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Cliff Booth – Il retaggio tarantiniano della Drammaturgia Inglese

Cliff Booth. C’era una volta nel West End un drammaturgo di nome Harold Pinter, che fu sceneggiatore, e che plasmò la narrativa e la scena (teatrale e cinematografica) dagli anni ’60 in poi.

Tarantino è un figlio d’arte, famoso, tra le altre cose, per le sue citazioni e le sue sceneggiature inter-testuali. Tuttavia, il suo debito non è solo nei confronti del cinema, bensì persino del teatro inglese contemporaneo. Un teatro in via d’estinzione, che vive, però, ne Le Iene, in The Hateful Eight e in un personaggio ammaliante come Cliff Booth in C’era una volta a… Hollywood.

Harold Pinter, nato a Londra nel 1930, potrebbe tranquillamente essere definito il Tarantino della scena teatrale britannica. Tant’è che entrambi sono diventati un aggettivo (un dramma può essere “pinteresque” e un film “tarantiniano”).

Ispirandosi al maestro Beckett e al teatro dell’assurdo, Pinter ha creato, per così dire, una nuova forma di rappresentazione, che è stata definita teatro della minaccia.
Consiste nel costruire situazioni e personaggi sospesi e indefiniti, come se fossero eternamente avvolti da una coltre di nebbia. Delle figure che agiscono in scena lo spettatore spesso non conosce il passato, né il movente, indi per cui non possono essere determinate; in alcune rappresentazioni è persino difficile dire se siano effettivamente vivi o dei meri fantasmi. Da qui il loro fascino, nell’ambiguità.

 

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Cliff Booth interpretato da Brad Pitt

Le trame si svolgono spesso in un ambiente angusto e chiuso, in cui i protagonisti non fanno altro che dialogare tra di loro. Oltre a non conoscersi in maniera reciproca, vivono tutti il perverso senso di sicurezza che infondono le gabbie, che proteggono dall’esterno, il territorio delle minacce, che siano assassini o che sia la polizia (una minaccia per i criminali de Le Iene), o un qualcosa di ancor più oscuro.

Tra le opere più famose di questo genere c’è The Caretaker (1962). La trama è molto semplice: un barbone di nome Davis (o almeno, così lui afferma) viene accolto in casa da Aston, che vive col fratello Mick. Quest’ultimo assume subito un atteggiamento scontroso e diffidente nei confronti di Davis.
I tre ingaggiano un conflitto verbale, in cui il contrasto, però, si cela sotto la finta cortesia e buone maniere ipocrite. La tensione è tangibile, ma rimane sotto la superficie. Davis deve convincere i due fratelli a fidarsi di lui, Mick nel frattempo cerca di capire quali siano le sue vere intenzioni.

Il tutto si basa su disparati turpiloqui: dialoghi così ben architettati da celare ogni tipo di possibile verità, dettagli che modificano la realtà di volta in volta. La lotta serve alla conquista, sia del territorio, sia dell’opponente; il conflitto e la brama di dominio si celano nell’inconscio. Le parole creano i fatti o li distorcono, il confine tra realtà e finzione si assottiglia fino a divenire impercettibile, il tutto si basa sull’incomunicabilità tra esseri umani. Scopriamo che Davis potrebbe non essere il vero nome del barbone, e che Aston è stato in passato sottoposto ad un elettroshock, di conseguenza i suoi ricordi potrebbero non essere veritieri.

Nessuno è chi dice di essere, ciò che è accaduto all’esterno non ha una versione univoca e ufficiale. Così la falsa identità di Mr. Orange ne Le Iene, e così accade per la sparatoria nello stesso film. Di fatti, lo scontro tra i gangster e la polizia nella pellicola ci viene solo raccontato in più varianti da Mr. White, Mr. Pink e Mr. Blonde. Come i personaggi di Pinter, le iene sono in conflitto verbale tra di loro, percepiscono la presenza di una minaccia sia interna sia esterna e vogliono, ovviamente, liberarsene. Ciò che crea ostilità, dunque, è la paura. Lo spettatore non può fidarsi di nessuno, non importa quanto eroico possa sembrare.
La natura umana non può fare a meno di temere l’altro.

Eroico e ambiguo è il fascinoso Cliff Booth, stuntman e compagno  di vita di Rick Dalton nel nono film di Quentin Tarantino.
Cliff, all’apparenza, sembra un innocuo e belloccio tuttofare, carismatico e alquanto caparbio. Un personaggio costruito per far sentire lo spettatore al sicuro; spavaldo e amichevole, non può che suscitare simpatia.

Un vecchio cowboy vagabondo e fuori tempo, di una razza di uomini ormai estinta. Lo sguardo imperscrutabile, la camminata lenta e inesorabile.

Tuttavia, ecco che nei dialoghi tra i personaggi della pellicola si insinua il serpente del dubbio. Stando alle dicerie, il signor Booth avrebbe assassinato la moglie e l’avrebbe addirittura fatta franca.
Questo è quello che dicono, e quello che viene mostrato è un flashback di un banale litigio di coppia su di una barca. Invero, Cliff impugna una fiocina, ma non sapremo mai se ha sparato o meno.
Rick Dalton afferma fugacemente che è stato un eroe di guerra, tuttavia lo stesso Booth dice che la galera lo ha rincorso per tutta la vita (quindi forse persino prima del presunto omicidio della moglie).

 

               

Lo stuntman è anche molto sicuro di sé e delle sue abilità combattive, ha un’indole violenta, però del suo passato e, quindi, del suo essere non ci viene rivelato nulla. Per quanto agisca “nel bene”, rimane un personaggio che non si può determinare.
La sua testimonianza vale tanto quanto quella degli altri personaggi, di conseguenza possiamo solo supporre ciò che è stato, ma mai esserne certi.

Infine, non conosciamo nello specifico le sue motivazioni. Cosa lo spinge ad essere questa sorta di figura fraterna per Rick, nonostante gli venga chiesto solo di fare il galoppino e di sbrigare lavoretti domestici? Come e quando si è instaurato il legame tra i due? Sul set? O ancor prima, in un’epoca a noi sconosciuta?

Cliff Booth

Secondo Harold Pinter il passato è “terra di nessuno” (titolo, tra l’altro, di una sua pièce del ’75, No Man’s Land); riprendeva una citazione di Proust secondo cui il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo delle cose come erano.

Un’altra sua celebre opera, Old Times (1972), è di fatti una lotta verbale, quieta, ma spietata, di un triangolo pseudo-amoroso. Un uomo e una donna si contendono una terza protagonista, rievocando quanti più ricordi possibili con lei. Tuttavia, su ammissione degli stessi personaggi, esistono cose che si ricordano e che tuttavia potrebbero non essere mai accadute. Incontri al cinema, sesso e altre perversioni emergono, che siano state o meno. Impossibile dire cosa sia scena, cosa sia copione e su quale piano del reale ci si trovi.
I dialoghi diventano, dunque, un gioco di ombre, una gara di spettri. Così come lo sono le identità e le storie dei loschi individui in The Hateful Eight.

La realtà che l’essere umano accetta è quella che gli appare, ma non necessariamente quella che è. La fenomenologia del reale è uno dei concetti più sfuggenti nell’intera cronistoria umana.

Tuttavia, l’arte vive dell’indefinito, dell’infinito leopardiano oltre la siepe; quello che stimola il pensiero a vagabondare, a chiedersi se Cliff Booth abbia ucciso o meno la moglie, se sia davvero un eroe come sembra oppure uno psicopatico ben mascherato, un personaggio in cerca di autore, che lo completi e che gli dia uno scopo.
Ciò che è fittizio dovrebbe essere meno fallace dei normali esseri umani, ma forse solo queste macchie ed errori ci fanno innamorare di coloro che non esistono. I pregi si ammirano, i difetti si amano.

Non sapremo mai cos’è del tutto, così potrà essere nulla e ogni cosa allo stesso tempo, in eterno. 

Rick Dalton: -“Hey Cliff… Sei un buon amico”

Cliff Booth: -“Ci provo”

Scambio di battute ambiguo e, forse, emblematico. Offre una non prospettiva, su cui vale la pena riflettere.

 

 

Leggi anche: C’era una volta a… Hollywood – Alla ricerca di un cinema perduto

 

 

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