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C’era una volta a Hollywood: Rick Dalton – I Cowboy sono morti, Lunga vita ai Cowboy

Rick Dalton.
Due uomini fermi su una strada desolata e polverosa
. Gambe divaricate, ginocchia leggermente piegate, muscoli tesi e nervosi. Le dita fremono, accarezzando l’impugnatura delle loro pistole, come fosse l’elsa di uno stocco. I freddi sguardi dei due uomini si incontrano, cercando di non fare trapelare alcuna emozione. E poi, uno sparo, seguito da un sordo tonfo.

Pensando al genere Western, questa dovrebbe essere la prima sequenza che dovrebbe venire in mente: il duello, l’ordalia del West che decide il destino dei pistoleri. Inevitabilmente, il più veloce vive e il più lento muore. Chissà quante volte Rick Dalton ha dovuto girare una scena simile, interpretando la pistola più veloce del West. In C’era una volta a… Hollywoodnel momento in cui lo incontriamo, Dalton interpreta invece l’uomo che alla fine del film crollerà sulle sue ginocchia per poi mangiare la polvere, letteralmente e figurativamente.

I primi anni Sessanta sono terreno fertile per uomini come Rick, dal bell’aspetto, mascella squadrata e silenzioso carisma. Parlando delle sue ispirazioni per il personaggio, Tarantino parla di un collage tra Edd Brynes e Ty Hardin – beneamati cowboy del piccolo schermo – William Shatner, il Capitan Kirk che portò quello stesso animo intraprendente nello spazio, e il fu Steve McQueen. L’ultima è l’ispirazione ben più evidente. Tarantino mette DiCaprio brevemente nei panni del Capitano Virgil Hilts in un provino fallimentare ne La Grande Fuga, il film che cementerà per sempre McQueen come asso dal cuore d’oro e dalla lingua d’argento.

                  

Ciò che McQueen rappresenta in quel film, la star spericolata e virile che cavalca un centauro scappando dalle grinfie del nemico verso la libertà, rappresenta l’apice del cinema tanto caro a Tarantino e, di riflesso, a Dalton. Quel cinema dove i giusti sono forti, il loro carisma ancora strega e l’orizzonte appare sempre vasto e luminoso. La Hollywood del 1963 cavalca un’ondata di entusiasmo irresistibile, destinata però a infrangersi sulle sponde del 1969.

La fine degli anni ’60 è una pagina drastica e violenta della storia americana. La guerra in Vietnam diventa sempre più problematica, Martin Luther King viene assassinato, i Beatles si sciolgono ed Easy Rider debutta in sala il 14 luglio. Sharon Tate, in C’era una volta in… Hollywood, va al cinema a vedere il proprio film, preceduto però dal trailer del classico road movie che verrà. Un’anteprima del cinema del futuro, della Nuova Hollywood che sorpasserà uomini come Rick Dalton.

Prima di andarsene dal set di Lancer, il suo fedele stuntman Cliff gli ricorda che è Rick Fucking Dalton, e di non dimenticarlo. Probabilmente perchè altrimenti Hollywood si dimenticherà di lui.  Si vede costretto a recitare come villain, vestito come un hippie e, trattenendo a fatica il suo sdegno, inciampa sulle sue battute, per poi insultarsi balbettando nel suo camerino. La sua fiducia in sè stesso, il suo star power, sono in costante erosione. Ciò che Dalton rappresenta, il suo cinema, il cinema dell’infanzia di Tarantino, ha i giorni contati.

Certo, un futuro c’è sempre per attori come lui. Ruoli secondari come in Lancer, subentrare negli Spaghetti Western, fare comparse in film di serie B e vivere ruolo assegno per assegno. Ma non è quella la vita di una stella del Cinema, non è una vita di jet privati, ville con piscina e feste alla Playboy Mansion. Se la Nuova Hollywood soppianterà la vecchia Hollywood, Rick Dalton dovrà adattarsi ai nuovi tempi. Chissà, magari collaborando con quel Polanski, che si è appena trasferito nella villa accanto.

Simbolicamente, la nuova Hollywood si trasferisce accanto alla vecchia. La prima ignora l’altra, mentre la seconda nota la prima. Non appena vede Polanski, Dalton capisce che potrebbe essere il suo biglietto in prima classe, un regista capace di rilanciare la sua carriera, cavalcando l’onda dello zeitgeist. Metacinematograficamente parlando, nello stesso modo in cui Tarantino ha rilanciato la carriera di John Travolta in Pulp Fiction, portando la sbiadita icona degli anni ’80 a una performance nominata agli Oscar del 1995.

Tarantino osserva il 1969 come un bivio nella storia cinematografica, il momento in cui generi persero il loro lustro e attori furono dimenticati. Da classicista e nostalgico, Tarantino ha sempre cercato di riportare in auge o di collaborare con quelli che furono i suoi idoli, da Morricone a Franco Nero, da Don Johnson a David Carradine. Leggendari agenti del cinema di un’epoca ormai superata. Tarantino li recupera e li rispolvera, ma è solo un regista in un’industria costantemente in movimento. I suoi omaggi non sono capaci di cambiare il destino della vecchia Hollywood di Dalton. Perciò, racconta una favola dove tutti, cowboy e hippie, vissero felici e contenti.

I seguaci della famiglia Manson, la perversione del movimento Hippie degli anni ’60, decidono di assassinare Rick Dalton, simbolo della Hollywood del machismo e del capitalismo, proprio per farne un esempio, uccidendo la Hollywood che insegnò a uccidere. Tuttavia, la Hollywood di Dalton non muore. Sopravvive, impugnando il lanciafiamme de I 14 pugni di Mccluskey. Sopravvive, per poi giungere dove voleva, a casa dei Polanski. Un’icona del passato invitato nella Hollywood del futuro.

Nel nostro 1969, Sharon Tate muore brutalmente e i cowboy cavalcano verso il tramonto all’orizzonte.
Nel 1969 di C’era una volta a… Hollywood, Tate diventa il collegamento tra vecchio e nuovo, permettendo simbolicamente alla vecchia Hollywood di non invecchiare. Come già detto, è una favola, è Tarantino che getta un nichelino nel pozzo dei desideri. Sa bene che non c’è modo di riportare la vecchia Hollywood nel 2019, l’occasione è sfumata 50 anni fa. Gli è concesso, però, fantasticare con nostalgia.

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Rigira quel duello, in una strada polverosa e dai fondali dipinti, tra il vecchio e il nuovo. Stavolta, il vecchio cowboy è più scaltro e non esita. Spara, ferisce l’avversario, lo saluta con un cenno del capo e prosegue per la sua strada, verso nuovi orizzonti e nuove avventure. Il sole non tramonta ancora sul vecchio West e il cowboy cavalca per un altro giorno.
Una voce fuori campo poi urlerà “Taglia!” e le riprese saranno finite. Applausi, sipario e tutti a casa, al volante delle proprie Cadillac, con i Deep Purple che urlano dallo stereo, all’unisono con i pneumatici.

Leggi anche: Il Revisionismo Tarantiniano: Il Cinema come rivincita sulla Storia

 

                   

Enrico Sciacovelli
Un altro di quei tipi che parla troppo di film e vorrebbe essere pagato per farlo, anzichè lamentarsi dell'ultimo Transformers senza successo.

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