i cittadini, votati oramai ad un istinto di autoconservazione che li porta a distaccarsi da tutto ciò che non abbia sembianze convenzionali. Gli individui si ritrovano ad annichilire il concetto di umanità pur di preservare la propria incolumità in un’America razzista e contraddittoria, terra di libertà e schiavitù.

In questo barbaro contesto, in cui la forma ha più importanza del contenuto, non c’è posto per gente come Elisa Esposito, affetta da mutismo, che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo dove vengono ideati esperimenti a scopi militari.

L’incontro

Nell’intento di svolgere le sue mansioni, si rende conto della presenza nel vasto laboratorio di una creatura anfibia dall’aspetto umanoide, vittima della sperimentazione e di continue sevizie. Nel vedere quell’essere soffrire, ella prova una profonda pietà, mista ad una stimolante curiosità. Convertire la paura del diverso in curiosità è uno dei capisaldi della filosofia di vita di Elisa, nonché uno dei più importanti messaggi che ci vengono trasmessi dall’opera in questione.

Ne condivide la solitudine e l’asfissiante sensazione di emarginazione, quasi come se la creatura non fosse altro che uno specchio riflettente, un alter ego di Elisa. Due facce della stessa medaglia: due reietti all’interno di un sistema corrotto, e corruttibile. Proprio lei, che ha per migliori amici un illustratore omosessuale senza posto fisso, Giles, e Zelda, una sua collega afroamericana, è eticamente disposta ad abbattere ancora una volta il fragile muro della diversità in nome del buon senso e del mutuo aiuto.

L’atteggiamento che caratterizza il personaggio del film di Guillermo Del Toro non è solo identificabile nell’empatia fra due soggetti passivi che subiscono le torture fisiche e psicologiche di una società cinica, ma anche in quel sentimento di compassione che, citando Schopenhauer, porta un individuo ad estendere la propria personalità nel corpo di altri individui sofferenti, con lo scopo di accomunare il dolore e trovarvi conforto.

“La compassione è la base della moralità.”- sosteneva il filosofo tedesco. Ed è sulla base di una salda elevazione morale che si materializza la successione di eventi che porta Elisa a prendere decisioni discutibili per l’epoca, ma ragionate e colme di consapevole senso del dovere.

Elisa, proprio come fa l’acqua che, da un cambiamento di fase ad un altro, assume contorni di volta in volta diversi, riuscirà a mutare sé stessa attraverso la relazione con gli altri. Solido, liquido, e aeriforme, in questo caso, sono metaforici stati d’animo che Elisa attraversa in modo progressivo dall’inizio fino alla fine del film: le condizioni in cui vive la portano ad avere pochissimi amici, a diffidare e a mantenere un rapporto freddo e distaccato da  coloro che riconosce come estranei alla propria comfort zone. Fino a quando quell’intenso scambio di sguardi  empatici con la Creatura non le cambia radicalmente la vita, sciogliendo ogni riserva che fino a quel momento suggellava nel suo nobile animo, facendo ribollire ed evaporare in lei ogni concetto di restrizione sociale, proiettandola verso aspirazioni immortali.

Dall’empatia alla comunicazione

Condividere emozioni non rappresenta che una primordiale fase necessaria per la costituzione di un rapporto, una strada obbligata verso la socializzazione. Ma non basta, serve la comunicazione.  E’ dunque indispensabile, da parte di Elisa, insegnare il linguaggio dei segni alla creatura anfibia, in modo tale da poter trasformare i pensieri in gesti, e i gesti in parole. Il contatto fra i due, che da quel momento in poi andrà progressivamente espandendosi, determinerà un’evoluzione del rapporto sotto forma di effusione magnetica che porterà Elisa ad innamorarsi della creatura, l’unico essere vivente capace di guardarla negli occhi senza dar vita a pregiudizio alcuno. D’altro canto, ogni volere, infatti, ha alla sua base un bisogno, un desiderio o una mancanza.

La perfetta simbiosi fra i due protagonisti unifica le due figure, rendendole simbolo eversione sociale, tratto distintivo di un rifiuto della realtà per come essa si materializza. In questo modo, si svuota il concetto di “apparire” e si colma di concretezza e significato il concetto di ”essere”, al di là di ogni forma, al di là di ogni clichè o convenzione socialmente accettabile.

Elisa, nel tentativo di salvare la Creatura dalle grinfie dei servizi segreti governativi, non solo mette a repentaglio la propria vita in nome di una totale abnegazione nei confronti dell’amore che prova, ma rappresenta l’emblema della lotta per l’emancipazione femminile in un mondo maschilista e oppressivo, in cui il debole è sempre più visto come un emarginato. Il messaggio è chiaro: possiamo essere persone migliori di quel che siamo.

“Se vi parlassi di lei, cosa potrei dire? Che vissero per sempre felici e contenti […] Ma quando penso a lei, ad Elisa, l’unica cosa che mi viene in mente è una poesia sussurrata da una persona innamorata centinaia di anni fa: Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.”

Testimonia l’amico fidato di Elisa, Giles, nell’acclamatissimo finale.

Leggi anche: Intervista a J.Miles Dale- Produttore premio de La Forma dell’Acqua

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