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Bunuel: Quell’oscuro oggetto del desiderio – Non esiste il caso nell’inconscio

Con questa pellicola del 1977, meravigliosa e colma di ambiguità, Luis Bunuel firma la sua ultima fatica cinematografica. Questo film non è tuttavia solo l’ultimo del maestro surrealista, è anche una summa della sua poetica; l’opera omnia di uno dei registi più creativi e coerenti della scena. “Quell’oscuro oggetto del desiderio” ci mostra un uomo tormentato da tutto ciò che fa parte della sua vita, ciò che col tempo si è costruito e che negli anni di ambientazione della pellicola (contemporanei alla data di produzione) potrebbero saltare in aria nel giro di pochi secondi. Cosa si intende con questo?

Il protagonista, Mathieu, è un vecchio borghese in procinto di tornare in treno a Parigi; un ambiente minacciato dalla costante possibilità di un attacco terroristico negli anni delle grandi proteste. La storia ci viene narrata in flashback dal protagonista stesso mentre è nella sua carrozza nel treno in partenza da Siviglia. Mettiamo ordine.

La storia viene, come abbiamo detto, narrata da Mathieu nella cabina di un treno ad un pubblico molto strano composto da uno psicologo nano, una donna con sua figlia e un giudice. Il protagonista è di ritorno dalla Spagna, dove si era recato per rincontrare Conchita, ragazza con cui era in corso una relazione molto tormentata. I due sono molto lontani nell’età e il loro incontro è avvenuto in Francia. La ragazza sceglie di non avere rapporti intimi con il protagonista per preservare la sua verginità, portando Mathieu sull’orlo di una crisi interiore nella quale il suo inconscio proietta i malesseri di una vita.

                    

Egli è un vedovo ed è un esponente di una borghesia che ormai, anche ai suoi occhi, aveva perso la capacità di tenere il mondo sotto le proprie mani. Il caso stava entrando con forza nella vita, rappresentato dagli attentati dei gruppi terroristici sinistroidi. Il film narra le vicissitudini di questa relazione, fino al trasferimento dell’azione in Spagna e il riposizionamento temporale del film con l’incipit, quello precedente alla narrazione in flashback.

Punto fondamentale del film, come si evince, è la figura di Conchita. Essa è la parte più recondita dell’inconscio, è volontà e desiderio di essere amati, la sensualità e la carica sessuale derivante negli occhi di chi la guarda. Ma soprattutto, cosa più spiazzante, è ambigua, è un doppio; si può affermare che non sia la stessa persona in ogni inquadratura.

Qui c’è una delle note più geniali della pellicola, non è semplice rendersene conto subito ed è anche possibile non notarlo affatto, ma le attrici che interpretano lo stesso personaggio, ossia Conchita appunto, sono due. Proprio così, Bunuel sceglie due attrici diverse, una nella fisicità chiaramente francese e l’altra evidentemente latina, proprio per sottolineare e anche riprendere la divisione geografica della pellicola tra Francia e Spagna. Per tutto il film il protagonista cerca di “comprare” la ragazza con la sua ricchezza, con il suo perbenismo, utilizzando tutte le mosse e le carte che la società borghese (sempre duramente criticata da Bunuel) gli permette di giocarsi. Ma nonostante ciò Conchita resta estranea a questi processi, essendo una figura altra a cui Mathieu non può arrivare. L’ambiguità caratterizza il personaggio per tutta la pellicola, nello spettatore sorge infatti spontaneo il chiedersi se ciò che la ragazza sta facendo sia solo approfittare del nostro protagonista per mantenersi assieme a sua madre. Non ci saranno risposte, solo domande e un’atmosfera di ambiguità e onirismo di fondo.

Impossibile non pensare a “Lolita“, il capolavoro di Nabokov, o quello di Kubrick se vogliamo restare in ambito cinematografico. Tuttavia, qui il conflitto morale manca, non vi sussiste un problema nella differenza di età nonostante la ragazza sia solo diciottenne. Bunuel ha creato una sorta di femme fatale con attributi del tutto problematici; lei è colei che mette chi la ama davanti alle proprie paure e frustrazioni, cosicché, con la sua ambiguità, rischia di far perdere la ragione o la freddezza anche ad un personaggio calibrato e borghese come Mathieu. Lui farà diverse cose fuori dai suoi schemi per lei, che al contrario ripagherà con una moneta diversa.

Opera totale di un regista che ha scritto la sua pagina di storia nel cinema, con questa pellicola che è l’addio di Bunuel al cinema, al suo cinema, volto a smascherare i nostri demoni più profondi, personali e non. Indimenticabili restano i ritratti del regista della odiata borghesia, le sue incoerenze, le sue lotte contro la vita che tendevano ad eliminare tutto ciò che di vivo fosse nell’essere umano. Proprio quest’ultimo elemento è centrale nella filosofia di Bunuel e, infatti, ce lo mostra nei film: la vita nella vita, quella interiore, inconscia e libera nella nostra mente. La realtà che si palesa nei sogni, nelle situazioni ambigue della vita e quelle verità che maturate dentro noi ci portano a scontrarci con la nostra psiche e i nostri fantasmi. Tratto questo sottolineato dallo psicologo nano, una sorta di figura con funzione a tratti diegetica, quando afferma che:

A livello di inconscio è accertato che non esista il caso”.

Non è sicuramente questa la prima volta in cui assistiamo a questa sorta di problematica cui il cinema si è dedicato: il tema del doppelganger.

 

 

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Non dimentichiamo infatti, per citare due dei casi più celebri, il capolavoro di Ingmar Bergman “Persona“, o “Mulholland drive” di David Lynch. Qui l’inconscio, in pieno clima modernista, appare possibile solo attraverso l’avvicinamento all’altro, cosa molto difficile ma quasi maieutica. Solo riconoscendo se stesso nell’altro allora sarà possibile giungere, seppur spesso in maniera inconscia alla radice del proprio io, in quello strato tra la vita e l’indefinito, l’onirico, ciò che sfugge maggiormente alle leggi materiali e alle convenzioni che reprimono quel mondo enorme che si cela dentro ognuno di noi.

I tempi non sono più maturi per sopportare tutto ciò, la vita interiore è messa in scacco e reclama la propria possibilità di esprimersi a gran voce; nonostante la possibilità di apparire come voce delirante. Così il maestro del surrealismo, del cinema moderno, Luis Bunuel ci mostra l’essere umano civilizzato dall’industrializzazione e dal modello che la borghesia ha imposto, nel quale non trova abbastanza spazio il proprio io nel mondo, ma solo nella effimera rappresentazione di un’idea di mondo ben precisa sul quale l’individuo stesso è costretto a plasmarsi. Quando l’uomo si risveglia da questo stato, i fenomeni di psicosi sono ricorrenti, l’insieme torna e sembra essere ineluttabile, la propria condizione sembra apparire stretta. Allora davanti ad una strada incerta solo l’altro può essere un parametro di indagine su se stessi, là dove essere se stessi è divenuto una peculiarità.

Leggi anche: Un chien andalou – il cinema surrealista di Buñuel e Dalì tra cinema e museo

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