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Tarantino e il Revisionismo – Il Cinema come rivincita sulla Storia

Con il suo cinema, Quentin Tarantino ci ha ormai abituati ad una fondamentale concezione: il cinema può essere un circuito chiuso, una tautologia, un mondo nel mondo. Questo mondo ha le sue regole, si regge sulle proprio concezioni e sui propri mezzi. Così il regista, attraverso il suo sconfinato amore per la settima arte, ha deliziato con i suoi racconti le ultime generazioni di cinefili. Con dei dialoghi brillanti, con innumerevoli citazioni al cinema, con sceneggiature scritte in maniera sicuramente poco canonica e che ne hanno fatto (se pensiamo ai primi film) un fenomeno mediatico e cinematografico, Quentin ha dovuto anche spesso combattere le critiche di coloro i quali ritenevano il suo cinema vaneggiante o troppo violento per essere accettato dal grande mercato.

Le idee del regista sono sempre state chiare e persistenti, dalla sua estetica della violenza all’ambiguità di alcuni personaggi o situazioni. Tuttavia, questo articolo si pone come obiettivo quello di analizzare una sorta di trilogia che Quentin ha cominciato dieci anni fa, nel 2009, anno di Inglourious Bastards.  Oltre ad essere un film brillante, nella sceneggiatura e nelle interpretazioni, questa pellicola mostra l’approccio di Tarantino al tema della rivincita. Quale rivincita? Quella dell’arte.

Il discorso è abbastanza ampio. Come ho accennato in precedenza, il regista è fermamente convinto che l’arte, la sua arte, in questo caso il cinema, possa reinventare il mondo, e rappresentarlo attraverso i propri mezzi. L’arte crea mondi nel mondo, dibattito questo che va avanti nel panorama artistico ormai da secoli. Nel corso del 900 sono innumerevoli gli esempi narrativi, come nella letteratura, di mondi alternativi (basti pensare al genere fantasy o distopico) creati da artisti per mancata corrispondenza con quello reale, spesso crudele e, specie in un secolo sanguinolento come il 900, arido di sentimenti.

Tarantino questo lo sa bene e con la pellicola appena citata decide di mostrare la sua storia e come essa possa in parte “redimere” la storia ufficiale che è il filo portante del film. L’olocausto è una delle pagine storiche più tristi che il genere umano possa mai ricordare, è successo, e non si può cancellare; l’arte non può fare questo. Almeno non in questo caso. Il cinema può però modificare gli avvenimenti, poiché il circuito è chiuso e il regista diventa il demiurgo della sua creazione. Così la scarica di proiettili su Hitler e gli altri gerarchi nel cinema della protagonista del film (non a caso ebrea) che va a fuoco facendo strage di nazisti è una rivincita. Metaforicamente questa rivincita avviene proprio in un cinema nel quale i gerarchi sono stati intrappolati, sottolineando come solo in quello spazio, solo con il cinema, solo con l’arte, la storia può andare diversamente e milioni di innocenti possono essere vendicati o addirittura salvati.

Il discorso continua in Django Unchained, film che disegna una parabola vendicativa di una intera popolazione, quella afroamericana, che per secoli ha dovuto lottare contro un razzismo imperante. Django distrugge le sue catene, si scatena e, attraverso il cinema, fa strage di bianchi razzisti, spesso nella maniera sadica e crudele a cui Tarantino ci ha abituati. Non dimentichiamo a tal proposito gli scalpi dei nazisti in Inglourious Bastards.

Tornando alla pellicola più recente, siamo nel 2012, e secondo capitolo di questa trilogia semantica, Django è sorretto da una brillante sceneggiatura di cui il regista si serve anche per schernire gli schiavisti e l’odio razziale che i cittadini americani bianchi, puritani fino al midollo, hanno scatenato contro la popolazione nera. Indimenticabile a tal proposito la scena dei copricapi del Ku Kluz Clan, i cui membri sono presentati come goffi e idioti in maniera palesemente voluta. Django nel finale dà fuoco a Candyville, il luogo orribile in cui gli afroamericani venivano fatti combattere tra loro fino alla morte solo per divertimento o scommesse dei loro padroni. Come il cinema per i nazisti, anche qui il rogo finale cerca di bruciare una pagina di storia, forse anche più di una, dando giustizia attraverso il cinema e l’arte a milioni di innocenti.

Allo stesso modo con il suo ultimo attesissimo film, Once upon a time in Hollywood, Tarantino ci porta indietro nel tempo e ci immerge nella cultura statunitense degli ultimi anni 60, con un Los Angeles riprodotta in maniera suggestiva e in cui tutto, dai film citati e rappresentati nel film stesso, agli abitanti della metropoli, fino alle insegne al neon dei locali più famosi, sembra suggerire che questo sia il film più personale del regista: una sorta di Amarcord firmato Quentin Tarantino.

L’attesa era legata soprattutto ad una questione, ossia se il regista avrebbe mostrato la morte efferata di Sharon Tate e soprattutto quale ruolo avrebbe assunto Manson nella narrazione di questa storia tarantiniana, invece è solo una comparsa, una delle tante comparse in quel vario mondo che erano gli USA negli anni 60, quelli della controcultura. La Tate viene interpretata da Margot Robbie e Tarantino sceglie di mostrarcela sicuramente come una bellissima donna, ma soprattutto dolce e con un’aria innocente. L’attrice sembra essere gratificata dai film in cui ha recitato, rivedendo e rivedendosi al cinema, tanto che nei suoi occhi si legge l’entusiasmo derivante dall’essere amata dal pubblico. Lei è la vittima, o meglio questo è ciò che la storia ci dice: Sharon Tate è stata brutalmente assassinato dalla Manson Family la notte dell’8 agosto 1969. Eccoci arrivati a quella notte anche nel film, nella parte finale, e come il meraviglioso personaggio interpretato magistralmente da Brad Pitt ci dice: “That’s the night”. Qualcosa sta per succedere e il regista sa che è ciò che gli spettatori stanno aspettando, lo sentiamo a pelle, ma ciò che viene fuori è sorprendente.

Tarantino segue la scia dei film citati in precedenza e decide di rendere giustizia alla povera Tate facendo carneficina dei giovani e confusi ragazzi killer, fino a bruciare l’ultima rimasta con un lanciafiamme. Il cinema, l’arte, ancora una volta rilegge la storia, la cambia con un imprevisto e viene totalmente riscritta dal regista, in modo che gli innocenti riescano a salvarsi e la follia dei sinistri personaggi che vagavano per le strade di una ambigua Los Angeles viene domata da un attore, la sua controfigura e il suo cane. Ancora una volta il cinema diventa luogo di vendetta e la vendetta, lo sappiamo bene, per Tarantino è qualcosa da mostrare in maniera decisa e personale, l’eccesso significa esteticamente buon gusto. Perché, come ha sottolineato Truman Capote, il buon gusto è la morte dell’arte.

Leggi anche:  Un Folle Universo chiamato Tarantino – Curiosità, Divertentissements, Attori e Tributi

 

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